So già cosa direbbero molti lettori di questo blog (specie studenti o neolaureati): perchè non si passa dalle parole ai fatti?

Professionisti IT, chi si strappa i capelli?: “Nel 2010 l’Italia avra’ bisogno di orde di sviluppatori e specialisti informatici che non ci saranno: negli anni a venire il paese paghera’ l’essere rimasto indietro. Gia’ oggi i costi sono altissimi”

(Via Punto Informatico.)

22 Responses to “Professionisti IT, chi si strappa i capelli?”

  1. Carmelo says:

    Appena lo ho letto stamattina su P.I. ho subito pensato di fare un salto sul blog..,Plaf! Eccoci qui, l’articolo non poteva mancare all’attenzione dell’autore del blog ( eheh! ). E’ tutto molto bello quello che si legge. Ma ne ho letti e sentiti di simili almeno decine di volte (per non esagerare con gli ordini di grandezza).
    Secondo lei Professore, avere dei CCNL di categoria aiuterebbe o sarebbe solo un inutile pretesa di specializzazione dei contratti?
    Immagino che avere un contratto nazionale tutto nostro non sia una stupida pretesa, magari darebbe chiarezza di ruoli e responsabilità oltre che qualche soldino in più a chi porta la professionalità di una formazione lunga (accademica o “sul campo”) all’interno del sistema economico in generale.
    Mi sbaglio?
    E’ il solito discorso di sempre?
    Speriamo che sia il solo il solito discorso di sempre, alla fine magari a furia di ripeterlo qualcosa succederà.

  2. Immagino che l’analisi sia vera. Mi soffermerei però sul fatto che le figure di innovatori che saranno necessarie nel 2010 non saranno necessariamente solo informatici, ma anche professionisti che sappiano coniugare le esigenze del mondo reale con le potenzialità offerte dalla tecnologia (anche informatica). Figure, insomma, che siano trasversali e che la Università italiana non riesce ancora a produrre, se non in poche eccezioni.

  3. Matteo Rota says:

    Non penso che ci sarò mai un contratto di categoria, in quanto non c’è rappresentanza sindacale.

    Inoltre personalmente non ne vedo nemmeno la necessità, in quanto si può fare riferimento a contratti esistenti.

    Se la situazione sta cambiando è solo perchè in questi ultimi anni il management non informatico ha migliorato la propria comprensione dell’informatica e delle possibilità di business che può offrire.
    Esami di informatica dovrebbero essere obbligatori in tutti i piani di studi. O forse lo sono già?

  4. gianca says:

    ho l’impressione che la questione sia affrontata dal lato sbagliato.
    Più che carenza di formazione, conoscenze, o di contratti, io vedo carenza di esperienze sul campo.

    Non è un problema di formazione in aula, di certificare o di formalizzare, ma di conoscenze pratiche che vengono dall’esperienza sul campo – cioè di knowhow. E questo manca perchè mancano investimenti su progetti, l’investimento sulla formazione viene dopo.

  5. Riccardo Merlani says:

    E’ vero il contrario, gli esperti di ICT devono partecipare a dei corsi di management che sono determinanti per dare un futuro alle tecnologie.
    Secondo me, ditemi se sbaglio, non bisogna prendere un manager “generico” e adattarlo all’ICT semplicemente con un corso, perchè non ne comprende l’essenza.
    Io in prima persona vorrei sensibilizzare tutti alla creazione di una formazione manageriale che parta dall’università e accolga le esigenze del mercato.
    Perchè il mercato ha bisogno si di braccia (come si legge nell’articolo) ma ha ancor maggior bisogno di IDEE e persone che le sappiano realizzare.

