Ho ricevuto una mail dopo il mio post di qualche giorno fa che nella sostanza mi diceva “Facile per te parlare, pontificare, spiegare cosa fare e cosa non fare, parlare di buoni sentimenti, filosofeggiare dei tuoi problemi sulla riva dell’oceano. Tu fai una bella vita, ora stai in California in vacanza, in Italia hai una bella posizione. Così sono capaci tutti. Pensa ad un operaio della ILVA di Taranto o un cassaintegrato o un senza lavoro. O un giovane che le ha provate tutte e che non trova uno sbocco, una speranza. Fossi in loro, ti fregherebbe qualcosa di tante belle parole e prediche?”
È vero. Ha ragione.
Quasi.
A caldo mi verrebbe da dirgli che anche io ero figlio di un immigrato, cassaintegrato. Anche io ho fatto sacrifici. Ho studiato e lavorato, onestamente. Quello che ho me lo sono costruito e guadagnato negli anni.
Ma questa sarebbe una risposta sbagliata. Sarebbe solo l’orgoglio ferito che vuole mettere i puntini sulle “i” e dare il fatto suo all’inopportuno critico. Il problema esiste. E indubbiamente merita una risposta diversa.
Una prima risposta potrebbe essere il silenzio. Non in segno di disprezzo, anzi. Oggi parliamo troppo e un po’ di sano silenzio non farebbe male. Quanto meno non usare della retorica vuota sarebbe segno di rispetto. Ma, ancora una volta, mi pare sarebbe una risposta che elude il nocciolo della questione.
Quelle parole, quel tipo di parole che spesso si leggono e si sentono dire, nascondono in parte la preoccupazione per il proprio presente e futuro. Ma in parte sono anche il segno di una rabbia profonda per quello che sta succedendo. C’è rabbia perché molti si sentono incolpevoli e impotenti: che c’entreranno mai tanti semplici cittadini con la crisi dell’Euro e dei debiti sovrani? O con la scarsa competitività del paese che fa scappare via industrie e investimenti? O con il crollo dei consumi che uccide posti di lavoro? O con la corruzione che mina il funzionamento dello stato e delle pubbliche amministrazioni.
A me pare che una possibile risposta debba articolarsi su due passaggi.
Ci sono sacrifici e cambiamenti che devono essere fatti. Il paese non può proseguire sulla strada sulla quale era incamminato. Certi tagli e certi processi di razionalizzazione sono inevitabili. Ovviamente, molti vivono i tagli come un colpo alla propria sicurezza economica e al proprio modo di vivere, soprattutto tra le fasce meno abbienti della popolazione: se elimino, per esempio, l’eccesso di forestali della Sicilia e della Calabria, faccio una azione meritoria dal punto di vista dei bilanci dello Stato, ma creo un problema sociale enorme. Ma nonostante questi problemi delicati e dolorosi, una azione di risanamento deve essere fatta, per necessità o per virtù. Non ci sono alternative. E non è vero che queste cose non ci riguardino: tutti siamo coinvolti, chi più chi meno.
Per poter però rendere accettabile questa azione di risanamento, credo sia vitale passare per tre momenti chiave. Il primo è una modulazione degli interventi che li renda socialmente sostenibili. Il secondo è una opera a sostegno della creazione di nuovi posti lavoro, agendo anche su quelle aree che rendono difficile creare il lavoro: la legalità, la trasparenza amministrativa, il “buon governo”. Il terzo è forse più importante consiste nel dare il buon esempio e rendere credibile un programma di cambiamento. Una classe dirigente seria non può chiedere sacrifici agli altri e non farli. Non può imporre tagli e rinunce ai più deboli e fragili, imponendo costi tutto sommato irrilevanti a chi più ha. Le parole “equità” e “solidarietà” non possono essere solo una sequenza di caratteri: devono essere visibili e concrete nei gesti, nelle azioni e nelle decisioni di chi ha responsabilità di governo o gestionali.
