E la responsabilità?

Più di mille parole: "Mantellini riproduce questo grafico pubblicato da Eurostat.

La linea rossa indica, più di mille discorsi, la perdita di competitività del Belpaese nel corso del decennio.

Si consolino, gli opposti cretinismi, non è un problema di premier. E’ molto, molto più grave

E’ pur vero che il PIL è una misura imperfetta della qualità della vita e della società, ma esistono segnali per cui la quantità si trasforma in qualità"

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Vorrei solo aggiungere due considerazioni a quelle fatte da Massimo e da Antonio.

  1. Ogni giorno, ogni volta che qualcuno sottolinea che l’Italia sta messa male, si sente ripetere che non è vero e che chi lo dice è un disfattista esterofilo. Fino a quando bisognerà continuare a sentire questa litania? Riconoscere i problemi, analizzarne le cause, capirne i motivi non è forse segno di amore verso questo paese?
  2. È vero, come dice Antonio, che le colpe sono di una intera classe dirigente e non solo di questo o quel partito. Ma è anche vero che ognuno fa la sua parte. C’è chi aggiunge un granello e c’è chi lo toglie. C’è chi fa un passo avanti e chi lo fa indietro.

In quest’ottica, da guardare un diagramma interessante proposto su Phastidio.
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E anche un bel grafico che avevo segnalato tempo da sul NYT.

 

Nessuno pensa al Welfare dei figli

Un lusso anche i contratti di serie B Nessuno pensa al Welfare dei figli – Corriere della Sera: “Caro Direttore, il ministro Renato Brunetta ha molta ragione quando avverte che il diritto del lavoro, e in particolare l’articolo 18 dello Statuto del 1970, oggi si applica soltanto ai padri e non ai figli. Gli italiani, però, hanno diritto di sapere che cosa il ministro propone seriamente— e non soltanto con una battuta in un talk show —per superare il regime di apartheid che penalizza la nuova generazione di lavoratori.

È vero: da anni, ormai, a un ventenne o trentenne che cerca lavoro in Italia le aziende offrono di tutto, tranne che un rapporto di lavoro regolare. E anche un rapporto di lavoro di serie B —«a progetto», o comunque a termine— è già considerato, in molte situazioni, un privilegio difficilmente ottenibile, rispetto alla «normalità», costituita dal lavoro di serie C: stage semigratuiti in azienda tutto lavoro e niente formazione, assunzione con partita Iva per mansioni d’ufficio, di cantiere, di negozio, di call center, di magazzino, che erano tradizionalmente considerate come lavoro dipendente. Case editrici in cui da anni non si assume più un redattore o un correttore di bozze con un contratto normale di lavoro dipendente; case di cura private che formalmente non hanno alle proprie dipendenze neanche un solo medico, un solo infermiere, un solo barelliere: tutti a partita Iva, oppure soci di cooperative di lavoro a cui il servizio viene appaltato.

Stessa musica nel settore pubblico, dove ormai domina sempre più diffusamente l’«esternalizzazione» delle funzioni mediante cooperative e altri appaltatori, che utilizzano ogni forma di lavoro atipico. Accade pure che dopo un periodo più o meno lungo di anticamera anche un ventenne o trentenne finisca coll’ottenere l’agognato posto di lavoro stabile regolare; ma il punto è che il datore di lavoro ha di fatto la possibilità di scegliere che il lavoratore, anche se sostanzialmente dipendente, resti escluso dalla protezione regolare per decenni. In altre parole: il diritto del lavoro sta perdendo la sua natura di standard minimo di trattamento universale, per assumere la natura di un ordinamento eminentemente derogabile: chi vuole lo applica e chi non vuole no. Naturalmente, poi, quando viene la bufera, a pagare per primi sono sempre i non protetti: i 500 mila lavoratori italiani che hanno perso il posto nei mesi passati di recessione sono ovviamente quasi tutti di serie B e C. Dunque: il ministro fa bene ad aprire gli occhi su questa realtà, a riconoscere che il nostro mercato del lavoro e il nostro sistema di protezione sociale non sono affatto «i migliori del mondo», come egli stesso ci ha detto solo pochi mesi or sono. Ma deve anche dire quale è la sua diagnosi del fenomeno e quale la terapia che propone. Una cosa è certa: il problema non è soltanto di controlli e di repressione delle frodi. Controllo e repressione servono quando la violazione o elusione delle regole è un fenomeno marginale; quando invece— come oggi accade per il nostro diritto del lavoro —violazione ed elusione diventano un fatto normale su larga scala, è l’ordinamento stesso che deve essere rifondato. La disciplina italiana del rapporto di lavoro regolare è vecchia ormai di oltre quarant’anni. È stata scritta quando non esistevano né i computer, né Internet, ma neppure i fax e le fotocopiatrici; quando era normale che un giovane entrasse in un’azienda con la prospettiva di restarci per trenta o quarant’anni svolgendo la stessa mansione, più o meno con gli stessi strumenti e le stesse tecniche. Oggi il tempo di vita di una tecnica produttiva (ma anche di un prodotto o di un materiale) non si misura più in decenni, ma in anni o addirittura in mesi; le imprese nascono e muoiono con un ritmo incomparabilmente più rapido rispetto ad allora.

