Mi è stato chiesto di proporre 5 idee per affrontare i problemi dell’università. Provo a buttare giù alcune idee ovviamente assolutamente informali e preliminari. So bene che andrebbero approfondite, ma penso possano indicare quanto meno una direzione. Le ho raggruppate in alcuni macro-capitoli. Mi piacerebbe aggiornare questo post alla luce dei vostri commenti e suggerimenti per farne una sorta di manifesto.
Autonomia e valore legale
Le università non sono tutte uguali. Nè possono esserlo "de jure". Devono avere l’autonomia per potersi sviluppare in base alla loro capacità e vocazione. La qualità non si può imporre. Per questo motivo, mentre recentemente ci sono stati dei passi indietro sul fronte dell’autonomia, bisogna ridare autonomia agli atenei. In primo luogo autonomia finanziaria: ogni università spenda i soldi come meglio crede in base ai propri piani di sviluppo. In secondo luogo, autonomia nel reclutamento del personale: ogni università prenda le persone che preferisce, come succede in USA o in tanti paesi europei. Infine, rivedere il valore legale della laurea affinchè non sia vincolante nei concorsi pubblici e nelle questioni legate al mercato del lavoro: non deve essere più sufficiente dire "sono laureato in", ma bisogna anche dire "sono laureato a".
Valutazione e competizione
Ovvio che totale autonomia ha senso se c’è anche vera valutazione e competizione. Valutazione vuol dire che i fondi ministeriali per le università devono essere distribuiti non in base al numero di studenti o al buco di bilancio del singolo ateneo, ma in base alle loro qualità e la loro impegno. Una proposta semplice: il fondo ministeriale viene diviso in due parti; la prima garantisce un minimo di fondi di funzionamento per tutti; la seconda premia con un meccanismo di euro-match le università che riescono ad ottenere finanziamenti sul mercato competitivo (per esempio, bandi europei o contratti privati). Euro-match vuol dire che per ogni euro preso sul mercato competitivo da un ateneo, lo stato ne aggiunge un altro (sempre per l’ateneo) in modo automatico (è un meccanismo simile al dollar-match usato per esempio in California). Infine, i fondi per le aree depresse (che sono enormi) devono essere completamente rivisti. Propongo che una quota venga utilizzata a livello nazionale (e non solo per alcune aree geografiche) per finanziare tramite bandi competitivi quelle aree scientifiche (potremmo dire le vere "aree depresse") per le quali non esistono bandi europei o possibilità di attingere a contratti privati (penso per esempio alle aree umanistiche); una seconda parte dovrebbe confluire nel fondo per l’euro match. Quindi non devono più esistere fondi che vanno a qualcuno semplicemente sulla base della sua localizzazione geografica.
Meccanismi elettivi
Uno dei passaggi chiave è il passaggio da governance degli atenei basati su meccanismi elettivi bottom-up a meccanismi basati su scelte fatte top-down. Un board of trustees scegli il rettore e il senato fa l’appointment dei dean. In questo modo, non ci sono più le pressioni alle quali talvolta i rettori possono essere sottoposti dalla base.
Stato giuridico
Si dice spesso che bisogna far si che i professori siano maggiormente capaci di interagire con il mondo delle imprese e che non devono fare i cattedratici. Allo stesso tempo, però, si limita la possibilità che un docente ha di collaborare con le imprese. Propongo che ogni docente debba svolgere un carico didattico minimo e che ci sia una valutazione sistematica del suo operato. In USA, ogni università ha anche un ufficio ombudsman che tutela gli studenti. Il dean di una school ha il potere di richiamare un docente e procedere in via disciplinare se non rispetta gli standard minimi. Si faccia lo stesso anche in Italia. Detto questo però, ogni professore sia libero di dedicare il proprio tempo extra per le attività che preferisce, senza limiti economici. Si dirà che così i professori poi farebbero tutti i consulenti. Rientra nel discorso della autonomia e della valutazione: pensi solo ai fatti tuoi? La tua università andrà peggio e tu stesso verrai valutato male. Un passaggio importante è la transizione da un sistema di remunerazione standard uguale per tutti i docenti, a uno basato sulla valutazione delle prestazioni.