Qualche esempio:
- Non è accettabile che la politica non sappia tagliare i propri costi. Non interessa se quello che si taglia sia poco o tanto. È comunque il segnale che i sacrifici sono anche i loro. Le questioni delle province, delle società pubbliche, dei vitalizi magari incidono poco sui conti, ma devono essere affrontate per motivi di serietà e equità. Non ci sono e possono essere scuse. Sentire di escamotage, a destra come a sinistra, per salvare questo o quello non fa altro che aumentare a dismisura rabbia e frustrazione.
- Molti dicono che la patrimoniale non serve e anzi penalizzerebbe l’economia nel suo complesso e in prospettiva le entrate fiscali. Non sono un tecnico, posso immaginare sia così. Ma è anche vero che un segnale di partecipazione da parte delle classi più ricche del paese deve essere dato, non per il valore economico in sé, ma perché rappresenterebbe un segno di solidarietà e partecipazione di chi più ha verso chi ha meno. Ai tecnici trovare una soluzione praticabile, ma credo vada fatto.
- Se ci deve essere lotta all’evasione deve esserci per tutti. Per il gelataio che non rilascia lo scontrino e per chi esporta illegalmente capitali in Svizzera. Non ci possono essere due pesi e due misure. E i frutti della lotta all’evasione dovrebbero premiare, per esempio con una riduzione delle imposte, i più deboli che onestamente danno il loro contributo.
Non so se riesco a spiegarmi. Quello che voglio dire è che per battere la rabbia e la paura, per aiutare le fasce più deboli e esposte ai venti della crisi, per cercare di accompagnare il paese fuori da queste secche dobbiamo assolutamente offrire un segno di solidarietà, speranza, equità, giustizia che dia pace e conforto, e che segnali una volontà complessiva del paese di sostenere in modo condiviso i pesi di questa crisi.
Se non lo facessimo, daremmo spazio da un lato alla disperazione e alla rabbia e, dall’altro, al populismo e alla demagogia che ci stanno già seppellendo.











“O un giovane che le ha provate tutte e che non trova uno sbocco, una speranza.” …questo ero io. Me ne sono andato. L’Italia non e’ un paese per giovani. Se sei giovane e capace sei da sfruttare, non da far crescere dando man mano responsibilita’ e anche un ringraziamente, perche’ no, anche in forma pecuniaria. La dignita’ di dire mi compro una casa, faccio una famiglia… in Italia c’hanno tolto tutte queste speranze. Anche l’idea di fare impresa sfumi, appena ti rendi conto del mercato asettico e trincerato a cui ti trovi di fronte. Politica sia mai, accoltellato da quelli dai tuoi coetanei che ovviamente hanno gia’ imparato prima di te i trucchi del mestiere.
Mi viene da dire, andatevene tutti, giovani, letteralmente “a quel paese”. Come ho fatto io. Una parte di me dice restate… ma come ottenere i punti di cui parla Alfonso? Serve una classe politica per farlo… che non c’e’.
Come fare questa classe politica? Sia mai esca un altro partito alla stile Grillo. Servirebbe qualcosa come il Pirat Partei tedesco…
http://www.youtube.com/watch?v=3Ixl68QAhGw
guardatevelo con i sottotitoli, anche se come tedesco e’ orecchiabile
In Italia ovviamente il PP e’ finito in mano ai soliti marchettari, ed e’ morto. Pero’ c’e’ cmq spazio per quello che simboleggia il PP. Magari con un altro nome, un altro logo. Ma serve una forza giovane, che vada al governo in maniera democratica, e sappia guidare questo paese verso una svolta. Facendo per esempio tutte le riforme che ci aspettavamo da Monti, e che sono finite ancora una volta nel cassetto…
No, io in Italia non torno. Non voglio venir mantenuto dai miei. Purtroppo, anche fare politica e’ una cosa per ricchi… o mantenuti
L’Italia si sta da anni de-industrializzando. Dove prima c’erano capannoni e fabbriche, ora nascono centri commerciali e case che rimarranno, molto spesso, invendute per anni. Lo vedo qui al Nord, non oso pensare cosa sia il Sud, oggi.
