Pensieri sparsi

Chi è un tecnologo?

In Italia esiste un fraintendimento di fondo. Si pensa che un tecnologo sia un fissato delle tecnologie, incapace di ascoltare i bisogni del cliente e di costruire soluzioni che siano realmente in grado di risolvere problemi. In altre parole, si pensa che un tecnologo sia solo capace di fare “technology push”. Di conseguenza, si argomenta che i “problemi non sono tecnologici” e, soprattutto, che non devono essere i tecnologi a governare i processi di innovazione, visto che non sarebbero capaci di risolvere veramente i problemi, ma solo di promuovere una sterile diffusione di tecnologie fini a se stesse.
 
Questo ragionamento ha certamente due motivazioni. La prima è una maliziosa e superficiale (ancorché voluta) “diminutio” del ruolo dei tecnologi, a favore di altre professionalità giuridico-economiche. Ma è anche vero che. come troppo spesso accade, esiste una ignoranza di fondo su cosa sia il mestiere del tecnologo.
 
Un tecnologo, un progettista, deve innanzi tutto saper studiare e caratterizzare i problemi e i sistemi (complessi) che li caratterizzano. Nel campo del software, per esempio, qualunque libro di Ingegneria del Software ha come primo capitolo l’analisi di dominio, la caratterizzazione del problema e la specifica dei requisiti utente. Un tecnologo che non sappia studiare i problemi e che non usi queste informazioni nella costruzione della soluzione semplicemente è un cattivo tecnologo.
 
Al contrario, chi cerca di risolvere problemi senza conoscere le tecnologie che devono essere utilizzate semplicemente o le usa male o non sa proprio come usarle. E quindi accade quel che scrivevo a dicembre in un vecchio post: i problemi non vengono risolti o vengono risolti con i piedi sprecando soldi. Per cui il tema non è “tecnologi si o tecnologi no”, ma valorizziamo e responsabilizziamo i bravi tecnologi.
 
Per cui sono sempre più convinto che uno dei principali problemi che dobbiamo affrontare sia la valorizzazione delle competenze tecnologiche, quelle vere e mature, a dispetto del gran polverone che si solleva spesso su questo tema e alle posizioni interessate di chi vuol proteggere lobbies (incompetenti).

L’urgenza e la profondità del cambiamento

Sono a New York dopo una settimana a Pittsburgh e Cincinnati per lavoro. Tanti impegni, tanta fatica; molte soddisfazioni, tante sfide da affrontare, tante preoccupazioni per le difficoltà e la complessità dei problemi che ogni giorno si presentano. Ovviamente leggo le notizie via Internet, su Twitter, sui blog, sui siti di notizie. E non riesco a non cogliere un senso di inadeguatezza e di debolezza profonda che mi pare attraversare il paese e me stesso. Ho la paura, il terrore, che non ci rendiamo conto della profondità dei problemi e delle sfide che dobbiamo affrontare se vogliamo garantire uno sviluppo al nostro paese e un futuro ai nostri figli.

Non capiamo che dobbiamo radicalmente cambiare il nostro modo di vivere e tantissimi aspetti della vita economica e sociale del paese. Dobbiamo radicalmente trasformare il nostro sistema produttivo. Dobbiamo radicalmente cambiare il rapporto tra cittadini e cosa pubblica e dobbiamo cambiare radicalmente la macchina pubblica. E dobbiamo radicalmente cambiare noi. Sembrano banalità, cose ovvie, e certamente lo sono, le ripetiamo da anni. 

In realtà troppe volte, nella pancia se non nella testa, pensiamo che i problemi che viviamo siano tutto sommato gestibili: è sempre stato così, è il nostro paese, il nostro modo di fare, andremo avanti comunque. Ma chi vive il confronto con gli altri paesi, chi sperimenta il gap che ci separa con altre culture, non necessariamente occidentali e anglosassoni, chi vede come gli altri paesi si muovono – magari in modo caotico e contraddittorio – capisce quanto sia terrificante il pantano nel quale viviamo da anni.

