Piccolo non è sostenibile

Molto spesso, quando partecipo ad eventi o dibattiti sul tema dell’innovazione e dello sviluppo imprenditoriale del nostro paese, uso ripetere l’espressione “piccolo non è bello”. Uso questa espressione retoricamente per contrastare quello che è stato uno dei mantra degli scorsi decenni: “piccolo è bello”. Perché dico che piccolo non è bello?

Una azienda piccola ha molti vantaggi: è dinamica, veloce, agile. Indubbiamente l’essere piccoli ha costituito e tutt’ora può costituire un vantaggio rispetto ad aziende più grandi e, per questo motivo, spesso più rigide, più conservatrici, più lente nell’innovazione della propria offerta e nella capacità di far evolvere la propria struttura organizzativa e operativa.

Al tempo stesso, però, negli ultimi anni ci si accorge sempre più che per competere sui mercati, specialmente quelli internazionali, è necessario avere una struttura organizzativa e economico-finanziaria che non è più (o quasi mai) compatibile con piccole dimensioni. È necessario essere capitalizzati e avere risorse umane, organizzative e finanziarie compatibile e coerenti con la dimensione delle sfide che le imprese si trovano ad affrontare. Ecco perché dico che “piccolo non è bello”.

Spesso, questa mia affermazione viene contestata con due tipi di argomentazioni:

  1. Dicendo “piccolo non è bello” si attacca un larghissimo settore della nostra economia che è per l’appunto fatto da piccole e piccolissime imprese, spesso composte da poche persone. Non è possibile né socialmente sostenibile – mi si rimprovera – “dar addosso” ad un pezzo così rilevante del paese. Serve anzi sostenere questo pezzo di economia che soffre.
  2. Le aziende più dinamiche sono quelle piccole. In particolare, l’innovazione è spesso prodotta da startup che sono intrinsecamente e strutturalmente “piccole”. Come si può quindi promuovere l’innovazione, sostenere l’imprenditorialità innovativa (specialmente dei giovani) e al tempo stesso dire “piccolo non è bello”?
Si tratta di una contraddizione solo apparente.

“Piccolo è bello” come stato transitorio in un percorso di crescita. Tipicamente, è il caso delle startup. Esse nascono piccole, ma hanno come obiettivo la crescita. Se non crescessero, quasi certamente morirebbero, come spesso (fisiologicamente) accade. Oppure, “piccolo è bello” se il mercato e il contesto in cui opera l’azienda lo consentono (situazioni di nicchia, monopoli naturali, …). In generale, tuttavia, i fatti dimostrano che le aziende devono crescere. Non possono continuare ad operare come erano abituate a fare, per il semplice motivo che il mondo è cambiato e non c’è modo di riportare indietro le lancette dell’orologio. Né avrebbe senso farlo.

Certamente, dobbiamo “aiutare” le imprese piccole che fanno fatica. Ma il punto non è trovare protezioni e sussidi perché possano restare piccole, quanto sostenere il loro processo di crescita, di aggregazione, di merge & acquisition, di capitalizzazione, di innovazione, di costruzione di un capitale umano moderno. È così che si aiuta il “piccolo”, non certo costruendo riserve di caccia. Non si tratta di avere pregiudizi o malevolenza verso i piccoli. Si tratta di prendere atto che “il piccolo non regge, non ce la fa”, non per un giudizio estetico o per avversione culturale, ma perché questi sono i vincoli e le caratteristiche nelle quali le imprese si trovano ad operare oggi.

Per spiegare meglio questa mia posizione ho pensato che forse dovrei cambiare motto. Il tema non è essere più o meno “belli”, ma verificare se la propria struttura organizzativa e societaria sia più o meno sostenibile. Ecco, questo è li tema: “piccolo non è sostenibile”. Possiamo anche dire che il fatto ci rammarica, che sarebbe stato meglio non fosse così. Può essere. Ma è così. E l’unico modo serio per affrontare la questione è prenderne atto e agire in modo lungimirante e coerente per promuovere veramente lo sviluppo e la prosperità del nostro tessuto industriale.

One Comment

  1. piemme said:

    Concordo in toto con la sua analisi. Conosco il problema. Fino a qualche anno fa, far crescere una singola azienda era un problema; era preferibile aprire tante piccole aziende controllate.
    Ora è diverso. Piccolo non è più sinonimo di agile ma di fragile. Essere piccoli è penalizzante.
    Però mi chiedevo, c’è una soglia oltre la quale si smette di essere “piccoli”? C’è un criterio, come ad esempio il numero dei dipendenti, il fatturato, la capitalizzazione?
    Capisco che, scritta così, sia impossibile anche tentare una risposta. Ci sono troppi fattori e poi bisognerebbe definire piccolo rispetto a cosa, rispetto a che contesto. Per quella che è la sua esperienza, la sua conoscenza della dimensione delle imprese in Italia, si può tentare una risposta?

    02/02/2014
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