  6. Guido Serra says:

    Non avremo mai un contratto sindacale. Le realtà esistenti sono troppo piccole (dovessi dire ai miei clienti/datori di lavoro che sono in sciopero mi farebbero dito medio). Inoltre, nelle realtà enterprise, dove sarebbe fattibile fare un’organizzazione dei lavoratori, c’è troppa precarietà e non oso immaginare il risvolto che potrebbe avere uno sciopero. Manifestazioni a riguardo, ricordo solo quello dei dipendenti di Virglio/MATRIX (ora di Tin.IT)… soprannominata la rivolta delle tute “arancioni”. Inoltre c’è troppo protagonismo e poca coesione. Ciascuno preferisce “stare buono e non pensarci”…

    La vedo grigia.

    p.s. anche se ci fosse una regolarizzazione contrattuale della situazione… non so quale futuro potrebbe attenderci. Le aziende NON hanno voglia di spendere… sto partecipando come consulente a un bando per la PA e le cifre che vedo sono decisamente ridicole… non ci sarebbe modo di coprire i costi di struttura e gli stipendi di persone assunte a tempo indeterminato con un salario degno della loro professionalità. In Italia l’IT viene visto troppo come un “accessorio” invece che come un settore su cui investire… si preferisce dare paccate di soldi al marketing (parlo di _2_ ordini di grandezza differenti come cifre stanziate).

  7. Riccardo,
    è proprio come dici tu. Ancora più forte, se vuoi. C’è tutta una tematica del management che non può essere insegnata se non da chi ha un background tecnologico.
    Chi può spiegare come evolve il mercato del software? E come si organizza una azienda che deve sviluppare software? Può farlo chi non capisce come si fa software e non ha mai provato a farlo?

  8. gianca says:

    scusi prof, e scusa Riccardo

    ma l’oggetto principale dell’articolo non sono i managers. Parla innanzittutto di professionisti informatici, specialisti della tecnologia, ingegneri

    Poi va benissimo che i tecnici partecipino a corsi di management (io personalmente lo farò tra qualche mese), ma quello che contesto è la pretesa di formare innovatori tramite corsi di formazione. Prima di tutto servono buone esperienze su progetti difficili di una certa complessità, altrimenti anche i corsi di management ai tecnici non servono granchè.

  9. Guido Serra says:

    il problema, gianca, è che se non fai capire alle aziende che una determinata soluzione tecnologica può servire loro, non avrai mai i soldi per dare lavoro ai tecnici di cui sopra…

    …l’italia ha bisogno di IT, solo che oltre ai tecnici, non ha figure in grado di veicolare la tecnologia e integrarla nei processi aziendali

    l’imprenditore tipo, presente nei comuni della mia zona, non capisce minimamente l’importanza di un backup, di un firewall… figurati fargli capire l’inserimento di software e macchinari costruiti ad hoc per la sua catena produttiva

  10. gianca says:

    ma infatti, un conto è far capire questo alle aziende

    Altra cosa cosa è dire “visto che mancano professionalità specialistiche, allora formiamone di più” – come mi sembra dire l’articolo.

    cioè sono convinto che 5 anni di formazione al Poli sia già ampiamente sufficiente come formazione specialistica…. poi il resto della crescita professionale dipende in gran parte dal lavoro che uno trova

  11. Guido Serra says:

    Guarda… posso assicurarti che la formazione specialistica che ti danno al Poli è ben lontana da quella richiesta dal mondo del lavoro (mi riferisco al mondo del lavoro “on the edge”, non posso fare il nome dell’azienda in questo momento)… durante un recente colloquio mi sono sentito chiedere come manipolare un inode… o se ero in grado di fare la progettazione e la manutenzione di un’infrastruttura basata su xen.

    La facoltà di ingegneria copre la formazione progettuale a livello di sw… ma non mi risulta ci siano corsi di progettazione e sviluppo di infrastrutture basate su LDAP, cluster di calcolo, e sistemi di virtualizzazione.