Non è possibile che a Taranto si campi solo di ILVA e che si baratti un posto di lavoro con una leucemia o un cancro dei propri figli. Se hai una sola azienda che sfama tutta la comunità è il segno inequivocabile dell’assenza di qualsiasi forma di visione del futuro.
L’ILVA a Taranto come la FIAT a Pomigliano. La politica se ne frega e se ne fregherà dei cittadini che si devono svegliare e tornare ad occuparsi dei problemi comuni e non solo del proprio orticello casalingo.
Complimenti per la risposta, il pensiero generato e soprattutto per il self-control.
Caro Alfonso,
come sempre mi stupisce la tua capacità di andare un po’ più a fondo nelle cose. Sono d’accordo con quello che scrivi.
Aggiungo una cosa che vale per il tuo interlocutore e per tutti noi: la responsabilità per la situazione in cui siamo è innanzitutto per chi ci ha governato, almeno da 30 anni.
Ma per cambiare dobbiamo assumercene una tutta nostra, diventando migliori cittadini:
- miglior elettori
- migliori consumatori
- migliori contribuenti
La qualità della politica è correlata alla qualità della società
Nessuno, imho, è totalmente innocente. Il che non vuol dire che siamo tutti egualmente responsabili
Forse si sentono incolpevoli, ma non lo sono, non lo é nessuno. Se siamo in questa situazione le colpe sono di tutti. Chi piú, chi meno.
Riguardo alla patrimoniale, ovvero un ulteriore aumento del prelievo fiscale su immobili, conti correnti etc, andrebbe a colpire realisticamente i soliti “fessi”, i piccoli/medi risparmiatori, quelli che le tasse le hanno pagate sempre, gli stessi sui cui si é scaricato quasi totalmente (fatta eccezione per l’aumento dell’IVA) il peso del recente aumento del prelievo fiscale.
Mattia, ti capisco. Però credo che una strada vada trovata. Non posso pensare che si possano tassare solo i soliti noti.
Non vi è strada percorribile sino a che non si trova quella lastricata di certezze della pena.
Abbassare di almeno 5 punti, per cominciare, la tassazione di ogni scaglione attualmente previsto per l’irpef; contestualmente ogni evasore dovrà pagare lo Stato del triplo evaso, senza possibilità di sconti e/o transazioni scontando una pena minima di un anno di carcere per le evasioni minime e a salire. Niente sconti di buona condotta, niente patteggiamenti, niente ricorsi.
Dopo aver dato ampio risalto ai primi dieci condannati, sono quasi certo che gli evasori si ridurranno del 78-80%.
Chiunque, politico o politicante che proverà a reclamare o, peggio ancora, tenterà di far passare qualche emendamento cosiddetto garantista, sarà punito con pene pari al doppio del minimo previsto per l’evasore.
Ciò che deve essere eliminato è il falso garantismo, che in realtà garantisce solamente i soliti noti e i loro amici.
E’ una strada percorribile? Certamente!
Se non fosse che il popolo italiano, non solo ma stiamo parlando di casa nostra, mai appoggerebbe una legge in tal senso, per il solito semplice motivo: politici e politicanti, evasori e trafficoni, non sono altro che parte dello stesso popolo.
LA creazione di posti di lavoro passa per l’attrazione di capitali, che in questo momento volano ancora dall’occidente verso paesi dove la corruzione è molto diffusa, il rispetto della vita umana non c’è, non c’è neppure il rispetto della proprietà intellettuale ( se è un ostacolo) perchè si cercano altri “parametri”.
Questo spostamento verso est dei capitali c’è anche in paesi che sui fronti citati hanno lavorato molto bene, ma certamente si difendono meglio per una classe politica migliore, e quindi non hanno un mostruoso debito pregresso.