Programmi formativi
Non serve imporre dall’alto alle università di fare o non fare certi programmi formativi. La vera questione è mettere le università di fronte alle proprio responsabilità: vuoi farti una microlaurea specialistica da 10 studenti? Finanziatela. Quindi bisogna cambiare radicalmente l’approccio. È inutile imporre dall’alto come deve essere fatto il percorso formativo. Bisogna far si che ogni università sia messa di fronte alle proprie responsabilità, sia capace di distribuire le proprie risorse per rispondere in modo sensato ai bisogni del mercato e sappia investire in modo oculato su percorsi formativi nuovi o comunque che esplorano aree non ancora sufficientemente diffuse.
Accesso e finanziamento dei corsi di studio
Le università devono essere libere di fissare costi della formazione e limiti di accesso. Ovviamente, sarà loro interesse attrarre tanti buoni studenti. Se non lo fanno, peggio per loro visto che perderanno appeal e "quote di mercato". Devono esistere incentivi finanziari statali (per esempio, ancora basati sull’euro-match) che spingano e aiutino le università ad investire in residenze universitarie e a prevedere assegni per i non abbienti.


Il post è molto interessante e stimolante. Condivido gran parte dell’intervento, ho solo un dubbio sulla sezione “Stato giuridico”.
Dare completa libertà ai professori universitari in ambito industriale potrebbe posizionarli in una situazione di privilegio perché da un lato sono pagati per fare ricerca e innovazione e dall’altro per applicarla in contesti produttivi; l’effetto potrebbe essere la chiusura dei reparti di R&T delle aziende (volendo esagerare) e l’intasamento delle richieste di consulenze ai professori. È una boutade, ma è verosimile.
C’è un meccanismo di feedback che controlla questo: se non porti a casa soldi per la tua università, non hai il dollar match e tu come docente sei valutato male. Come ateneo, appunto, non prendi i soldi del dollar match. Quindi si tratta di un equilibrio. Vuoi farti solo i fatti tuoi? La tua università te lo fa fare? Peggio per voi.
Sulla competizione con le imprese mi sembra eccessivo. Ormai hanno chiuso tutto. Con chi si compete? E poi si tratta comunque di mestieri diversi. E in ogni caso, è vero o no che gli universitari devono aprirsi alle imprese? Se è vero, lasciamo che lo possano fare.
Post molto interessante di cui, per quel poco di autorevolezza che ho da neolaureato, condivido appieno lo spirito…solo, non mi è chiarissimo il meccanismo dell’euro-match e la sua possibile applicazione all’italiana: “Euro-match vuol dire che per ogni euro preso sul mercato competitivo, lo stato ne aggiunge un altro in modo automatico” significa che un’università disonesta può farmi dare dei soldi da un’azienda privata disonesta, lo stato li raddoppia e poi i due disonesti se li spartiscono?
Premetto che qualunque meccanismo uno si inventi, c’è la possibilità di truffa. Ovunque, in qualunque paese.
Il dollar-match funziona così. L’università dimostra di avere un contratto firmato da un ente esterno. Qui potremmo ragionare su quali enti considerare. In prima battuta, direi comunità europea e imprese private, ma possiamo ragionarci. A fronte di questi soldi che dall’ente esterno vanno all’università, lo stato ci mette altri soldi per l’università, non per l’ente esterno. Non mi pare ci siano meccanismi per “poterselo spartire”.
Ripeto, se partiamo dall’assunto che ci possa essere una truffa non andiamo da nessuna parte. Ma uno dei problemi italiani è che per evitare una truffa, poi in realtà si blocca tutto. Per cui, io cercherei di fare in modo di dare spazio a chi vuol fare bene.