    Poi magari mi sbaglio… visto che sono ancora impantanato su esami mnemonici del triennio… ma dai feedback che mi danno i miei colleghi che hanno finito il 3+2 la situazione pare essere questa…

    …spero di venir smentito. ;-)

  12. Guido,
    non sparare a casaccio, per favore.

  13. Guido,
    Guido, guarda quanto riportato nella presentazione del corso di Laurea in Ingegneria Informatica : http://www.inginf.polimi.it/didattica/corsi_di_studio/corso.php?id_nav=2956&aa=2006&k_cf=22&tipo_corso=1&k_corso_la=116

    C’è scritto “L’ingegnere informatico e` un tecnico in grado di effettuare … la progettazione di architetture e di sistemi informatici in rete”, oltre ad n altre attività.
    Alfonso/Guido.
    Quello che dirò è IMVHO, in quanto non ho più contatto con il mondo universitario, cosa di cui mi rammarico.
    E’ un opinione confutabilissima la mia, elaborta negli anni in cui ero studente.

    Penso che non sia corretto da parte dell’università puntare a far fare pratica su una o più architetture hw/sw specifiche.
    Si rischia che, quando l’architettura cambia gli studenti restino spiazzati e non abbiano gli strumenti per adattarsi alla nuova.
    Meglio che vengano forniti gli strumenti concettuali e le metodologie, più che recitata la favoletta del Bus XYZ o del protocollo CCNS.
    Come esempi, come casi pratici possono essere citati ed analizzati, ma costringere la gente ad impararne il mantra … non lo vedo utile.

    Chiediamoci anche una cosa semplice : il mondo del lavoro italiano richiede ‘orde di sviluppatori’ ?
    Ce ne sono già.
    Laureati, diplomati, anche persone con la terza media si propongono come sviluppatori, con diversi risultati.
    Tempo fa seppi addirittura di un ‘pellicciaio’ che aprì una società di consulenza informatica.
    Non so se è per questo ‘fenomeno’ che l’incentivo, se non vogliamo ridurci alla sola definizione di ‘paga’, è quello che è.
    Deludente.
    Come deludenti sono i risultati.
    Per crescere, evolvere, tenersi aggiornati servono soldi e sacrifici.
    Se non ci sono abbastanza soldi e non si ha la prospettiva del ROI del sacrificio, perchè darsi pena ?

    Molte aziende IT vogliono ma non danno.
    Non danno i mezzi nè i tempi per formarsi, e lasciamo perdere gli apprendistati e gli inserimenti che sono tutto meno che formazione.
    Il Training on the Job in Italia significa spesso ‘cerca di aprire occhi ed orecchie ed arrangiati a rubare il mestiere’, non è un percorso guidato per la crescita professionale.

    Vogliono le orde, ma il primo esempio di ‘orda’ che mi viene in mente è l’Orda d’Oro del Gran Khan Kublai, e non è un esempio storico positivo.

  14. Matteo Rota says:

    Tanto di quello che ho letto nei commenti qui sopra è vero.
    Però non dimenticate che i problemi esistono anche nelle professioni non IT e che non tutte le aziende sono uguali.

    Sono convinto che una persona onesta, disponibile, con una buona preparazione e che lavora con la giusta attenzione è in grado di trovare occasioni interessanti.

    Quindi non piangiamoci troppo addosso perchè la vita è dura anche per gli altri. Prendiamo atto ed andiamo avanti.

  15. Volevo fare due considerazioni:

    1. l’ingegnere non è un tecnico specializzato ossia non è l’operaio del futuro, ma è una mente piena di conoscenze tecnologiche e teoriche che lo portano a saper fare delle scelte ottime, in ogni circostanza. Per questo non è il tecnico che disegna una rete o che scrive un metodo perfetto (anche se lo farebbe benissimo) , ma è colui che ne segue il Design e la colloca in una idea di business e di sviluppo.
    2. E’ giusto quanto detto da Stefano, l’università non si deve fermare ad una tecnologia od una scelta particolare, deve dare gli strumenti per capirle e CREARLE di nuove o meglio ancora incentivare lo sviluppo delle stesse.

    Concludendo l’ingegnere deve essere formato ( e deve impegnarsi) ad essere quella persona che dirige da una parte gli imprenditori verso la tecnologia più adatta, dall’altra i “tecnici” verso la realizzazione Migliore delle medesime.