Non basta proclamare qualche buzzword più o meno di moda come startup o open data per cambiare il tessuto industriale e la macchina pubblica. Tutti lo sanno, ma spesso viviamo in una sorta di illusione fanciullesca che con qualche azione simbolica il “corpaccione molle seguirà”. Non è così, non sarà mai così. Serve tanto coraggio, tanto disinteresse e tanta sincerità per dire che il paese così com’è non andrà avanti: se va bene arrancherà. Dobbiamo cambiare radicalmente l’approccio che abbiamo ai problemi, riscoprire il senso della “produzione di valore” e non solo della sua “ridistribuzione”. Dobbiamo capire che l’assistenza deve esserci solo per quelli che veramente hanno bisogno di essere assistiti. Dobbiamo capire che non serve proteggere allo spasimo le idee e pratiche vecchie, ma avere il coraggio di costruire quelle nuove, perché le vecchie moriranno comunque prima o poi. Dobbiamo capire che non è con la retorica del “siamo un popolo di buoni” che salveremo un paese fatto in realtà da tanti piccoli egoismi, ma che serve un sacrificio e un cambiamento diffuso e profondo al quale non siamo né abituati né disposti. Dobbiamo capire che la competizione e la concorrenza non sono “cose brutte”, ma pratiche che sconvolgono in modo benefico il nostro modo di “fare business”. Dobbiamo capire che le competenze non sono un “di cui”, né una moda, né un fatto “strumentale ed accessorio”: non siamo capaci di risolvere i problemi in parte perché non vogliamo farlo, ma in larga misura perché non siamo capaci di farlo, non avendo troppo spesso gli strumenti culturali, tecnologici e professionali necessari (anche se non sufficienti!) per farlo.

Non bastano le risposte semplicistiche del giovanilismo o delle politiche di genere. Il problema non è essere giovani o vecchi né uomini o donne, né bianchi o neri. Il problema è essere competenti, onesti, responsabili, capaci di gestire processi complessi. Non basta proclamare in modo vuoto “uguaglianza” e “diritti per tutti”. Bisogna costruire le condizioni per le quali quelle parole siano fattibili e realizzabili, e non un inutile, vacuo e menzognero sfoggio di retorica. 

Non basta nemmeno lo snobismo e la puzza sotto al naso di tanti che banalizzano problemi o che non sono mai capaci di riconosce il piccolo passo in avanti. Siamo il paese dei benaltristi e dei semplicisti. E siamo anche un paese che ha poca onestà intellettuale, per cui la stessa cosa cambia di valore e di significato in funzione di chi la fa o dice, e non per la sua natura intrinseca. 

Non basta più fare i moralisti e i Savonarola, cercando il male e l’errore negli altri. Dobbiamo ricominciare a fare ciascuno per la propria parte un profondo e spietato esame di coscienza. Non esiste l’errore collettivo, né solo l’errore “dell’altro”. Esiste innanzi tutto l’errore mio. Ci lamentiamo dei nostri politici, ma essi sono lo specchio di questo paese, dei valori che prevalgono e fanno “audience”. Ci lamentiamo perché i problemi non vengono risolti, ma troppo spesso siamo noi per primi a chiedere cambiamenti negli altri ma non in noi stessi. Ci lamentiamo dei privilegi degli altri, ma quanti sono poi disposti a rinunciare ai propri? Siamo troppo spesso il popolo del “armiamoci e partite”, del “va fatto, ma non tocca certo a me”. Ovvio che ci siano quelli che per primi devono “muoversi” e fare la propria parte, ma nessuno è esente per principio.

A volte ho paura, a volte speranza, a volte entusiasmo, specialmente quando vedo i colleghi e tanti giovani che hanno voglia di fare e che con il loro sorriso e entusiasmo ti aprono il cuore. Ma non basta. Serve una coscienza collettiva nuova dei problemi e del profondo cambiamento che ci aspetta. Prego che prima o poi lo si capisca sul serio, non a chiacchiere, ma nel profondo della testa, del cuore e della pancia di ciascuno di noi. 

