Perché open service è diverso (e più “forte”) di open data

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Dopo la pubblicazione del mio articolo su La Voce nel quale discuto di open data e open services, ho ricevuto alcune segnalazioni di persone che mi dicono che alcuni portali open data (come quello della regione Lombardia per esempio) offrono anche le API REST per “accedere al dato”. Quindi, di fatto, realizzano già quello che io chiamavo open service.

Beh, mi pare non sia così o comunque ci sono differenze significative, quanto meno in tutti i casi che ho visto io personalmente.

I portali open data (che ho visto) offrono file dati in vari formati e anche API per scaricare da programma/app quei file. Questi file sono il risultato di estrazioni (e relativa duplicazione dell’informazione) effettuate più o meno frequentemente dai sistemi di backend della PA e successiva loro pubblicazione sul portale open data. Non mi pare, quanto meno non mi risulta, che offrano vere API o web services per accedere a funzioni del sistema informativo di backend. Sono questi ultimi ciò che io chiamo open services e che ovviamente sono molto più potenti e sofisticati, in quanto permettono di interagire in modo pieno e completo con il backend di quella PA o di quell’ente. Possiamo chiamare i primi weak open services e i secondi full open services.

Tutto sommato è giusto che si tratti di due cose diverse.

  • Open data (e relativi weak open services) sono utilizzati in ambito Internet, pubblico, per motivi di trasparenza e di apertura della PA. Quindi devono mantenere un livello di separazione e protezione rispetto al sistema di backend. Soprattutto, sono dati e servizi offerti in consultazione, per “accedere” a informazioni di proprietà della PA. Tra l’altro, servono per certi tipi di consultazioni e non per tutte (mi riferisco a quelle che richiedono l’accesso al dato vero e non all’ultima campionatura/estrazione).
  • Un full open service viene usato per costruire applicazioni fortemente integrate tipicamente tra soggetti riconosciuti all’interno di un ecosistema, una extranet. Sono quindi strumenti più potenti in quanto permettono di avere interazioni articolate o vere e proprie transazioni. Ovviamente, se così è, richiedono anche un maggiore controllo e supervisione. Sono nei fatti l’evoluzione della “vecchia” cooperazione applicativa, meno elefantiaca e totalmente allineata ai nuovi standard e alle nuove tendenze del mercato (peraltro, la cooperazione applicativa si riferisce ad un ambito più ristretto, cioè la cooperazione tra PA). Potremmo chiamare questo approccio, “SOA applicata ad una community extranet utilizzando standard open di internet”.

Il mio punto è che molti servizi di smart community e di smart city (quelli più sofisticati e a maggiore valore aggiunto) richiedono necessariamente proprio questo approccio, full open services e non solo open data o weak open services. Quindi bisogna fare gli uni e gli altri, sapendo utilizzare nell’ambito corretto la soluzione più appropriata.

Se posso provare a lanciare una provocazione di carattere più culturale, ogni volta che sento parlare di open data e linked data provo un senso di incompletezza. In informatica siamo passati dai dati e dalle variabili (magari globali, appunto) ai tipi di dati astratti e agli oggetti. Cioè siamo passati dal dato passivo, al comportamento (behavior) rappresentato dalle funzioni e procedure di accesso al dato. È questo il punto. Noi, quanto meno in molti casi, dobbiamo passare da una visione dove al centro c’è il dato a quella dove al centro c’è la funzione/procedura in senso tecnico-informatico. Invece mi pare che a volte si faccia una battaglia ideologica: ci siamo innamorati del concetto di open data e quello deve per forza essere.

Credo che affrontare questo tema sia vitale per sviluppare servizi e applicazioni su Internet realmente moderni e utili.

10 Responses to "Perché open service è diverso (e più “forte”) di open data"
  1. Paolo Bizzarri says:

    Sull’argomento credo sia utile esaminare quanto è stato fatto in Toscana con la rete di cooperazione applicativa E-Toscana, e con la definizione e l’esposizione di service di vario tipo fra attori molto diversi.

  2. Andrea says:

    Strettamente legato al tema dei open service c’e’ il tema se e come far pagare questi servizi. Mettere on line un foglio csv pgni tanto non e’ come mostrare in tempo reale il flusso veicolare di una citta’. Che modello di business dare?

