Le nomine AGCOM sono state fatte e, giustamente, in rete si susseguono commenti negativi sul metodo utilizzato e sulle scelte che sono state fatte (per lo meno, la gran parte di esse). Per certi versi, è fin facile oggi prendersela con i politici. In effetti, stanno facendo di tutto per inimicarsi i cittadini e per contribuire all’ondata di qualunquismo che ci sta assalendo. Ma io non credo che i problemi stiano solo da una parte. Per questo, vorrei parlare non dei politici (ne parlano già tutti), ma del cosiddetto “popolo della rete” di cui tanto si è parlato in questi giorni.

In questa vicenda, ciò che viene chiamata in modo improprio e sbagliato “la rete” (ci torno) ha dato una prova di notevole immaturità. Lo scrivo ora che le nomine sono state fatte perché non volevo in alcun modo danneggiare alcuni dei nomi che sono stati “proposti dalla rete”, né volevo dare spago alle spinte più conservatrici che sono contrarie a qualunque tipo di innovazione. Ma se certi metodi della vecchia partitocrazia e delle “classi al potere” non sono certo da lodare, non mi pare abbiano brillato (eufemismo) nemmeno i metodi che vengono proposti “dal nuovo che avanza”. Cerco di spiegarmi andando con ordine. 

Il ruolo di AGCOM

AGCOM non è il parlamento, non è il governo, non è il ministero per lo sviluppo economico, non è l’agenzia dell’innovazione (o quella nuova che sembra vogliano fare) e non è il ministero della ricerca. AGCOM è una autorità garante che deve fare certe cose e non altre.

| AGCOM | Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni: “L’Agcom è innanzitutto un’autorità di garanzia: la legge istitutiva affida all’Autorità il duplice compito di assicurare la corretta competizione degli operatori sul mercato e di tutelare i consumi di libertà fondamentali dei cittadini. In questo senso, le garanzie riguardano: gli operatori, attraverso: l’attuazione della liberalizzazione nel settore delle telecomunicazioni, con le attività di regolamentazione e vigilanza e di risoluzione delle controversie; la razionalizzazione delle risorse nel settore dell’audiovisivo; l’applicazione della normativa antitrust nelle comunicazioni e la verifica di eventuali posizioni dominanti; la gestione del Registro Unico degli Operatori di Comunicazione; la tutela del diritto d’autore nel settore informatico ed audiovisivo. gli utenti, attraverso: la vigilanza sulla qualità e sulle modalità di distribuzione dei servizi e dei prodotti, compresa la pubblicità; la risoluzione delle controversie tra operatori e utenti; la disciplina del servizio universale e la predisposizione di norme a salvaguardia delle categorie disagiate; la tutela del pluralismo sociale, politico ed economico nel settore della radiotelevisione. Pregiudiziale a ogni altro obiettivo è stata tuttavia e continua a essere l’innovazione tecnologica, destinata ad arricchire il quadro delle risorse disponibili, a innestare nuovi processi produttivi, a favorire la formazione di nuovi linguaggi e l’alfabetizzazione dei cittadini verso la società dell’informazione.”

Per quel po’ che capisco, AGCOM non definisce le politiche del paese in tema di Internet e di comunicazione. Quello è un compito del parlamento. Chi è nominato in AGCOM non deve avere programmi se non il pieno commitment a far rispettare le leggi e le norme italiane e europee. Eppure in questi giorni era tutto un fiorire di quelli che chiedevano “programmi” e “impegni”. Ma che programmi e impegni!?! Io voto i membri del parlamento in base al programma che mi dicono e assegno loro il potere di legiferare a mio nome. Sono i parlamentari che devono definire programmi e leggi, non i membri dell’AGCOM. Macché, su questo, con una retorica facile e incompetente che squalifica la rete, si è detto tutto e il contrario di tutto.

Esiste “la rete”? No, esistono persone che stanno in rete

L’ho scritto in un tweet giorni fa

‪#isday‬ non esiste il “popolo della rete” inteso come voce univoca. Esistono persone e idee, e la ricchezza che nasce dal loro confronto.

Chi e cosa definisce “il popolo della rete”? Un hashtag? I TwitterID? Il numero di “followers” cioè di “seguaci”? Ma che credibilità e sostanza hanno questi ragionamenti? Se mille persone, anzi “utenti Twitter”, retwittano un tweet questo ha valore rappresentativo? Ovviamente, questo fatto può indicare una posizione emergente o rimandare ad un movimento di opinione. Ma nulla di più. Quando leggo che qualche migliaio di tweet rappresenterebbero “il popolo della rete” mi viene da dire che o si tratta di pura ignoranza, o di una colossale superficialità (in buona fede), oppure di sfruttamento dell’ignoranza altrui. 

Le “candidature della rete” e quelle dei politici

Se così è, che senso ha parlare delle “candidature della rete”? Nessuno. Non ci sono candidature della rete. Ci sono candidature create da alcune persone che hanno utilizzato i canali di Internet per promuoverle. Tutto assolutamente legittimo, ma non è accettabile che vengano caratterizzate come se fossero le candidature di un intero ecosistema, che mai si è espresso e che mai probabilmente potrà esprimersi come tale. Ci sono gruppi di persone che organizzano eventi, attività, si candidano, fanno lobby, promuovono legittimamente le proprie idee e per farlo usano anche gli strumenti di Internet. That’s it. Tutto il resto è strumentalizzazione, a volte in buona fede, a volte no.