Buonasera Fuggetta, non ho il piacere di conoscerla, ma da quello che scrive mi sono fatto di lei l’idea di una persona ragionevole e rispettabile, una persona che usa toni moderati per rispondere e darsi delle risposte a questioni che, di getto, provocherebbero reazioni certamente meno pacate. Una persona che, pur se è vissuta al nord, custodisce dentro di sè i caratteri che contraddistinguono le sue origini appulo-lucane: la disincantata filantropia di chi è stato più bravo e fortunato di altri e che, per senso di giustizia verso sé stesso, si impone di restituire (con spirito di solidarietà) qualcosa a chi è stato meno bravo o meno fortunato di lui. Sarà il suo nome di battesimo ma, quando si lascia andare a riflessioni personali che raccoglie nella sezione “pensieri sparsi”, l’associo – benevolmente, beninteso – alla figura di Alfonso Maria de’ Liguori. Di tanto non me ne voglia.
Venendo al dunque, lei ritiene che “Quelle parole, quel tipo di parole che spesso si leggono e si sentono dire, nascondono in parte la preoccupazione per il proprio presente e futuro. Ma in parte sono anche il segno di una rabbia profonda per quello che sta succedendo.”. A mio avviso la rabbia a cui lei fa riferimento non deriva solo dalla preoccupazione della gente per il proprio futuro, ma dalla consapevolezza che, nel corso degli anni, si sono capovolti del tutto i valori della società italiana. C’è una intera generazione, quella nata verso la fine degli anni ’70, che è stata educata alla competitività sfrenata da genitori bombardati da suggestioni pubblicitarie di successo e rampantismo. Mentre nel nord-Europa (soprattutto in Germania dopo il crollo del muro di Berlino) si andava diffondendo fra le grandi imprese la cultura della “corporate social responsibility” con politiche di sicurezza del lavoro, di produttività ed insediamento nelle zone disagiate, premiate con aumenti di volumi di acquisto dai consumatori e con reimpiego dei profitti nelle stesse industrie, da noi (mentre lavoratori e loro familiari morivano di cancro) gli imprenditori facevano a gara a sfoggiare potenti versioni di fuoristrada nei luoghi turistici più di grido ed i giornalisti si contendevano le loro interviste condite di originali “inglesismi” (che venivano pubblicate nelle sezioni “top”, “vip”, etc., con a margine il tipo e la marca di auto, il tipo e la marca di orologio, il tipo e la marca delle scarpe ed il tipo e la marca della penna stilografica). The italian way if life! Sarebbe interessante fare oggi una retrospettiva su tutti questi personaggi che hanno avuto il privilegio di apparire su importanti quotidiani economici, per vedere che fine hanno fatto loro, le loro aziende ed i loro dipendenti: spazzati via dagli effetti della globalizzazione. I loro figli, quelli nati verso la fine degli anni ’70 e che ora sono trentenni, sono quelli che hanno conseguito un titolo di studio durante gli anni in cui le Università erano dei “Laureifici” ed ora si trastullano a casa di papà con twitter e l’ultimo modello di smartphone per scrivere (con l’hashtag, naturalmente) che si sentono – ironia della sorte – la “generazione perduta”: solo il pensiero di vederli “classe dirigente” al posto dei loro padri (e con il loro background) mi fa venire l’orticaria.
Lei si chiede: “C’è rabbia perché molti si sentono incolpevoli e impotenti: che c’entreranno mai tanti semplici cittadini con la crisi dell’Euro e dei debiti sovrani? O con la scarsa competitività del paese che fa scappare via industrie e investimenti? O con il crollo dei consumi che uccide posti di lavoro? O con la corruzione che mina il funzionamento dello stato e delle pubbliche amministrazioni?”. Come se lo chiede lei, se lo chiedono anche loro e la risposta che si danno, in modo meno pacato e più diretto, è che in tutti questi anni lo Stato-Apparato si è ingigantito a dismisura per preservare, con nomine politiche, elargizioni di contributi e spoils system, la partitocrazia. Solo nei periodi di difficoltà (mi verrebbe da dire: nei periodi di guerra) il popolo comprende che la democrazia – quella vera, quella diretta – è qualcosa di diverso. La novità di questa situazione è che anche il ceto medio ora accusa i morsi della crisi; la gente deve darsi delle priorità per la spesa familiare, per cui tutto ciò che non è bene di prima necessità (prodotto o servizio che sia) inizia ad essere tralasciato (con effetti devastanti per una economia di trasformazione come la nostra e per territori già tradizionalmente penalizzati).
