Sto leggendo “What money can’t Buy”, di Michael Sandel. In particolare, sto leggendo il capitolo sugli incentivi. Sandel ricorda che tramite incentivi abbiamo trasformato qualunque cosa, anche ciò che andrebbe fatto per dovere, in azioni che hanno un mercato. Ricorda alcuni esempi, alcuni più divertenti altri realmente preoccupanti:
- Gli incentivi economici che vengono dati agli studenti in USA per farli studiare.
- Quelli dati agli obesi per farli dimagrire.
- Gli stessi “rights to pollute” che possono essere comprati e ceduti.
In sostanza, dice che proprio quelli che più li sostengono, i difensori del mercato libero dove tutto può essere comprato e venduto, dovrebbero invece combatterli perchè vanno proprio contro la logica del mercato che si autoregola. Sono in effetti distorsioni del libero mercato e un’allocazione non ottimale delle risorse. Inoltre, indeboliscono tutte le motivazioni etiche e morali: si fanno le cose non perchè giuste, ma perchè convenienti.
In effetti, se pensiamo ai tanti guasti, storture e al malaffare prodotti dalla gestione degli incentivi, mi viene da dire che dovrebbero esse ridotti al minimo. Le risorse rese disponibili dovrebbero essere usate per sviluppare servizi efficienti o per ridurre le tasse, liberando così risorse e rendendo la macchina pubblica più efficiente.
È un tema sul quale riflettere.











Non ho letto il libro, né le argomentazioni di Sandel, ma vorrei commentare (criticare) la descrizione degli incentivi come «distorsioni del libero mercato e un’allocazione non ottimale delle risorse», perché il principio che vi sta dietro mira proprio alla miglior allocazione attuata dalla “mano invisibile” del libero mercato.
Partendo dal tipico esempio delle quote CO2 (che non sono propriamente degli incentivi, ma funzionano come tali) il risparmio che si vuole ottenere come sistema viene effettuato laddove costa di meno all’impresa. In questa maniera, anziché imporre una legge che imponga un tetto di inquinamento per ciascuna fabbrica sul territorio, si impone un tetto massimo per l’intero sistema che internamente verrà distribuito dove i soldi per la riduzione delle emissioni hanno il massimo effetto (o la minor spesa a parità di effetto).
Quali sono le motivazioni addotte a motivazione della critica agli incentivi?
È proprio quello che contesta Sandal. Monetizzare tutte le transazioni è sbagliato moralmente e alla fine può rivelarsi antieconomico: è giusto che chi ha soldi per inquinare continui a farlo senza preoccuparsi di mettere in campo azioni per inquinare di meno? È economicamente conveniente a livello complessivo?
Credo siano temi sui quali quanto meno dovremmo riflettere in modo non convenzionale e “disruptive”. Il libro credo sia proprio da leggere. Anche se fosse solo per contestarne i contenuti.
Allora me lo cercherò e lo leggerò per curiosità. Grazie del consiglio.
I fautori del libero mercato, i liberali veri, non quelli alle vongole, sono effettivamente contrari ai sussidi e agli incentivi proprio per il motivo che dice sandal. E se da italiani ci fermiamo a riflettere, noi siamo un caso esemplare.
Facciamo un discorso terra terra.
Si comincia con l’educazione, buona o cattiva che sia dipende come al solito dai punti di vista.
Ai figli piccoli, si “regala” più affetto se hanno mangiato tutto senza fare capricci; ai figli studenti si elargiscono mance se sono promossi o anche se arrivano a casa con un bel voto; quando il figlio si laurea gli si regala la bicicletta o la Ferrari, dipende dallo status familiare; nel lavoro non si prevede una buona remunerazione, tanto poi c’è un extra. Tutti questi “premi” di varia natura non sono altro che benefit vissuti, sia da chi li elargisce che da chi li riceve, come incentivi a fare.
Perché meravigliarsi poi del mondo che funziona con gli incentivi?