Il ciclo spezzato

Qualche giorno fa, uno dei più bravi informatici e manager italiani, Gianluigi Castelli (CIO di ENI), ha tenuto una lezione ai miei studenti di Ingegneria. Oltre a parlare delle sue esperienze (molto interessanti!) come CIO, rispondendo ad una domanda, Gianluigi ha proposto alcune riflessioni che trovo estremamente importanti. Il tema è il ruolo cruciale che le imprese HiTech hanno nello sviluppo del tessuto industriale di un paese.

Ho riflettuto sugli spunti di Gianluigi e vorrei provare ad espanderli e ad arricchirli in questo post.

  1. Negli anni ’70, le università sfornavano tecnologi e ingegneri che venivano spesso assunti dalle aziende HiTech presenti sul territorio: Olivelli, Laben, Syntax, Italtel, Telettra, per citarne alcune. In queste aziende si sviluppavano tecnologie HW e SW di base, approfondendo tutti i problemi più complessi legati alle moderne tecnologie digitali. In questo modo si era creata una scuola di managers e professionisti con forti competenze e conoscenze tecnologiche e progettuali.
  2. Molti di questi manager sono poi transitati in primo luogo verso le aziende di consulenza e di servizi IT, generando così un primo passaggio di competenze e una commistione tra problematiche tecnologiche e temi applicativi.
  3. Infine, spesso dalle aziende di consulenza e servizi e da quelle tecnologiche (come appunto nel caso di Gianluigi), i professionisti sono transitati verso aziende utenti delle tecnologie (come ENI), e focalizzate nel costruire/fornire soluzioni per utenti finali.

Questo processo virtuoso faceva sì che ci fosse un continuo sviluppo di profonde conoscenze tecnologiche e progettuali che via via venivano trasferite verso il mondo delle applicazioni, ibridandosi e arricchendosi con gli aspetti di business.

Questo processo è tutt’ora vivo negli altri paesi che ancora hanno industrie tecnologiche, mentre si è interrotto o fortemente indebolito nel nostro Paese.

È un problema grave che non viene percepito o capito da molti decision makers italiani. Aver perso molte industrie tecnologiche non solo ci ha indebolito in quello specifico settore di mercato, ma ha indebolito il patrimonio di competenze e professionalità utilizzabili anche dagli altri settori dell’economia. Perché tanti prodotti e soluzioni non funzionano o costano troppo o non sfruttuno le tecnologie disponibili? Non sarà in primo luogo perché chi le usa non le conosce, non sa progettare e valutare i tradeoff tecnologici?

Per questo è vitale avere aziende tecnologiche. Non solo per produrre e vendere quei prodotti, ma soprattutto per alimentare in modo continuo e intenso lo sviluppo di capitale umano vitale per l’intero Paese. Per questo è anche importante finanziare iniziative di ricerca e innovazione che non hanno impatti diretti sulle imprese esistenti: quanto meno così si preserva la creazione di quel know-how che altrimenti è destinato a scomparire.

Prima o poi lo si capirà?

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