  16. Guido Serra says:

    …e qui verrò ucciso da Alfonso

    X Stefano e X Riccardo: venisse fatta la formazione che dite voi vi darei ragione. Il problema è che è tutto ridotto a uno studio puramente nozionistico e meccanico, e le parti più interessanti e importanti che voi stessi citate, non vengono supportate da un adeguata offerta formativa.

    Temevo fosse solo il Politecnico, invece pare che sia ovunque l’idea di fare esami a crocette e/o basati su esercizi meccanici e ripetitivi. Ci vedo ben poco di progettazione e metodologia in questo… anzi, ci vedo un nozionismo spinto che tra l’altro è molto lontano dal mondo del lavoro…

  17. Guido, non funziona così.
    C’è la formazione nella quale devi imparare concetti e nozioni. Ci sono i progetti (creditizzati) nei quali devi fare esperienza (e da noi gli studenti si lamentano perchè dicono che ne fanno troppi). C’è il tirocinio dove si fa pratica. Le tesi sono quasi tutte fatte su temi progettuali con aziende, tanto è vero che alle sessioni di laurea spesso ci lamentiamo che si fa troppa progettazione a scapito della ricerca.
    Io te lo dico e te lo ripeto. Non è come dici tu.

  18. Ho appena letto questo articolo che sega le gambe ai buoni propositi di investimento nella formazione promossi dal sottosegretario all’innovazione nella PA Magnolfi : http://www.datamanager.it/articoli.php?visibile=1&idricercato=20632

    AITech – Assinform ha più il polso di cosa combinano i dirigenti pubblici nella PA dei nostri politici.
    Disinvestono e peggiorano la qualità, nonostante la politica di portarsi il know-how in ‘casa’, laddove ‘casa’ è spiegato come :
    “Ma nella Pal il fenomeno più rilevante è che una quota crescente della domanda, giunta ormai al 43%, viene destinata a società di servizi informatici controllate dagli Enti stessi, cioè al mercato captive alimentato dal ricorso esponenziale agli affidamenti in house.”

    Un sistema chiuso, per quanto ne so, non evolve.

  19. maurizio says:

    Guido,
    leggendo anche il tuo blog mi sembra di capire che sei al 2/3° anno della laurea di primo livello e questo spiega un pò di malumore.
    Io la pensavo allo stesso modo, che l’università non mi avrebbe mai preparato abbastanza; col senno del poi (ho commesso il tuo stesso errore :D ) ti posso confermare che non è così.
    Forse noi studenti (ex ;) ) sbagliamo l’approccio..consideriamo il poli come una black box in cui entriamo da diplomati e usciamo super-formati; ma se nella scatola nera non ci mettiamo un pò del nostro, è dura…
    Tu hai anche la fortuna di essere tecnicamente molto competente, vedrai che questo fattore e la laurea porteranno assieme grandi risultati. In bocca al lupo!

  20. gianca says:

    riccardo, suvvia ….
    Quello che descrivi è il mondo delle meraviglie, è la teoria di come dovrebbero essere le cose.

    La dura realtà che vedo quotidianamente è che siamo manodopera specializzata, o poco di più

  21. Scusate ma vorrei rispondere con una poesia di Montale
    “Non chiederci la parola ”

    Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
    l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
    lo dichiari e risplenda come un croco
    perduto in mezzo a un polveroso prato.
    Ah l’uomo che se ne va sicuro,
    agli altri ed a se stesso amico,
    e l’ombra sua non cura
    che la canicola
    stampa sopra uno scalcinato muro!
    Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
    sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

    Codesto solo oggi possiamo dirti,
    ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”

    (Eugenio Montale)

    Credo che non necessiti di commenti.

  22. gianca says:

    boh… onestamente non mi intendo di poesie, è una mia carenza

    Invece l’articolo che ha sottoposto Stefano Grevi è quello che cercavo di spiegare: a furia di considerare l’IT come costo, diminuiscono anche investimenti ed esperienza nel settore..
    Poi hai voglia tu a fare i corsi per formare…….

    Questa sorta di schizofrenia tra tagliare risorse e gridare all’allarme che non bastano le risorse, mi fa pensare che sono stati sbagliati molti investimenti in IT

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