February 22nd, 2014|Categories: Costume, Pensieri sparsi, Società||4 Comments

L’innovazione nel 2014: fare, non essere

In questi giorni ho letto due articoli che mi hanno fatto molto riflettere. O meglio, hanno reso espliciti alcuni pensieri che confusamente mi giravano nella mente da un po’ di tempo.

Il primo articolo l’ho visto citato sulla mia timeline di Twitter ed è una critica spietata a TED, la famosa serie di conferenze dove si parla di innovazione. Questo un estratto interessante.

Why TED Is a Recipe for Civilizational Disaster | Alternet: “Problems are not ‘puzzles’ to be solved. That metaphor assumes that all the necessary pieces are already on the table, they just need to be rearranged and reprogrammed. It’s not true.

‘Innovation’ defined as moving the pieces around and adding more processing power is not some Big Idea that will disrupt a broken status quo: that precisely is the broken status quo.

One TED speaker said recently, ‘If you remove this boundary … the only boundary left is our imagination’. Wrong.

If we really want transformation, we have to slog through the hard stuff (history, economics, philosophy, art, ambiguities, contradictions). Bracketing it off to the side to focus just on technology, or just on innovation, actually prevents transformation.   Instead of dumbing-down the future, we need to raise the level of general understanding to the level of complexity of the systems in which we are embedded and which are embedded in us. This is not about ‘personal stories of inspiration’, it’s about the difficult and uncertain work of demystification and reconceptualisation: the hard stuff that really changes how we think. More Copernicus, less Tony Robbins.

At a societal level, the bottom line is if we invest in things that make us feel good but which don’t work, and don’t invest in things that don’t make us feel good but which may solve problems, then our fate is that it will just get harder to feel good about not solving problems.

In this case the placebo is worse than ineffective, it’s harmful. It’s divertsyour interest, enthusiasm and outrage until it’s absorbed into this black hole of affectation.

Keep calm and carry on ‘innovating’ … is that the real message of TED? To me that’s not inspirational, it’s cynical.

In the US the rightwing has certain media channels that allow it to bracket reality … other constituencies have TED.”

Il secondo è un articolo molto duro di Antonio Lupetti. Non conosco Antonio personalmente. Non l’ho mai incontrato, se non per qualche scambio “virtuale” via Twitter. Ma devo dire che sottoscrivo quello che nella sostanza dice, anche se usa un linguaggio molto “forte”.

Se 100 storie d’innovazione cambiano poco e niente: “Al di là del caso specifico della classifica che lascia il tempo che trova, quello che vedo sempre più spesso spacciato per ‘innovazione’ sono solo le frattaglie insignificanti di un circuito autoreferenziale che da quindici anni a questa parte, complice certo giornalismo, ha masticato il termine solo per vomitarlo, di volta in volta, nel piatto più ghiotto.

L’‘innovazione’ è diventata un pretesto per alimentare la miriade di eventi che sbocciano ogni anno in ogni angolo del Paese a unico beneficio della visibilità dello sponsor di turno. Una leva di endorsement politico tramite la quale, un domani, poter chiedere il conto per qualche incarico istituzionale. L’innovazione è l’incarnazione di un piccolo esercito di personaggi che si alternano a turno nelle task force dei ministeri con poche idee e ancor meno risultati. Un buco nero in cui dirottare milioni di euro di fondi pubblici utili a mantenere in vita una ristretta oligarchia composta da chi, quei soldi, finisce per gestirli. L’innovazione è oramai un’opaca vetrina al pubblico di iniziative che necessitano di visibilità.

Ecco. Prima di avere la pretesa di voler cambiare tutto, già cambiare solo questo approccio sarebbe un sano sintomo di maturità. Un atteggiamento più edificante dell’infantile stupore che si prova davanti al solito marketplace di individui, app per smartphone o startup che ripetutamente ci viene sbattuto in faccia solo per nascondere il grosso del fango sul fondo.”

