Sui concorsi universitari

L’amico Paolo Colombo mi invita a commentare la notizia delle polemiche sui recenti concorsi nazionali universitari

Nell’ambito della controversa riforma Gelmini, il ministero della Pubblica istruzione aveva disposto una nuova procedura di abilitazione, introducendo la meritocrazia come principale criterio di valutazione. Questa avrebbe dovuto fondarsi su elementi trasparenti e oggettivi, definiti “bibliometrici”, forniti dalla produzione scientifica di ciascun candidato nei rispettivi curricula: cioè monografie, articoli o citazioni pubblicati da riviste specializzate. Ma successivamente sono stati inseriti criteri aggiuntivi, del tutto discrezionali, in forza dei quali le commissioni di valutazione hanno ribaltato le graduatorie, suscitando anche alcune interrogazioni parlamentari.

La pietra dello scandalo che ha consentito di modificare l’ordine di merito si chiama “sottosettorialità”. E già il termine, criptico e ambiguo, la dice lunga sulla sua pericolosità. Questo parametro variabile ha consentito alle commissioni di stabilire arbitrariamente quali lavori possono essere considerati “sottosettoriali”, e quindi di minor rilevanza o interesse, per correggere in negativo il giudizio sull’idoneità di questo o di quell’aspirante professore.

Fatto sta che molti candidati bocciati avevano ottenuto valori più alti di quelli promossi: per alcune discipline, la discriminazione ha toccato addirittura il 75%. E contemporaneamente è riemerso anche un vizio antico del nostro mondo accademico: i figli dei “baroni”, vale a dire dei cattedratici più anziani e autorevoli, sono risultati tutti idonei indipendentemente dal livello della loro produzione scientifica. Dall’illusione della meritocrazia, l’università italiana è ripiombata così nella realtà della parentopoli più abusata e brutale.

Paolo mi chiede: “I concorsi nazionali non dicevano servire ad affievolire clientele e nepotismo?”

Io ai concorsi nazionali non ho mai creduto. In generale, non si può imporre la virtù e la qualità: la si ottiene solo quando l’interessato ha interesse e/o voglia di ricercarla. Altrimenti qualunque altro meccanismo finisce per essere solo un pio desiderio o una finzione. 

Il punto è che con l’abilitazione nazionale le questioni di fondo continuano a non restare risolte. Perché una università scelga bene, deve avere un incentivo a farlo. L’unico incentivo possibile è la verifica di qualità e la risposta del mercato (cioè studenti e imprese). Bisogna far si che una università sia attrattiva per gli studenti e per le imprese, e riceva fondi in funzione della qualità che sa esprimere. Se così fosse, non avrebbe interesse ad assumere personale di bassa qualità, anzi varrebbe il contrario. Non per niente, nel sistema americano ogni università decide per conto suo e cerca, se vuole essere di qualità, di assumere i migliori.

Il passaggio da concorsi locali ad abilitazione nazionale non ha cambiato le dinamiche di fondo. Alla fine c’è pur sempre una commissione nominata dal sistema delle università in un contesto immutato. Le università continuano a essere valutate in modo scarsamente differenziante e quindi le condizioni di fondo non cambiano. Anzi, peggiorano. Almeno prima con i concorsi locali c’era una maggiore velocità. Adesso, come prevedevo, i problemi di fondo sono ancora lì e, per di più, i tempi sono diventati lunghissimi visto che la stessa commissione deve esaminare migliaia di CV.

Per cui l’unica vera soluzione è fatta di due passaggi:

  1. Ogni università scelga chi vuole.
  2. Si punti in modo forte a valutare la qualità dei risultati delle università, sia nella relazione con il mercato sia nell’assegnazione dei fondi pubblici.
Tutto il resto è solo un pannicello caldo per tranquillizzare i Savonarola di turno, senza cambiare nulla nel profondo della questione.

  

2 Comments

  1. Il mio sogno sarebbe un’università che compete per accaparrarsi i migliori candidati e offre stipendi e condizioni differenti. Oggi sembra un’utopia attrarre qualcuno da un paese non del terzo mondo e i dati sui vincitori di ERC Starting Grant che fuggono all’estero è allarmante. Chi può tenersi quest’Università se non chi rimane qui per via di genitori anziani, relazioni o pigrizia?

    02/03/2014
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  2. Il modello che proponi è quello americano, ma in Italia può essere adottato solo fra molto tempo e con il pugno di ferro. Non basterebbe che solo una o poche università l’adottassero. Nella transizione (auspicabile) che cosa proponi?

    09/04/2014
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