Per certi versi, quindi, è paradossale accusare i “partiti” di abusare della loro posizione. Certamente, c’è una differenza tra “partiti” e “parlamento”. Ma comunque, gli “eletti” hanno un mandato popolare a scegliere e legiferare in nome nostro. Poi possiamo dire che stanno svolgendo questo “mandato” in modo pessimo. Ma questa è una valutazione di merito che non inficia la loro legittimazione ad operare. Al contrario, chi ha detto che tizio o caio sono i “candidati della rete” o della “società civile”? Da chi è venuto questo mandato? E come si è espresso? Possono essere candidati degnissimi. Ma chiamiamo le cose per quello che sono: sono candidati di qualcuno, non “della rete”. 

Che poi i partiti abbiano dimostrato ancora una volta di operare secondo modalità che è meglio non commentare è del tutto evidente e lo voglio ripetere per evitare polemiche pretestuose o fraintendimenti. Ma questo non cancella o attenua gli errori che sono stati compiuti sul nostro fronte.

Trasparenza e candidature

In generale, si sono confusi due piani: la trasparenza nel processo di selezione e la scelta di specifici candidati. Non è assolutamente detto che combattere per la trasparenza nelle nomine voglia dire necessariamente sostenere questo o quel candidato. È stata fatta una commistione che non ha giovato né all’una, né all’altra causa. 

Onesti e disonesti, competenti e incompetenti

“In questo mondo di ladri” (come cantava Venditti) e di incompetenti (come diciamo in molti), è ovvio che vorremmo tanto che in posizioni di responsabilità come l’AGCOM siedano persone oneste e competenti. Ma come si è sviluppato questo dibattito “sulla rete”?

Sulla competenza ne ho viste di tutti i colori. Ma in particolare, ho notato che troppo spesso si confonde “competenza” con “onestà”. Ebbene, ho visto nomi di persone certamente oneste ma che secondo me non sanno nemmeno come sono fatti gli indirizzi IP o cosa sia il peering.

Ho visto nomi proposti “dalla rete” che facevano a gara, come incompetenza, con quelli delle peggiori esibizioni partitocratiche. Magari sostenute con motivazioni anche nobili, ma assolutamente improprie come “il genere” o altro. Certo che non ci devono essere discriminazioni per esempio verso le donne. Ma non è che un commissario lo si sceglie perché è donna e dice che bisogna promuovere l’innovazione e Internet. Serve “qualcosina” in più ed è un “qualcosina” che pesa.

Si dirà che “sono meglio di quelli che c’erano prima o proposti dai partiti”. Magra consolazione: facciamo a gara a chi fa meno pena?

Il processo aperto di sottomissione dei CV

Ne scriveva Alessandra Poggiani.

Dove vanno a finire i curriculum per l’Agcom? – Chefuturo!: “Tuttavia, anche questo cambio di rotta rischia di essere solo un diversivo e nulla più di uno specchietto per le allodole. Infatti, non esiste nessuna procedura di selezione: non si sa come e a chi inviare i CV, tutto passa solo dalle pagine dei giornali o delle testate online specializzate sul tema, né sono stati stabiliti criteri di accesso alla selezione o requisiti per le posizioni vacanti.”

Presi dal furor sacro della “trasparenza” e dell’apertura, ad un certo punto si è scatenata la bagarre della presentazione dei curriculum. Senza che ci fosse stato un accenno di processo trasparente e chiaro, ad un certo punto è partita la gara della sottomissione non si sa di cosa e non si sa a chi. Se mi è permessa un po’ di cattiveria, mi è sembrato un misto tra un passaparola (“ma tu non lo mandi il CV?”) e il “votantonio” di Totò.

Ma è così che cambiamo le regole in un paese che ha dei processi poco trasparenti e per di più per delle posizioni che dovrebbero proprio tutelare il rispetto delle leggi e della trasparenza? Abbiamo fatto male quello che si poteva fare male.

Morale

La rete è una cosa seria, un’opportunità straordinaria per il nostro paese. Ma se vogliamo che non sia strumentalizzata o peggio ignorata in quanto poco significativa o squalificata, dobbiamo essere innanzi tutto noi “netizen” ad animarla e viverla in modo maturo e responsabile, evitando proprio tutte quelle patologie che stanno portando il nostro sistema politico alla sfascio: superficialità, poca trasparenza, strumentalizzazioni, …

È un dovere di tutti coloro che dicono di volere bene alla rete e di tenere al suo sviluppo. Altrimenti, volenti o nolenti, magari in buona fede, non facciamo altro che sprecare l’ennesima occasione di sviluppo per il nostro paese.

P.S.: Non esprimo pareri sugli eletti, perché ci tengo a non confondere i diversi piani del ragionamento. Qui volevo parlare di come “la rete” si è comportata. Avremo altre occasioni per parlare degli eletti.