Leggendo questi passaggi mi è venuto in mente quanto mi diceva un mio saggio e anziano collega parlando di due candidati rettori. Diceva: “Vedi, la differenza tra i due è che uno vuole ‘fare’ il rettore, l’altro vuole solo ‘essere’ rettore.”

È una frase che mi è rimasta in testa e che non mi lascia mai. Mi mette in crisi. Mi fa chiedere “Ma cosa sto facendo? E cosa devo fare per ‘fare innovazione’ sul serio e non solo chiacchierarne e ‘apparire’ innovatore?”

  • C’è un abisso tra parlare di startup e fare una startup veramente di successo. Così come c’è un abisso tra promuovere l’innovazione vera delle imprese italiane e fare uno o due exit di successo a favore di qualche multinazionale americana.
  • C’è un abisso tra il dire “facciamo questo o quello” per l’innovazione nella PA, e scrivere e attuare i decreti che fanno sì che certe cose avvengano sul serio.
  • C’è un abisso tra il millantare chissà quali meraviglie e straordinari risultati raggiunti, e la concretezza e la realtà dei fatti. Siamo bravissimi a nascondere la polvere sotto il tappeto e ad applicare quella tecnica che studiai 20 anni fa a proposito delle peggiori pratiche di management: il “gold plating” (ricoprire di oro ciò che oro non è …).
  • C’è un abisso tra chi studia, approfondisce, confronta, interloquisce, impara e chi raccatta e ricombina a destra e a manca un po’ di frasi fatte per autopromuoversi e spacciarsi come “innovatore”.
  • C’è un abisso tra l’essere “I più grandi esperti” di un tema e fare qualcosa di utile che ha un impatto concreto per qualcuno (non oso dire la società, mi basta “qualcuno”).
  • C’è un abisso tra lo scrivere su Twitter “Perché Tizio non cambia? Perché Sempronio non si dimette? Sono passate 10 settimane, cosa ha fatto?”, e  cambiare le cose nella pratica, sul serio, cioè fare vera innovazione.

Potrei andare avanti, ma è inutile. Credo che si capisca quel che intendo dire.

Innovazione è avere un impatto concreto e benefico: senza impatto, non c’è innovazione.

Come facciamo innovazione? Con quale spirito? In quale modo? Con quali metriche e criteri di successo?

Non è forse vero che l’innovazione sta diventando una moda? Nelle imprese, nei convegni, nella PA? Non è forse vero che si vive troppo spesso di annunci, di proclami, della vuota retorica del “armiamoci e partite”? “Chiacchierare di innovazione” può servire a fare opinione, ma non è innovazione. E se resta solo chiacchiera è sterile (quando va bene) o fa interessi di parte (quando va male).

Spero che il 2014 sia l’anno del “fare innovazione” e non “dell’essere innovatori” o meglio “dell’autoproclamarsi innovatori”. Spero sia l’anno in cui si fanno le cose e si valutano le persone per ciò che fanno e realizzano di concreto, non per i proclami che propongono. Spero sia l’anno dove si fa un po’ di serio fact checking e si vede nel concreto chi ha un po’ cambiato questo mondo, veramente.

Cioè si riconosca veramente chi innova da chi muove aria.

Una bella storia

Tutte le persone del CEFRIEL il giorno del venticinquesimo di fronte all’ingresso del Politecnico.

CEFRIEL

November 16th, 2013|Categories: Pensieri sparsi|Tags: |0 Comments

25 anni di CEFRIEL

Oggi si è tenuto l’incontro per festeggiare i venticinque anni del CEFRIEL. È stata una giornata per me bellissima. Sono intervenuti ospiti di grandissimo livello che ci hanno proposto tante riflessioni e ricchi stimoli per riflettere sul nostro lavoro.

Li voglio ringraziare di cuore:

  • Franco Bernabè
  • Francesco Caio
  • Ilaria Capua
  • Pietro Guindani
  • Raffaele Jerusalmi
  • Pietro Scott Jovane
  • Daniele Manca
  • Pietro Palella
  • Stefano Parisi
  • Giorgio Rapari
  • Giuseppe Sala
  • Giuseppe Sciarrone
  • Cristina Tajani

Inoltre sono venuti tantissimi amici che mi hanno veramente reso felice.

