Sull’innovazione tante chiacchiere, poche esperienze, scarsa memoria

Sull’innovazione tante chiacchiere, poche esperienze, scarsa memoriaUntitled Blog Post Name

Ho iniziato ad occuparmi di innovazione e ricerca ancora prima di laurearmi, nel 1979, al secondo anno di università. Iniziai a lavorare con alcuni prof del Poli nello sviluppo di un compilatore. Poi, anche per aiutare mio papà cassaintegrato, iniziai a lavorare in una società di consulenza già prima di laurearmi. Feci il militare nel Corpo Tecnico e quando ricominciai a lavorare nel 1984 mi occupai di database: lavoravamo per l’Olivetti che allora sviluppava database per la Linea 1 (!). Feci il primo viaggio all’estero della mia vita andando a Cupertino: un sogno. Nel 1988 venni assunto dal CEFRIEL e un paio di anni dopo divenni professore.

Nel 1995 ci fu un fatto importante nella mia esperienza professionale. Iniziai a fare progetti con le amministrazioni pubbliche e con l’AIPA di Guido Rey. Con il CEFRIEL partecipammo allo studio di visione per il fisco telematico. Personalmente, lavorai al primo capitolato di gara per sistemi informativi della PA: Ministero della Pubblica Istruzione, una gara da centinaia di miliardi di vecchie Lire. Fu il primo caso nel quale si iniziò a parlare di servizi invece che di time and material. Inoltre, anziché dare direttamente la commessa all’allora Finsiel si fece una gara (che vinse EDS). Fu un cambio epocale. Poi collaborai con vari ministeri, Lavoro e Salute in particolare. Era il periodo di Bassanini coadiuvato da Sandro Osnaghi. Impostarono e lanciarono in quel periodo un sacco di lavoro. Poi arrivò Stanca, colore politico diverso, ministro dell’Innovazione. Fece molte cose, non tutte ottimali, ma le fece: il CAD, SPC, legge sull’accessibilità, direttive sull’open source. Il paese era in moto, traballante ma in moto.

Si potrà dire che si fecero errori? Certamente, molti, ma “qualcosa si mosse”. Con oscillazioni e sbandamenti, la grande nave aveva preso il mare. Quali erano secondo me le parole chiave? Competenze e responsabilità precise. C’erano persone che ne capivano (quanto meno non erano totalmente ignoranti in materia) e avevano una mission e una focalizzazione forte: rompere le scatole, intervenire, spingere in tutti i modi il corpaccione molle dello stato, refrattario a qualunque cambiamento, ad innovare.

Alla fine di quel periodo, prima delle elezioni del 2006, io stesso fui uno di quelli che (sciaguratamente) disse che non serviva un ministero dell’innovazione perché “tutti devono fare innovazione”. Ricordo un convegno a Roma organizzato da Roberto Masiero di IDC all’Hotel Sheraton, presenti Lucio Stanca e Linda Lanzillotta, dove riaffermai con forza questa posizione.

Mi sbagliavo. E credo che allo stesso modo in molti si sbaglino ora, anche perché forse non sanno o non ricordano quello che è successo negli scorsi venti anni.

Purtroppo, per l’innovazione gli ultimi dieci anni sono stati un disastro. Incompetenti che hanno impazzato per ogni dove. Ministri di tutti i colori che hanno detto di occuparsene e quando è andata bene hanno messo tornelli ai ministeri. Amministrazioni che hanno proceduto in ordine sparso senza guida né regia. Chiacchiere a vuoto su buzzword affascinanti quanto marginali come open source, open data, startup. Tutte cose degne per carità, ma equivalenti a somministrare tachipirina ad un malato di broncopolmonite acuta. 

Abbiamo vissuto di illusioni, incompetenza, totale mancanza di responsabilità e accountability. È da questo che dobbiamo partire per capire quello che è successo e, soprattutto, per cercare di definire che cosa abbia senso fare. 

Perché racconto queste cose?

Perché ho la sensazione che molti di quelli che discutono oggi di ricerca e di innovazione lo facciano in modo assolutamente teorico, con poche esperienze e scarsa memoria di quello che è successo in questo paese.

Adesso si critica Caio perché ha fatto poco. Vogliamo ricordare quello che è successo?

Ha operato per qualche mese (qualche mese, non secoli) facendo ripartire progetti importanti per il paese. Ha cercato di rimettere in sesto una governance dell’innovazione che non esisteva. Si è trovato di fronte a nomine e decisioni prese prima del suo arrivo e sulle quali nulla ha potuto.

Eppure … eppure qualcosa si è mosso. 

Ha iniziato a scegliere persone competenti. Ha adottato un metodo di lavoro nuovo. Ha dato una spinta a progetti importanti. In pochi mesi, anzi settimane (da ottobre a dicembre 2013), è stato fatto un sacco di lavoro.

Si dice che il suo rapporto sulle reti fosse inutile. Certo, sapevamo. Ricordo però che per mesi abbiamo assistito ad un confronto tra chi diceva che le reti non si sviluppavano abbastanza e che serviva quindi l’intervento pubblico (vedi CDP) e chi invece diceva che gli operatori non avevano bisogno di interventi pubblici e che tutto si stava sviluppando come doveva. Ricordo quando Bassanini ad un convegno in autunno disse: “va bene, visto che qui tutti dicono la loro, chiamiamo tre esperti e ci diano un parere pro veritate su questo tema”. Come dargli torto? Potevano lui o il governo decidere di investire miliardi di risparmi dei conti postali in una iniziativa così contrastata? Quando tempo “ha perso” Caio? Qualche settimana. È stato inutile? Forse, ma quanto meno ha tolto qualche alibi.