La variabile indipendente che ne deriva, in questo nuovo precario equilibrio sociale, è che questo ceto medio (composto da intellettuali moderati che le cause del dissesto le conoscono) sta iniziando a capire che, per liberarsi da questo Stato inefficiente ed opprimente, deve iniziare ad operare, sul territorio ed anche all’estero, come i carbonari del Risorgimento, chiedendo aiuto a veri Stati democratici in grado di smantellare una volta per tutte il sistema di clientele su cui si fonda la pubblica amministrazione italiana.
Recitare il ruolo della vittima è molto facile e sovente paga, così come appaga il ruolo di strenuo difensore delle vittime.
Attenzione, ho detto più volte, anche in questa sede, che nessuno nega o può permettersi di negare l’esistenza di una crisi dell’occupazione però…
Però mi farebbe piacere che i dati forniti dall’Istat, ad esempio, di 2,8 milioni di disoccupati venissero ben esplicitati nella loro composizione.
Detto ciò, l’altro giorno, un imprenditore bresciano o bergamasco non ricordo, in una intervista televisiva ha dichiarato che da mesi è alla ricerca di 13 operai, anche da formare, da assumere a tempo indeterminato; non riesce a trovarli. Questo si aggiunge ai tre fornai vanamente cercati, mensile netto minimo 2.500 Euro.
Circa un mese fa, sull’inserto di economia del Corriere, è stata pubblicata una tabella in cui venivano evidenziati il numero e le figure professionali ricercate a cui non era stata data risposta o la risposta non era rispondente ai requisiti richiesti.
Si parlava di laureati in varie discipline, tecnici, operai specializzati, semplici impiegati, ricercati da multinazionali, piccole e medie aziende, anche banche.
Ebbene, il numero totale di questi posti da occupare, veniva stimato in circa 80mila, dico ottantamila.
Ottantamila sono una goccia nel mare, non dimentichiamoci però che anche l’oceano è formato da tante piccole gocce.
Per il resto, siamo tutti economisti, politologi e allenatori di calcio, però condivido il pensiero secondo cui il sistema deve iniziare a dare il buon esempio.
Però, non ci sarà mai ripresa se non prima aumenta il potere d’acquisto dei salari; il primo e unico volano per far aumentare la produzione quindi l’occupazione e via discorrendo.
Come? Come dicevo ognuno ha la sua ricetta, la mia l’ho esternata diverse volte e, ovviamente, vale meno dell’energia generata dalla pressione dei tasti per scrivere queste cose; abbiamo al Governo fior di tecnici economisti e non, dovrei essere tranquillo. Invece no, sono dannatamente preoccupato.
Riesce a spiegarsi benissimo, prof. Il problema sta nel trasformare le parole in fatti.
Che fare? Direi: andarsene.
Per aggiungere qualche parola -malgrado non siano gradite -ma siamo in un blog, e volendo cimentarsi nel solito esercizio, direi: valorizzare il lavoro dipendente e sgonfiare pesantemente il mercato immobiliare.
E se non funziona si inizierà a Russificare l’Italia vendendo massicciamente beni Statali per pagare i debiti, a quel punto sarebbe già default in fase avanzata con caos e Paese alla mercé di Americani, ma al “Gino” medio senza stipendio di questo già gli frega meno.
Tutto fuorché aspettarsi qualcosa dalla politica. La politica, cari, dimenticatevela. Fate come se non esistesse , vista l’inefficacia con la quale hanno gestito la crisi di debito di un Paese con un PIL 10 volte inferiore a quello della Germania e 6 volte a quello dell’Italia .
Per non parlare del fatto che si sono illusi di questa “tigre” mediterranea che ha sempre campato -diciamolo- di turismo estivo, pecore, ed export di taramasalata.
Piantavano finti alberi da mostrare agli ispettori UE che passavano in elicottero per mostrargli come avevano usato i fondi di sostegno per le piantagioni di ulivi.