Mi hanno chiesto di distribuire il testo dell’intervento che ho tenuto. Eccolo qui di seguito.

Buongiorno a tutti. È una grande emozione essere ancora una volta qui, ed esserlo con tutti voi, autorità, imprenditori e dirigenti di impresa, colleghi e tanti tanti amici. Vi ringrazio innanzi tutto della vostra presenza e dell’opportunità che date a me e a tutte le persone del CEFRIEL di incontrarvi, sentire le vostre opinioni, raccogliere le vostre proposte e i vostri stimoli.

Ci sono tre domande che mi sento ripetere spesso: Chi siamo? Dove andiamo? Perché e come? Sono domande per certi versi ovvie, per altri costituiscono un po’ la sfida che tutti noi ogni giorno viviamo. Ne parliamo sempre, nella nostra vita quotidiana, così come nel nostro lavoro di tutti i giorni al CEFRIEL o nei luoghi dove ci troviamo ad operare. Abbiamo le nostre idee. Io ho le mie idee. Ma ho sempre voluto che questo nostro incontro di fine settembre/inizi di ottobre vedesse la presenza di ospiti, amici, personalità in grado di portare stimoli, provocazioni, richieste, proposte per rispondere a queste e ad altre domande. Lo scopo è semplice: avere “food for thoughts” che sia utile per indirizzare, sostenere e alimentare il nostro lavoro quotidiano e lo sviluppo complessivo del CEFRIEL.

Come mi diceva il Presidente Gattegno nei giorni scorsi, oggi abbiamo un “parterre de roi” che ci onora e entusiasma. Quindi non voglio togliere loro spazio venendo meno a quello che è sempre stato l’obiettivo di questo incontro. Ma quest’anno ricordiamo 25 anni di CEFRIEL e credo che sia doveroso e giusto onorare questo momento riflettendo su quelle tre domande, nel pieno spirito di quanto ci hanno affidato i nostri fondatori e facendo tesoro dell’esperienza e dei risultati di questi 25 anni di lavoro.

In occasione del general meeting del 2010 scrissi una lettera a tutti i colleghi del CEFRIEL. In quella lettera provavo a rispondere proprio a queste domande. Vorrei leggere qui qualche passaggio che scrissi allora e che credo continui ad essere valido.

Scrivevo:

Qual è quindi questo elemento che contraddistingue il CEFRIEL e lo rende così unico? Ci penso spesso e mi sono convinto che questo elemento è la sua storia, il bagaglio di esperienze che abbiamo accumulato, lo spirito che lo attraversa. In poche parole, la sua anima, l’insieme dei fattori che nel profondo ne caratterizza esistenza e funzionamento.

Quali sono gli elementi di quest’anima? Innanzi tutto la constituency: imprese, università, amministrazioni pubbliche. È una combinazione unica, radicalmente differente da quella di qualunque altra società che volesse provare ad imitarci. È una constituency che ci rende autorevoli e credibili, ci definisce in modo originale, ci distingue e ci valorizza.

In secondo luogo, la nostra anima è caratterizzata da una missione unica. Il CEFRIEL non è stato creato per sviluppare un business come ogni altra azienda che opera sul mercato. Il CEFRIEL è stato creato per essere un elemento di innovazione e sviluppo del territorio, un pizzico di “sale della terra”. Certamente, abbiamo bisogno di risorse finanziarie per esistere, operare, crescere, svilupparci. Dobbiamo remunerare e premiare al meglio le nostre persone. Ma per il centro le risorse economiche sono un mezzo, non il fine. Siamo nati per aiutare il paese a cambiare.

