L’urgenza e la profondità del cambiamento

Sono a New York dopo una settimana a Pittsburgh e Cincinnati per lavoro. Tanti impegni, tanta fatica; molte soddisfazioni, tante sfide da affrontare, tante preoccupazioni per le difficoltà e la complessità dei problemi che ogni giorno si presentano. Ovviamente leggo le notizie via Internet, su Twitter, sui blog, sui siti di notizie. E non riesco a non cogliere un senso di inadeguatezza e di debolezza profonda che mi pare attraversare il paese e me stesso. Ho la paura, il terrore, che non ci rendiamo conto della profondità dei problemi e delle sfide che dobbiamo affrontare se vogliamo garantire uno sviluppo al nostro paese e un futuro ai nostri figli.

Non capiamo che dobbiamo radicalmente cambiare il nostro modo di vivere e tantissimi aspetti della vita economica e sociale del paese. Dobbiamo radicalmente trasformare il nostro sistema produttivo. Dobbiamo radicalmente cambiare il rapporto tra cittadini e cosa pubblica e dobbiamo cambiare radicalmente la macchina pubblica. E dobbiamo radicalmente cambiare noi. Sembrano banalità, cose ovvie, e certamente lo sono, le ripetiamo da anni. 

In realtà troppe volte, nella pancia se non nella testa, pensiamo che i problemi che viviamo siano tutto sommato gestibili: è sempre stato così, è il nostro paese, il nostro modo di fare, andremo avanti comunque. Ma chi vive il confronto con gli altri paesi, chi sperimenta il gap che ci separa con altre culture, non necessariamente occidentali e anglosassoni, chi vede come gli altri paesi si muovono – magari in modo caotico e contraddittorio – capisce quanto sia terrificante il pantano nel quale viviamo da anni.

Non basta proclamare qualche buzzword più o meno di moda come startup o open data per cambiare il tessuto industriale e la macchina pubblica. Tutti lo sanno, ma spesso viviamo in una sorta di illusione fanciullesca che con qualche azione simbolica il “corpaccione molle seguirà”. Non è così, non sarà mai così. Serve tanto coraggio, tanto disinteresse e tanta sincerità per dire che il paese così com’è non andrà avanti: se va bene arrancherà. Dobbiamo cambiare radicalmente l’approccio che abbiamo ai problemi, riscoprire il senso della “produzione di valore” e non solo della sua “ridistribuzione”. Dobbiamo capire che l’assistenza deve esserci solo per quelli che veramente hanno bisogno di essere assistiti. Dobbiamo capire che non serve proteggere allo spasimo le idee e pratiche vecchie, ma avere il coraggio di costruire quelle nuove, perché le vecchie moriranno comunque prima o poi. Dobbiamo capire che non è con la retorica del “siamo un popolo di buoni” che salveremo un paese fatto in realtà da tanti piccoli egoismi, ma che serve un sacrificio e un cambiamento diffuso e profondo al quale non siamo né abituati né disposti. Dobbiamo capire che la competizione e la concorrenza non sono “cose brutte”, ma pratiche che sconvolgono in modo benefico il nostro modo di “fare business”. Dobbiamo capire che le competenze non sono un “di cui”, né una moda, né un fatto “strumentale ed accessorio”: non siamo capaci di risolvere i problemi in parte perché non vogliamo farlo, ma in larga misura perché non siamo capaci di farlo, non avendo troppo spesso gli strumenti culturali, tecnologici e professionali necessari (anche se non sufficienti!) per farlo.

Non bastano le risposte semplicistiche del giovanilismo o delle politiche di genere. Il problema non è essere giovani o vecchi né uomini o donne, né bianchi o neri. Il problema è essere competenti, onesti, responsabili, capaci di gestire processi complessi. Non basta proclamare in modo vuoto “uguaglianza” e “diritti per tutti”. Bisogna costruire le condizioni per le quali quelle parole siano fattibili e realizzabili, e non un inutile, vacuo e menzognero sfoggio di retorica. 

Non basta nemmeno lo snobismo e la puzza sotto al naso di tanti che banalizzano problemi o che non sono mai capaci di riconosce il piccolo passo in avanti. Siamo il paese dei benaltristi e dei semplicisti. E siamo anche un paese che ha poca onestà intellettuale, per cui la stessa cosa cambia di valore e di significato in funzione di chi la fa o dice, e non per la sua natura intrinseca. 

Non basta più fare i moralisti e i Savonarola, cercando il male e l’errore negli altri. Dobbiamo ricominciare a fare ciascuno per la propria parte un profondo e spietato esame di coscienza. Non esiste l’errore collettivo, né solo l’errore “dell’altro”. Esiste innanzi tutto l’errore mio. Ci lamentiamo dei nostri politici, ma essi sono lo specchio di questo paese, dei valori che prevalgono e fanno “audience”. Ci lamentiamo perché i problemi non vengono risolti, ma troppo spesso siamo noi per primi a chiedere cambiamenti negli altri ma non in noi stessi. Ci lamentiamo dei privilegi degli altri, ma quanti sono poi disposti a rinunciare ai propri? Siamo troppo spesso il popolo del “armiamoci e partite”, del “va fatto, ma non tocca certo a me”. Ovvio che ci siano quelli che per primi devono “muoversi” e fare la propria parte, ma nessuno è esente per principio.