E poi?

E poi congresso del PD, cambi al vertice, … Come era prevedibile ed ovvio ci si è fermati, sperabilmente solo per fare un check alle gomme e all’olio per poi ripartire. Sarà così?

Adesso si dice che non serve un Ministro o un sottosegretario perché “tutti devono fare innovazione”, perché “serve una cultura di governo diversa”, perché la cosa è in capo direttamente al Presidente del Consiglio. Lo spero, ovviamente. Osservo che sono cose che si dicevano e dicevo io per primo dieci anni fa. Mi paiono osservazioni “teoriche” e di principio, proprio come quelle che facevo io e che, ahimè, hanno prodotto i frutti che vediamo.

Mi permetto quindi di chiedere: concretamente “che si fa”? In una azienda un amministratore delegato deve sicuramente occuparsi delle cose più importanti, ma guarda caso proprio su quelle costruisce la sua prima linea di dirigenti. Potrebbe mai un AD lavorare senza direttore amministrativo, direttore di produzione, direttore marketing, responsabile IT, …? Dire che “fa lui” è un segno di forza? Non c’è il rischio che non riesca a seguire tutto? 

Molti dicono che non servono gli esperti, che è inutile coinvolgere persone che poi non hanno potere. E quindi che facciamo? Lasciamo il campo a chi non ne capisce niente? Oppure corriamo il rischio e vediamo se riusciamo a spostare il carro di qualche centimetro? Preferiamo restare fermi a guardare le nuvole che passano e le stelle che brillano?

Certo che mettersi in gioco costa. Certo che si rischia di combinare poco. Ma quale sarebbe l’alternativa? Aspettare che per conversione spontanea un paese analogico magicamente diventi digitale? Delle due l’una: o ci sporchiamo le mani, sapendo che si rischia molto, ma che per il Paese si fa questo e altro, oppure pensiamo che non ci sia niente da fare e quindi tanto vale stare a criticare chi prova a fare qualcosa, scrivendo acuti commenti sul “second screen” intanto che si guarda Sanremo.

A me Sanremo non piace.

10 Comments

  1. Di questa storia mi ha colpito che lei abbia potuto (a seguito di grandi meriti, certamente) diventare professore così giovane. Oggi l’età media dei professori non si aggira attorno ai 50 (per gli associati) e 60 (per gli ordinari)? Non è lo stesso forse per molte altre professioni? E’ forse anche per questo che l’innovazione suona innaturale in questo triste paese?

    01/03/2014
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    • Alfonso Fuggetta said:

      Non direi. Nonostante le restrizioni, al Poli ci sono professori associati e ordinari più giovani. Certo, il blocco del turnover ha reso tutto molto molto più difficile.

      01/03/2014
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      • Allora credo siate messi meglio rispetto al Poli di Torino (quelle età media le ha dichiarate il nostro rettore a fine anno).

        02/03/2014
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  2. Mauro Meanti said:

    Alfonso sono tanto d’accordo quanto imbarazzato per il non sapere come fare a “sporcarsi le mani”. Mi sembra ci sia una distanza enorme tra noi e chi decide, oggi forse ancora più di ieri. Da che parte si comincia?

    01/03/2014
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    • Alfonso Fuggetta said:

      Hai ragione. Il mio commento era soprattutto rivolto a chi critica chi si lascia coinvolgere. Dal mio punto di vista, ringrazio Francesco Caio che mi ha coinvolto. Per il resto, cerco di dire la mia e di segnalare a tutti quelli che posso il mio pensiero e il mio contributo. Non molto lo so.

      01/03/2014
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  3. Ugo said:

    Grazie Alfonso, di questa analisi storica…ci si dimentica troppo spesso di adottare un sano pragmatismo nelle nostre valutazioni 😉

    02/03/2014
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  4. Nazzareno Prinzivalli said:

    Concordo in toto. E’ da anni che sostengo (e alcuni mesi fa ne ho fatto argomento di tesi) che per un reale cammino di innovazione nelle PA sia essenziale un ufficio dedicato dove convergano ICT e Organizzazione: nel senso di conoscenza della macchina amministrativa, del corpo normativo e dei propri asset informativi.
    Bene: su un piano più elevato, risulta altrettanto essenziale un ruolo dedicato -> un ufficio/persona che conosca la materia, la storia che l’ha contrassegnata, gi effetti sul sistema.
    Complimenti, Prof Fuggetta. Come sempre.

    02/03/2014
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  5. In vero problema, Alfonso, è che, dalla mia piccola finestra sul mondo, vedo solo immobilismo all’orizzonte e questo mi rattristra, mi rattrista parecchio.

    Ieri parlavo con un amico di politica e siamo finiti a fare un conto di quante persone conosciamo che lavorano all’estero, sono tante e molte di queste sono partite da ricercatori o lavorano in società che fanno ricerca (e implicitamente innovazione).

    Certo non possono esserci “ingegneri” in ogni posto in cui si prendono decisioni su questioni tecnologiche ma se ce ne fosse qualcuno di più!

    02/03/2014
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  6. Un breve racconto su come vengono applicate le innovazioni in Italia: ad Agosto 2013 parte il divieto di usare il fax per le PA; a fianco delle tante che si sono subito adeguate, ecco la sede locale di un Ministero (non si fanno nomi) che a tutt’oggi persevera a mandare fax, mi hanno confessato che continuano ad avere la PEC non collegata al protocollo, non rispondono alle mail (buona grazia che rispondono al telefono) e si prendono 60 gg. (sì, avete letto bene, 60) per rispondere alla richiesta di un parere….
    Mi chiedo…. ma dove pensiamo di andare?

    03/03/2014
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