Infine i valori. Ce ne sono tanti che coltiviamo. Ma a me piace ricordarne alcuni che considero insostituibili: ricerca del bene comune, onestà intellettuale, autonomia nella responsabilità, schiettezza e trasparenza, merito e solidarietà, equilibrio e moderazione, spirito di servizio, apertura e disponibilità, competenza e umiltà, e una infinita voglia di imparare, di mettersi in discussione. Sono queste le radici profonde del nostro modo di essere e le cito con timore, perché tante volte io per primo non sono all’altezza delle sfide che quelle parole evocano.

Constituency, missione e valori costituiscono la nostra anima: è un insieme di elementi unico e articolato. Ed è questa nostra anima che nei momenti di crescita, di sviluppo, di espansione dobbiamo custodire come il nostro tesoro più prezioso: la nostra essenza più profonda che ci dice chi siamo e cosa vogliamo essere. 

Ho riletto nei giorni scorsi questo testo. Mi ci ritrovo completamente, totalmente. È questa la nostra anima, il nostro “chi siamo”: non voglio – e credo non dobbiamo – dimenticarlo mai.

Se questo siamo e vogliamo essere, il passo successivo è chiederci cosa vogliamo ottenere, dove vogliamo andare, quali sfide vogliamo affrontare?

  • Innovare vuol dire cambiare, fare cose nuove. Noi vogliamo essere un luogo dove tecnologia, design e professionalità si incontrano e si incarnano in persone vive, autonome, ricche dentro non solo di nozioni, ma di uno spirito e di un modo di essere e interagire che segna un cambio di passo, che rende possibile veramente “fare cose nuove, utili, belle”.
  • Vogliamo essere un abilitatore del lavoro in rete, con le migliori competenze disponibili sul territorio, nelle nostre università, nelle imprese con le quali collaboriamo. Oggi si vince quando si sa collaborare. Non bastano grandi solisti: è vitale costruire l’orchestra, valorizzando e ricercando l’armonia dell’interazione tra le varie parti, la capacità di accogliere e integrare al meglio un nuovo strumento o una nuova sezione.
  • Vogliamo operare e competere a livello internazionale per confrontarci con i migliori, per imparare, per metterci alla prova e crescere, per essere in grado di acquisire e condividere con i nostri interlocutori in Italia e all’estero le migliori esperienze, tecnologie e idee che emergono in giro per il mondo.
  • In generale, come diceva qualche giorno fa l’amico Francesco Trabucco, noi vogliamo essere il sale dell’innovazione, essendo consapevoli che da soli non abbiamo tutti gli ingredienti, né possiamo essere noi sempre cuochi o gestori esclusivi della cucina. Ma dobbiamo abilitare, spingere, dare sapore e senso alle attività nelle quali siamo coinvolti. Noi dobbiamo essere quelli che fanno accadere le cose, che smuovono inerzie e resistenze, che aiutano a migliorare ed evolvere. Si deve poter dire “grazie al CEFRIEL qualcosa è cambiato e in meglio”.

Per fare tutto ciò certamente servono competenze tecnologiche, professionali, manageriali. Servono anche risorse economiche per investire, crescere, espandersi. Ma senza voler negare o sminuire tutti questi elementi certamente cruciali, in questo sede voglio riaffermare con forza che non possiamo essere solo una macchina moderna e funzionale, ricca di meccanismi perfezionati e all’avanguardia. È una condizione necessaria, ma non sufficiente. Dobbiamo essere un organismo vivo e sano, che sa gestire al meglio gli organi, le membra, i muscoli di questo nostro corpo grazie al cervello e soprattutto al cuore.