    Quanto alla provocazione culturale sul senso di incompletezza…essendo un databasista di formazione le procedure tecnico informatiche altro non sono che flussi imformativi (spero che i softwareisti non se la prendano :)

  3. Da vecchio informatico dalla pellaccia dura mi sembra che gia’ le classi in C implementassero i dati in modo non accessibile al loro interno e rendessero invece pubblici metodi e funzioni per la loro manipolazione…
    Certo, le classi di un linguaggio di programmazione sono un argomento molto tecnico. Nel post si parla di interazioni a livello “sociale”. Pero’ mi sembra la generalizzazione e l’estensione dello stesso concetto.

  4. Walter Volpi says:

    Ciao, ad integrazione della discussione segnalo che il sito che contiene le RFC e.Toscana (ogni RFC e.Toscana si tratta di un documento con una struttura standard che descrive il servizio con allegato WSDL, XML-Schema annotati ed esempi di utilizzo) sono pubblici e presenti sul sito http://web.rete.toscana.it/eCompliance. Segnalo inoltre che le RFC e.Toscana sono circa 220 e che le loro implementazioni sono erogate fruite praticamente da tutti i soggetti pubblici del territorio toscano (ASL, Comuni, Province, ..) e che il numero di servizi richiesti (messaggi scambiati) supera i 100 Milioni al mese. Stiamo lavorando per creare Data Set in ottica OLD direttamente “prelevando” i messaggi in transito sull’infrastruttura CART.

    • Walter Volpi says:

      ..dimenticavo..la parte più importante CART è un’infrastruttura utilizzata anche da soggetti privati ossia è funzionale all’integrazione delle applicazioni di soggetti pubblici con quelli privati. Un esempio: ciclo ordine/bolla/fattura dei farmaci fatti da soggetti pubblici (ASL) verso soggetti privati (ossia distributori del farmaco). E’ dunque una infrastruttura SOA che integra la cooperazione applicativa (SPCoop) della PA con servizi erogati da soggetti privati.

  5. Condivido l’approccio “duale” di Fuggetta sul tema degli OpenServices; nei full openservices si può mettere quell’intelligenza sui dati che deriva dalla conoscenza degli stessi e dalle competenze business di chi li mette a disposizione, rappresentando così un valore aggiunto rispetto ai semplici opendata, valore che potrebbe essere in taluni casi monetizzato.
    Esempio di weak openservices (dati fruibili via servizi REST SOCRATA):
    https://dati.lombardia.it

    Esempio di full openservices (dati e funzionalità fruibili via REST ESRI: http://www.cartografia.regione.lombardia.it/ArcGIS93/rest/services

  6. Pietro says:

    Ottime considerazioni.
    Segnalo indicepa.it come servizio che implementa entrambi gli approcci: opendata scaricabili ed un accesso diretto al beckend ldap.

  7. Prima considerazione da cittadino tecnico: finchè l’Inps pagherà pensioni ai morti, concentrarsi sugli open data (come fa una folta compagnia di giro di talebani di tutto quello che è open) il paese e il debito pubblico non si ridurrano.
    Secondo: la SOA è stata inventata per connettere sistemi eterogenei di organizzazioni diverse e non per ridurla a mero collante di sistemi informativi patchwork interni ad una stessa organizzazione, e se si fosse compreso questo per tempo, l’Inps da tempo non pagherebbe pensioni ai morti, le scuole non chiederebbero diplomi in originale per le iscrizioni e io non avrei dovuto fare ricorso ad una commissione tributaria per evitare di pagare la TARSU ad un comune dove non abito da anni.
    Ma tutto questo non si fa perchè i talebani dell’open vogliono i dati per controllare (disdegnando l’efficienza dell’automazione che è poi lo scopo per cui sono stati inventati gli elaboratori e le reti e gli standard per farli dialogare).
    In definitivam, questo paese sull’orlo del baratro (lo dice il duo Monti/Fornero!) non automatizza ma spende i pochi spiccioli rimasti per accontentare i talebani di cuo sopra e la loro “ossessione” per il controllo che, come spiega la psicoanalisi, è una nevrosi grave, parente stretto dello stalking.

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