A volte ho paura, a volte speranza, a volte entusiasmo, specialmente quando vedo i colleghi e tanti giovani che hanno voglia di fare e che con il loro sorriso e entusiasmo ti aprono il cuore. Ma non basta. Serve una coscienza collettiva nuova dei problemi e del profondo cambiamento che ci aspetta. Prego che prima o poi lo si capisca sul serio, non a chiacchiere, ma nel profondo della testa, del cuore e della pancia di ciascuno di noi. 

4 Comments

  1. Sono d’accordo al 90% con quello che hai scritto. Non concordo su “Dobbiamo ricominciare a fare ciascuno per la propria parte un profondo e spietato esame di coscienza. Non esiste l’errore collettivo, né solo l’errore “dell’altro”. Esiste innanzi tutto l’errore mio.”. Persone come me, te, …, ne potrei citare centinaia, avremo fatto, facciamo e faremo degli errori, senza dubbio, ma davvero avremmo privilegi a cui rinunciare? Intendiamoci, so che occupo una posizione in cui se volessi potrei darmi malato 200 giorni l’anno o non preparare mai una lezione come si deve e nessuno mi licenzierebbe, ma dato che in 10 anni ho fatto 0 ore di malattia e insegno con una cura maniacale, a che privilegio potrei rinunciare? Ed è un esempio, vale per tutto. Va bene non pensare che noi siamo buoni e gli altri cattivi, però, insomma, i cattivi che succhiano l’anima di questo Paese ci sono e io, te, mille altri, non siamo tra loro.

    22/02/2014
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  2. Renato Baietta said:

    E’ purtroppo vero, si esce (anche per poco) dall’ovile, e si scopre un altro mondo. “ma come? si può vivere anche così?” è la domanda che ci si rivolge. Difficile diviene il rientro all’ovile: si vede quà e là qualche perla, sì, ma senza uno sforzo collettivo coordinato, le perle sono destinate a rimanere isolate.

    23/02/2014
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  3. Andrea Bonarini said:

    Perfettamente d’accordo sul fare invece che lamentarsi. Forse e’ questo il punto nel nostro Paese: in molti sono abituati a lamentarsi invece di fare per tirarsi fuori. Ci sono motivi storici per questo, che han contribuito a formare un senso di impotenza diffuso per tutto quel che esce dal personale. Sul personale siamo bravi, e il fatto che non siamo ancora crollati nonostante sia venuta a mancare per decenni una responsabilita’ sensata di gestione del collettivo lo dimostra. Se invece si tratta del bene collettivo, allora nessuno di prende responsabilita’ (ma perche’ mettersi nei guai, crearsi nemici, ecc.?), e la nave, (quasi) qualunque nave procede senza nocchiero.
    Detto questo, da parecchi anni mi sono detto che di rivoluzioni con la pancia piena non se ne fanno (e fortunatamente l’abbiamo piena, noi, per ora), e che anche una dirigenza illuminata poco puo’ nei confronti di un sistema che tende a mantenere il suo punto di equilibrio. Credo che l’unico modo per cambiare qualcosa sia contribuire a spostare gli equilibri della base, lavorando, come fanno quelli che han scritto finora, e avendo in mente l’obiettivo. Il sistema, i sistemi interagenti, hanno inerzia e per spostarli dal punto di equilibrio raggiunto occorre una botta forte (ma abbiam visto che resistono bene, abbiamo ancora la pancia piena dopo la “crisi”), o uno spostamento graduale, fatto di piccoli passi, fatti da tanti. Vedo piccoli, bei segnali in questa direzione, almeno qui da noi a Milano, nonostante tutto. Piccolissima cosa rispetto a quello che succede nel Mondo, dove (davvero o come percezione indotta) c’e’ gente che non ha la pancia piena, ma forse non riusciamo a far di piu’… e almeno teniamoci questo.
    Tante gocce fanno un fiume, ma anche una sola contribuisce a creare una via.

    23/02/2014
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  4. antonello maina said:

    Tutte le mattine scendo dal treno a Lambrate ed imbocco la solita strada per raggiungere il Politecnico. Sulla strada ho dei clienti fissi: il giornalaio ed alcuni signori a cui lascio almeno una volta la settimana a chi un ticket a chi un euro. questa mattina sono stato fermato da una gentilissima vecchietta che in perfetto italiano (ed accento milanese) mi ha chiesto un piccolo contributo in moneta, in alternativa accettava anche ticket. sono rimasto fermo imbambolato ed ho risposto con un frettoloso no e sono andato via, sarebbe meglio dire dire scappato (vigliaccamente) via. poi, mentre camminavo, ho fatto delle riflessioni sul nostro vivere. chi mi ha chiesto aiuto non è stato il solito extracomunitario o venditore abusivo ma una persona che all’apparenza non aveva bisogno; quella persona come ha fatto a trovare il coraggio di fermare uno sconosciuto e chiedere l’elemosina (perchè di questo si tratta)? posso solo pensare ad una risposta: la disperazione. Noi ci nascondiamo dietro una qualunque giustificazione pur di non vedere la realtà del nostro vivere, ed i nostri rappresentanti (senza distinzione di colore o di esperienza governativa) continuano nel girare in tondo intorno la tavolo (immagine di Noschese memoria). Noto che chiunque è fuori dal baratro tende a spazzare via ogni piccola goccia di carità, ergendo delle barriere tra noi ed il prossimo, invece dovremmo lavarci bene la faccia la mattina e togliere le nostre incrostazioni di egoismo dagli occhi per aprirci verso gli altri.

    24/02/2014
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