  • Dobbiamo ricordarci quella piccola grande espressione che usiamo spesso per caratterizzarci: innovazione = creatività × esecuzione. Ricordiamoci sempre che in una moltiplicazione dobbiamo massimizzare entrambi i fattori, e non solo uno di essi. Altrimenti, il risultato è nullo o comunque piccolo.
  • Dobbiamo sviluppare e saper applicare le nostre competenze distintive in tutti i principali settori che caratterizzano il tessuto imprenditoriale ed economico italiano, con la volontà di imparare e essere di aiuto, intervenendo in modo coerente e integrato dallo studio dei problemi fino alla messa in esercizio di soluzioni convincenti e vincenti.
  • Dobbiamo saper ascoltare, anzi essere ansiosi di farlo. È solo ascoltando che si impara, si cresce, si diventa “più ricchi dentro”, più intelligenti e più saggi.
  • Dobbiamo essere contenti di lavorare insieme e di imparare ogni giorno gli uni dagli altri. Condividere e collaborare devono essere il nostro mantra, il principio che guida ogni nostra attività, ogni nostro singolo giorno di lavoro.
  • Dobbiamo essere pazienti e lungimiranti (e lo dico proprio io!). Ricordiamoci quello che dice quello stupendo detto inglese: “Come si mangia un elefante? Un boccone alla volta”. È con la pazienza che si raggiungono mete difficili. Senza, non si va molto lontano.
  • Dobbiamo saper riconoscere gli errori. Nessuno è perfetto, forse uno che sta a Roma. Noi sbagliamo, ogni giorno. Riconosciamolo, non per fare un “autodafè” fine a se stesso o per spirito di martirio, ma perché solo così si impara e si cresce. E, voglio aggiungere, si dimostra vero rispetto verso gli altri.
  • Dobbiamo sapere che per costruire il futuro (anche quello nostro personale) dobbiamo impegnarci per fare bene ciò che stiamo facendo nel nostro lavoro quotidiano. È illusorio – e anche disonesto – cercare di usare la posizione che si occupa solo in modo strumentale per “fare carriera”.
  • Diceva un mio collega americano che “per un martello il mondo è fatto solo di chiodi”. Noi dobbiamo essere critici, non dobbiamo accontentarci di spiegazioni consolatorie, né dobbiamo innamorarci delle nostre idee, delle nostre proposte e dello nostre soluzioni. Dobbiamo avere il coraggio e l’intelligenza di vedere problemi, pro e contro, opportunità, limiti, valore ovunque si trovino, presso di noi o presso le persone e le realtà che incontriamo.
  • Dobbiamo essere cortesi e rispettosi, ma sinceri e soprattutto intellettualmente onesti. Una verità è vera indipendentemente da chi la dice o dal contesto. Non possiamo né dobbiamo piegare ciò che diciamo e ciò che facciamo all’interesse personale o alla convenienza del momento.
  • Infine, perdonate l’ardire, dobbiamo volere bene, volere “il bene” delle persone e delle realtà con le quali interagiamo. Perché è solo facendo le cose con il cuore e voglio dire con amore che si ottengono risultati che rimangono e che non sfioriscono. E deve essere un sentimento vero, profondo, vissuto, che non ci illude, consola o tranquillizza, ma che si vede e si manifesta ogni giorno nel nostro essere e nel nostro modo di operare. È solo così che possiamo e potremo realmente dire “ho vissuto fino in fondo con dignità e onore la mia vita, ho rispettato me stesso e le persone che ho incontrato, ho fatto qualcosa di utile e bello, ho dato un contributo che resterà e darà frutto”.

Buon compleanno, CEFRIEL!

October 11th, 2013|Categories: Pensieri sparsi|Tags: |2 Comments

Per non dimenticare la tragedia del Vajont

Il 9 Ottobre si ricordano i 50 anni della tragedia del Vajont. Ho letto il libro di Tina Merlin, Sulla pelle viva, e rivisto anche lo speciale di Paolini trasmesso dalla Rai nel 1997. Bellissimo anche lo speciale de La Stampa.

È impressionante quello che accadde.

Non possiamo né dimenticare né non sapere. Vi invito a leggere il libro della Merlin e a rivedere Paolini.

By the way, ero stato al Vajont anni fa, ma andando là in auto non si capisce bene lo scenario. O forse sono andato un po’ di fretta. Ieri usando Apple Maps (Mavericks) ho visto questa immagine dal satellite che per la prima volta mi ha fatto capire perfettamente cosa sia successo.

Vajont

October 7th, 2013|Categories: Pensieri sparsi|Tags: |4 Comments