I lati problematici del web e di Internet

In questi giorni sono stati pubblicati alcuni articoli che sollevano temi e problemi seri sullo sviluppo del web e di Internet, e che richiedono una riflessione non banale e non immediata.

Il primo articolo, scritto da Ethan Zuckerman, un pioniere del web, discute quello che l’autore chiama il “peccato originale del web” e cioè il fatto di essere sì aperto, ma, proprio per questo basato “sostanzialmente” su modelli di business centrati sulla pubblicità. Ciò da un lato non sembra poter sostenere uno sviluppo ampio e credibile del mercato e, dall’altro, induce e stimola una rincorsa continua ed estrema alla profilazione e al controllo degli utenti, passaggio necessario per migliorare incessantemente la “qualità” del messaggio pubblicitario.

A questo articolo risponde Jeff Jarvis, un altro protagonista dello sviluppo del web e di Internet. Nel suo articolo, Jarvis dice sostanzialmente che ci possono essere modelli alternativi, ma in realtà propone più una sfida alla quale rispondere, che un chiaro percorso alternativo allo scenario evocato da Zuckerman.

Il tema esiste ed è complesso perché ci sono due spinte, entrambe legittime e importanti, che sembrano andare in direzioni opposte.

  • Da un lato, il valore del web come strumento aperto e inclusivo.
  • Dall’altro, il bisogno di trovare modelli di business che rendano possibile lo sviluppo di attività imprenditoriali sul web capaci di sostenersi e svilupparsi in un contesto aperto e non oligopolistico (o peggio monopolistico) come quello in un qualche modo indotto dal prevalere di grandi attori come Google o Facebook.

Per una coincidenza, proprio ieri leggevo un articolo che sottolineava un altro lato oscuro o quanto meno problematico del web. È una stimolante inchiesta del New York Times sull’impatto che ha la sharing economy sulla natura del lavoro. Il titolo dell’articolo è alquanto esplicativo:

In the Sharing Economy, Workers Find Both Freedom and Uncertainty

Il punto sollevato è che certamente servizi come Uber offrono un vantaggio ai consumatori, eliminano costi di intermediazione e danno flessibilità e autonomia ai lavoratori, ma è altrettanto vero che riducono o eliminano i sistemi di protezione e sicurezza, e rendono più incerto, rischioso e ansiogeno il lavoro. Per certi versi, nulla di diverso da quello che sperimentano tanti piccoli artigiani e professionisti. Ma è indubbio che in questo modo aumenta complessivamente la precarietà e, in un qualche modo, il livello di incertezza sociale.

In questa sede, non sono in grado e non voglio certo proporre soluzioni o risposte. Credo però che su questi temi ci debba essere un’ampia riflessione che coinvolga tutte le diverse competenze, esperienze e discipline a vario titolo interessate da questi complessi fenomeni.

2 Comments

  1. Niente è gratis ed anche il web ha i suoi pregiudizi, almeno due: anonimato, gratuità.
    Quanto a quest’ultima consideriamo la web neutrality senza pregiudizi, in favore di un doppio binario: uno di base, aperto a tutti, gratuito e “profilato” ed altri tre: senza profilazione e con velocità di base, ad alta velocità con oppure senza profilazione.
    In astratto non vedo inconvenienti, in concreto aspetto di leggere critiche ed altre opinioni.

    18/08/2014
    Reply
  2. gianca said:

    A me sembra che incertezza, ansia e precarietà siano la conseguenza di profonde incoerenze tra obblighi non bilanciati da certezze.

    Così com’è concepito adesso, internet non dà certezze. Dà solo libertà e gratuità per tutti. Sembra fatto per servire lo svago di tutti. Per quanto nobile e desiderabile sia l’idea di una società esente da obblighi e fatiche, ne siamo ancora lontani.
    Allo stesso tempo, diversificare le infrastrutture per servire utenze diverse con grado diverso, mi sembra il modo migliore di negare apertura e inclusione.

    Qualche tempo fa segnalavo un autore, Jarod Lanier, che riferiva un’idea interessante (tra l’altro ripresa in uno degli articoli menzionati) sul risolvere il problema tramite uno schema di pagamenti: “http://en.m.wikipedia.org/wiki/Who_Owns_the_Future%3F” e “http://qz.com/87795/free-information-as-great-as-it-sounds-will-enslave-us-all/”.

    Trovo interessante l’idea, perché valorizza i produttori tramite un prezzo a qualunque dato immesso e consumato sul canale, che rimane sempre lo stesso per tutti. In questa visione, si ottiene un mercato unico che riconosce un prezzo ai propri produttori invece d’intascarsi tutto.

    23/08/2014
    Reply

Rispondi