Saperi e conoscenza

Nello scorso mese di dicembre si è tenuto a Milano un interessante convegno a cui hanno preso parte tra gli altri Fiorello Cortiana, senatore dei Verdi, e Stefano Rodotà, presidente dell’autorità garante per la privacy. Il tema del convegno era “Condividi la conoscenza: nuovi commons, nuovi diritti”. Si è parlato, in particolare, dei problemi legati al controllo della conoscenza, al diritto di autore, ai brevetti e, in generale, di come le normative e le prassi che tutelano le diverse forme di produzione intellettuale stiano influenzando lo sviluppo economico e sociale del pianeta.

L’intervento centrale del convegno è stato offerto da Lawrence Lessig, professore alla Law School di Stanford. Lessig è autore di diversi saggi sul tema della diffusione della conoscenza, dei meccanismi di controllo dei saperi e delle problematiche legali collegate alla società dell’informazione. Ed è in particolare autore di un sistema di licenze, denominato “creative commons”, che ha definito un nuovo modo per condividere in modo aperto opere creative nel rispetto dei diritti dell’autore.

Dalla discussione sono emersi alcuni temi e prese di posizione che nel loro complesso appaiono condivisibili, ma bisognose di molti approfondimenti. Ciò traspare molto chiaramente se si esamina la dichiarazione sottoscritta dagli organizzatori dell’incontro. In essa si afferma che è necessario definire un nuovo sistema di valori che permetta un diffuso e libero scambio di conoscenze e saperi. Detto in questi termini, credo che pochi dissentirebbero. La vera questione è come declinare queste posizioni di principio con regole e procedure che siano in grado di tutelare tutte le diversi componenti in gioco. Vediamo alcuni esempi.

Il problema dello scambio dati tramite sistemi pear to pear (p2p),quali Napster, occupa le pagine dei giornali da anni. Molti sostengono che limitare l’uso di sistemi p2p è un freno all’innovazione e allo scambio di informazioni e conoscenze. Sul fronte opposto delle case editrici (per esempio, i discografici), la sola citazione del termine “p2p” provoca una reazione fortissima. Si tratta di un tipico caso in cui prevalgono posizioni estreme e ugualmente inaccettabili. Non è possibile vietare o limitare uno strumento di condivisione delle informazioni solo perché potrebbe essere utilizzato in modo contrario alla legge. Perché per evitare crimini ben peggiori non si vieta l’acquisto e il possesso di armi? Non è forse vero che possono essere utilizzate per compiere delitti o violare la legge in modi infinitamente più gravi di quanto potrebbe fare un giovane che scarica file mp3 pirata?

D’altro canto, gli autori hanno il diritto di vedere tutelati i propri diritti. Lo diceva al convegno un musicista come Mauro Pagani. Io stesso, come autore di alcuni libri, mi irrito profondamente quando li vedo fotocopiati in mano agli studenti. Non tanto perché gli studenti li usano senza “pagarmi i diritti d’autore”: è un fatto che potrei accettare in nome della diffusione della conoscenza. Ma perché in realtà la diffusione di materiale pirata (in questo caso libri) alimenta e sostiene un mercato illegale parallelo, dove c’è chi guadagna (per esempio alcune copisterie), sfruttando il lavoro degli autori. Non sono quindi accettabili né il controllo estremo che forti interessi economici e alcuni governi vorrebbero imporre per eliminare il problema in modo illiberale e semplicistico, né quella sorta di ingenua e superficiale posizione di chi non vuole comprendere (o fa finta di non capire) i legittimi diritti di chi produce un’opera creativa.

Un secondo esempio di problema che è spesso affrontato in modo superficiale è quello degli standard e dei formati aperti. Essi sono il veicolo essenziale per garantire l’interoperabilità dei prodotti e la possibilità di una reale competizione sul mercato. Grazie a standard come GSM e il protocollo TCP/IP è possibile godere dei vantaggi derivanti dallo sviluppo della telefonia cellulare e di Internet. Allo stesso modo, l’enorme quantità di informazioni memorizzate nei computer di tutto il mondo non deve essere controllata da pochi produttori di tecnologie in grado di “forzare” l’utilizzo dei propri prodotti attraverso l’adozione di formati proprietari. È quindi assolutamente legittima e doverosa la posizione di chi sostiene che devono esistere formati e standard aperti. D’altro canto, non ha senso richiedere che il software sia sempre libero e i formati necessariamente solo aperti. Ciò che importa è che il software sia conforme a open standard e questo è ottenibile anche senza che il codice sia libero. In secondo luogo, si possono anche utilizzare formati proprietari che ottimizzano prestazioni e comodità d’uso, purchè sia sempre possibile accedere o trasformare i dati anche in un formato aperto. Non ha senso quindi ignorare il problema, né considerarlo solo in alcuni specifici casi, magari eclatanti e un po’ di moda. Molti lamentano che il formato dei documenti Microsoft è proprietario e questo fatto costituisce un controllo monopolistico delle informazioni. Ma non si accorgono che questo è vero anche per le basi di dati (non Microsoft) che contengono molti dati sensibili delle pubbliche amministrazioni italiane e delle più grandi imprese e istituzioni finanziarie. La conseguenza di questo strabismo è la formulazione di misure, proposte di legge o mozioni che affrontano solo una parte del problema e contrastano solo alcune aziende che per un qualunque motivo sono più visibili alla pubblica opinione.

