La volpe e l’uva

L’università viene sempre criticata, comunque, a priori. A volte le critiche sono legittime e appropriate. A volte sono pretestuose, strumentali e fondate su una conoscenza scarsa o del tutto assente della realtà delle cose.

Su ROARS è stato pubblicato un articolo che confuta uno dei tanti luoghi comuni (“la laurea non serve”) con dati e statistiche (incluse le ultime dell’ISTAT). Contiene peraltro un passaggio che forse spiega la radice di certe critiche:

In quanto alle persone laureate e benestanti consigliare agli altri – ai figli dei meno abbienti – di non studiare, la malizia suggerirebbe che ci sia all’opera un ragionamento in mala fede, come se si affiggesse una scritta “pericolo” sulla porta dell’ascensore sociale così da potersi godere il proprio posto sul terrazzo evitando che si sovrappopoli.

Ma uno studioso del settore mi ha suggerito anche un’altra spiegazione, per così dire “psicanalitica”, complementare e altrettanto convincente: la narrazione della laurea inutile assolve a una potente funzione consolatoria in un Paese dove i laureati rappresentano una netta minoranza della popolazione. Come a dire: la volpe legge più volentieri quelle recensioni che le dicono che l’uva faceva schifo. E purtroppo, spesso e volentieri giornalismo e politica preferiscono assecondare il senso comune dei lettori piuttosto che prendersi la briga di sottoporlo a scrutinio.

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