Ma suvvia.
Cio’ che e’ descritto in questo post, ha un termine preciso..Politica, con la P maiuscola, cosa che di questi tempi in italia semplicememte non esiste….
L’associare la tua passeggiata sulla spiaggia e le riflessioni conseguenti alla crisi ed alla povertà è una forzatura e uno spostamento dell’attenzione, direi disonesto intellettualmente. Il fatto che tu sia in California per una breve vacanza non ha nessuna relazione con i problemi dell’Italia. Io che ho una storia simile alla tua, figlio di un operaio (cassaintegrato) e di una donna delle pulizie, ho un fratello oculista (chirurgo) e godo io stesso di un reddito medio, quello che ho ritengo di essermelo guadagnato da solo, onestamente e pagando le tasse fino all’ultimo centesimo. Ho rischiato e rischio ancora. Questo mini-sogno italiano è l’unico valore da conservare e rafforzare, il duro lavoro e il merito DEVONO portare all’emancipazione sociale, indipendentemente dalla linea di partenza. Su queste basi e non dimenticando che noi figli di operai oggi in condizioni migliori dei padri, se dobbiamo ringraziare qualcuno, dobbiamo ringraziare sia operai tenaci ed onesti che imprenditori illuminati, porrei la questione delle nuove generazioni. Il resto è uno sterile lamento e un’inutile ricerca dei colpevoli. Tutto quello che ostacola il mini-sogno va rimosso con decisione, se posso semplificare sia l’Italia dei furbi che la gigantesca spesa pubblica. Sono entrambi nemici della meritocrazia e dell’impegno. Io a breve vado in montagna in Italia e mi capiterà di riflettere (per fortuna) sulla vita e sul mio futuro, guardando dei meravigliosi paesaggi, è un “lusso” alla portata di tutti che consiglio vivamente di praticare in modo smodato, si può fare anche in una stanza e per fortuna non serve minimamente essere ricchi per farlo.
Probabilmente il commento più coerente con il post iniziale.
Io ho onestamente cercato di capire dove sia la “colpa” nel godersi alcuni giorni di ferie dopo un anno di lavoro, siano esse in California, in montagna o dietro casa come faccio io.
Tutta la risposta data dal dott. Fuggetta (assolutamente non dovuta e che io avrei evitato di fare, perchè sembra un volersi giustificare della sua condizione di persona che va in vacanza) secondo me verte su un ragionamento che con i problemi dell’Italia c’entra poco.
Mi pare c’entri molto invece con la crescente invidia sociale (e rabbia, quella si) che a volte, me ne accorgo, sembra creata ad arte.
Come se la colpa della perdita di lavoro di un operaio dell’Ilva dipendesse dal fatto che un operaio della Montedison va in vacanza una settimana con la famiglia dopo aver magari risparmiato un anno.
Mah.
Pienamente d’accordo sui tre punti, soprattutto sul secondo. In un paese che ha un patrimonio di 9 trillion ed un indebitamento di 2 è naturale pensare di mettere una tassa sui grandi patrimoni (> 1 mln). (e non mi riferisco certo al solo 5/6% sui capitali rientrati dalla Svizzera…).
Penso tuttavia che i tre punti non siano il punto di arrivo ma solo il punto di partenza per cercare di calmierare i mercati ed avere il tempo necessario per riformare il paese (produttività, fiscalità e giustizia).
Della produttività se ne dovranno occupare gli illuminati imprenditori italiani, della fiscalità e della giustizia gli illuminati politici italiani.
L’assistenza dell’ESFS/ESM è infatti ancora lontana ed i fondi attualmente sono insufficienti (considerando una necessità di funding per Spagna/Italia di almeno 700 bln in due anni).
Ma almeno quei tre punti ci potrebbero farci sopravvivere fino alle elezioni tedesche (Settembre 2013) ed alla ricapitalizzazione dei fondi salvastati con l’obiettivo di riuscire poi a fare le riforme più importanti nei successivi due anni.
Illuminazione permettendo.