Un terzo e più controverso problema è quello dei brevetti software. È infatti indubbio che nel corso degli ultimi anni il brevetto si è via via trasformato da strumento di tutela della creatività e di stimolo all’innovazione, in arma commerciale. Definendo un numero straordinariamente crescente di brevetti, un’azienda è in grado quanto meno di tenere bloccati i competitor in estenuanti battaglie legali. Il brevetto, cioè, è divenuto troppo spesso uno strumento per bloccare o limitare l’innovazione, piuttosto che per promuoverla. D’altro canto, è anche vero che le motivazioni originarie alla base del concetto di brevetto non sono scomparse. Ne sanno qualcosa gli imprenditori alle prese con la concorrenza a volta scorretta dei produttori cinesi e del sud-est asiatico. Nel caso del software, troppo spesso si brevetta (o si vorrebbe brevettare) l’ovvio o principi di carattere generale. Il caso del “one click” di Amazon è da questo punto di vista esemplare. Allo stesso tempo, però, esistono alcune rare situazioni in cui il brevetto potrebbe essere anche ragionevole. Per esempio, lo spreadsheet è certamente l’invenzione originale di un singolo. Non è stato brevettato e ne hanno beneficiato prima Lotus e poi Microsoft. Se l’inventore avesse voluto farlo, perché negargliene la possibilità?

Un quarto importante tema è quello della trasmissione della conoscenza che nel caso del software, sarebbe resa possibile dall’accesso al codice sorgente. In realtà, gli aspetti critici della conoscenza presenti in un programma informatico non si trasmettono semplicemente guardando il codice. In particolare, la conoscenza di dominio o le informazioni sull’architettura di un sistema informatico non sono direttamente deducibili dal codice, ma richiedono invece la presenza di persone esperte che conoscano in modo approfondito il programma (sono loro che hanno e trasmettono la conoscenza!). Porzioni di codice sono utili (anzi indispensabili!) per imparare le tecniche di programmazione (per esempio, come creare una finestra o serializzare un oggetto). Ma questo è sempre stato vero sin dagli albori dell’informatica, anche quando non si parlava di codice libero o aperto e non esistevano licenze quali la GPL.

Esiste peraltro un tema, sollevato con autorevolezza e determinazione da Rodotà nell’intervento di chiusura del convegno, che è meno soggetto a posizioni controverse: la tutela della nostra privacy e libertà. Rodotà ha citato esempi nei quali la disponibilità di grandi quantità di dati può essere un motivo di limitazione e controllo della nostra libertà. Per esempio, associato al nuovo servizio di posta di Google vi è la richiesta da parte del colosso americano di raccogliere informazioni e analizzare il testo della mail per scopi commerciali o per controllare lo spam. Ciò porta alla creazione di enormi banche dati di informazioni personali che secondo il Patriot Act degli Stati Uniti potrebbero essere accedute dal governo statunitense per combattere il terrorismo internazionale. Si tratta di una misura francamente inaccettabile, senza alcuna possibilità di controllo e verifica dell’uso che verrebbe fatto di tale enorme massa di informazioni personali.

In generale, le questioni legate alla diffusione della conoscenza e al sapere libero hanno un’importanza vitale per lo sviluppo della nostra società e per garantire uno sviluppo solidale e armonioso non solo del nostro Paese o del mondo occidentale, ma dell’intero pianeta. È però venuto il momento di definire regole chiare e praticabili che tutelino i diritti di quelli che Cortiana chiama gli “stakeholders”, cioè di tutti coloro che sono a vario titolo interessati e coinvolti in questa decisiva e delicatissima questione.

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