Così stando le cose, la sicurezza economica e professionale dei lavoratori non può più essere affidata al modello del «posto fisso». Ed è in larga misura inevitabile che le imprese facciano di tutto per eludere, nelle nuove assunzioni, una disciplina della stabilità del lavoro, come quella dettata dall’articolo 18 dello Statuto del 1970, che condiziona lo scioglimento del rapporto di lavoro per motivi economici od organizzativi a un controllo giudiziale che può richiedere due, quattro o sei anni; e al Sud anche otto o dieci. La soluzione, allora, non è togliere l’articolo 18 ai padri, ma riscrivere il diritto del lavoro per i figli, per le nuove generazioni; in modo che esso torni capace di applicarsi davvero a tutti i rapporti che si costituiranno da qui in avanti. E garantire davvero a tutti non l’impossibile «posto fisso», ma quella protezione contro le discriminazioni e quella rete di sicurezza nel mercato, da cui oggi la nuova generazione dei lavoratori italiani è per la maggior parte esclusa.”

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Tre criteri

Ieri mi è stato chiesto di commentare il lancio della campagna su Internet di Formigoni. Si tratta di un insieme di strumenti (blog, wiki, YouTube, …) che sono stati lanciati ieri per favorire la comunicazione tra il candidato e i cittadini.

Ho fatto questa serie di commenti.

In primo luogo, è positivo che in un momento in cui tanti, troppi, vedono Internet come un rischio, un luogo pericoloso e da controllare, un politico ne parli in modo positivo e la usi come strumento di democrazia.

Perché questo però sia realmente utile e non diventi solo apparenza o peggio luogo di scontro, credo si debbano seguire tre criteri:

  • Dietro queste iniziative ci deve essere una persona e non semplicemente un ufficio stampa.
  • La persona deve interagire. Se si limita a pubblicare contenuti senza rispondere ai commenti che riceve, allora tutto perde di significato.
  • La persona deve saper “tenere pulito”, moderare la discussione, favorire il confronto anche critico, ma senza che si superino i limiti della buona educazione e del rispetto reciproco. Deve fare il padrone di casa che cerca di far sentire tutti a proprio agio.

È quello che nel piccolo cerco di fare in questo blog.

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“Bella” notizia

Lavoro: a rischio chiusura centro ricerche Glaxo Verona – Corriere della Sera: “VERONA – Il Centro ricerche di GlaxoSmithline di Verona starebbe per chiudere, lo annunciano fonti sindacali. Sono quindi a rischio 550 ricercatori. L’annuncio della chiusura sarebbe stato dato oggi dalla stessa multinazionale farmaceutica. Lo smantellamento del centro ricerche rientra in un piano di tagli in tutto il mondo, meta’ dei quali nel settore ricerca e sviluppo. (RCD)”

Un altro pezzo di ricerca che se ne va.

Al di là dei comportamenti più o meno eticamente accettabili delle imprese, credo che si debba porre il problema di una seria politica di attrazione investimenti e di marketing territoriale. Non possiamo permetterci di perdere tutti questi pezzi di impresa. Nel momento in cui la crisi richiede tagli e, allo stesso tempo, emergono altri paesi e territori con capacità e livelli competitivi simili se non superiori ai nostri, non basta lamentarsi o denunciare gli interessi delle singole imprese: dobbiamo come paese mettere in campo azioni di sistema che rendano conveniente e utile insediarsi o restare in Italia.

Altrimenti, facciamo solo un po’ di retorica per il singolo caso, ma non creiamo le condizioni perché vi sia un reale cambio di tendenza.

 

Strategie elettorali

In giro per Milano ci sono dei cartelloni elettorali che recitano: "insieme con Vendola" (o qualcosa di simile).

Vorrei capire per quale geniale intuizione politica o di marketing a Milano si viene a proporre come candidato o come "simbolo" da votare il candidato governatore in Puglia.

Probabilmente, io non ne capisco nulla. Ma a me sembra una scemenza sciocchezza cosa poco furba.

 

Che stia per succedere qualcosa?

Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, intervenendo a un convegno sulla banda larga promosso alla Fondazione Riformismo e Libertà, ha rilanciato la volontà del governo di incoraggiare la realizzazione di una società apposita per la fibra ottica, dal momento che il settore delle telecomunicazioni da solo non sembra avere le risorse necessarie per realizzare un progetto così ambizioso.
“Abbiamo intenzione – ha dichiarato il ministro – di promuovere uno strumento, che potrebbe assumere la forma di una società ad hoc per la rete in fibra, in grado di coinvolgere il maggior numero di operatori del settore e l’Agcom e in grado di svolgere un ruolo da protagonista nella costruzione dell’infrastruttura evoluta di TLC di cui il Paese ha bisogno”.
La società, ha aggiunto il ministro, andrà a fare da corollario a “…un piano nazionale con tempi certi che scandirà il passaggio dal rame alla fibra”, che assicurerà a chiunque voglia investire “certezza finanziaria e garanzia di redditività”.
Nessuno, neanche la Cassa Depositi e Prestiti, è disposto infatti a sobbarcarsi un investimento così importante senza una certezza sulle regole e i ritorni e, d’altro canto, continuare a rimandare la programmazione di una rete nazionale in fibra, mentre il resto delle maggiori economie mondiali è già in una fase avanzata di realizzazione, andrebbe a impattare negativamente sulla competitività del sistema-Paese.
A soffrire maggiormente della mancanza di un’infrastruttura in fibra ottica sono infatti soprattutto le imprese, che – ha sottolineato ancora Scajola – “…rischiano di essere progressivamente emarginate dal commercio internazionale che è sempre più commercio elettronico”.
“Lo stesso made in Italy senza una efficiente vetrina virtuale sul mondo, vedrebbe ridimensionata la sua capacità di essere competitivo”, ha aggiunto il ministro, spiegando che la mancanza di una rete in fibra incide negativamente anche sui giovani, cui andrebbero a mancare le basi per misurarsi col mondo del lavoro.

via Rete. Il ministro Scajola rilancia: ‘Società ad hoc per la fibra con operatori e Agcom’.

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“Fondata sul lavoro”

Torno ora dal mio viaggio in USA. È stato piuttosto breve, tre notti. Un giorno a Cincinnati, il giorno dopo a Pittsburgh e sabato mattina a New York prima di ripartire per l’Italia.

In aereo parlavo con un mio collega e amico delle dichiarazioni di Brunetta circa l’articolo 1 della costituzione e confrontavo mentalmente la nostra costituzione con quanto previsto negli USA. Ripensavo a che significa “l’Italia è fondata sul lavoro”. È questo il valore fondante, il primo che contraddistingue il nostro paese? Certamente, il lavoro non è tanto e solo una attività economica, ma anche e soprattutto l’espressione della nostra persona, il nostro modo di intervenire e vivere nella società. Quindi certamente ha un valore importante. Ma è il primo da citare nella costituzione? Più ci penso e più mi pare tutto sommato strano, “odd” direbbero gli americani.

La dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti contiene un passaggio molto importante:

When in the Course of human events, it becomes necessary for one people to dissolve the political bands which have connected them with another, and to assume among the powers of the earth, the separate and equal station to which the Laws of Nature and of Nature’s God entitle them, a decent respect to the opinions of mankind requires that they should declare the causes which impel them to the separation.

We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness. That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed

È bellissimo quel riferimento a “the pursuit of Happiness”.

E la costituzione americana inizia con questo preambolo che introduce gli articoli sulla forma di governo:

We the People of the United States, in Order to form a more perfect Union, establish Justice, insure domestic Tranquility, provide for the common defence, promote the general Welfare, and secure the Blessings of Liberty to ourselves and our Posterity, do ordain and establish this Constitution for the United States of America.

In effetti, c’è, ci deve essere più che solo il lavoro. Il lavoro è uno strumento, ma non il fine. E dire che la repubblica è fondata sul lavoro ignora altre forme di partecipazione alla vita della repubblica come, per esempio, il volontariato per dire la prima cosa che mi viene in mente. So che di queste cose la nostra costituzione parla, ma certo rimane una sensazione strana nel vedere quel primo articolo. Alla fine, l’ordine e l’evidenza delle affermazioni ha un suo significato.

Non voglio apparire ingenuo. So che certi argomenti possono e sono usati anche in modo strumentale. Peraltro io non sono un costituzionalista e non mi permetto certo di fare critiche o proposte avendo così poche conoscenze. Ma se la costituzione è il patrimonio fondante della nostra società, se deve essere la carta che ispira noi cittadini, allora, da ignorante, qualche domanda potremmo e dovremmo farla. Penso che rifletterci in modo serio e non strumentale non sia per nulla sbagliato.

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ICT e Innovazione: che fare?

Ecco il primo draft completo dell’articolo scritto con Giorgio De Michelis. Comments are welcome, of course.

 

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