D’accordo su tutto eccetto i limiti d’accesso. In genere in Italia abbiamo pochi studenti e pochi laureati (anche se la situazione sta cambiando molto). Sono piuttosto dubbioso sui numeri chiusi e sui criteri di accesso (soprattutto se il modello é quello americano). Piuttosto sarebbe utile un livello minimo di competenze e, in base a quello, si accede o no.
Mi spiego. Facciamo conto che un universitá un anno ponga il numero di accesso a 100 studenti massimo. Nell’anno in questione si presentano 130 ragazzi con competenze sufficienti o addirittura molto buone per frequentare quel corso con profitto. 30 di questi vengono scartati e il 90% degli stessi quasi sicuramente non si presenterá il prossimo anno scegliendo un percorso di laurea totalmente diverso. L’accaduto segnerá di fatto la loro vita.
Invece facciamo conto che il Poli crei un esame (magari strutturato tutto su matematica e fisica o altre competenze richieste) e annunci chetutti coloro che ottengono un punteggio di almeno 70 su 100 possono immatricolarsi(cercando di tenere questo punteggio fermo per un periodo di almeno 5 anni). Di fatto avrá un gruppo studenti con competenze sufficienti senza generare quel senso di ingiusta esclusione che spesso creano i numeri chiusi in maniera preordinata. Ovvio ogni universitá potrá avere un esame o un punteggio diverso.
Io vedo questo esame simile (anche se con caratteristiche diverse) al GMAT o GRE. Nel senso che l’esame deve essere abbastanza standardizzato cosi da permettere una preparazione chiara e una facile autovalutazione da parte dello studente. Oltre a evitare iscritti e tentativi da parte di chi ha una conoscenza lontana dall’idoneitá. Soprattutto la varianza di punteggio ottenibile dallo stesso soggetto con una determinata preparazione deve essere bassissima tra sessioni differenti.
In pratica giá prima dell’esame ufficiale lo studente ha ben chiaro il suo range di punteggio.
Non creda che questa mia preoccupazione sia eccessiva, in quanto probabilmente pensa che sia raro trovare tanti studenti validi. Ho visto in particolare con gli esami di accesso a medicina (quando i posti erano legati alla singola facoltá) persone avere il diritto di immatricolarsi nonostante punteggi bassissimi perché in quella sede i posti in base ai candidati erano molti e, persone con punteggi veramente elevati essere scartati in quanto quella sede universitaria la competizione era altissima. Con un sistema come il mio (secondo me) si elimina il trade-off tra merito e esclusione.
Perché invece di (o oltre a) premiare l’acquisizione di commesse non si premia la produttività scientifica? E’ facile da misurare e rende meglio l’idea della qualità del corpo docente.
Inoltre un’idea ancora più ‘meritocratica’: invece di dare tutti i soldi del bilancio alle Università, lo Stato eroghi borse agli studenti meritevoli e con reddito familiare entro la ‘middle class’, con le quali essi pagheranno rette simili a quelle delle università private: sarà così o studente stesso a ‘premiare’ gli atenei migliori, senza che lo Stato debba spendere di più.
Tom, una università deve poter pianificare. Non è possibile prendere tutti perchè potrebbero non esserci risorse e strutture per tutti. Ma francamente non vedo il problema. Ci sono università sovraffollate e università con pochi studenti. Se per esempio nell’università X non si riuscisse a prendere tutti gli studenti che fanno domanda, quasi certamente ci sarà un’altra università Y dove quei limiti non sono superati. Se così non fosse, come è nato il CEPU (che non reputo certo la soluzione dei problemi) potrebbero nascere altre realtà accademiche che rispondono alla domanda che non trova sbocco nelle università esistenti. Tieni presente che in realtà in Italia oggi ci sono molte polemiche, alle quali io stesso mi sono unito, sul proliferare di atenei e poli territoriali.
@Guido,
sulla produttività scientifica già oggi si fa qualcosa. Certamente, in un piano dettagliato si potrebbero pesare una serie di fattori. Ma io sono convinto che, per esempio, aver preso un po’ di progetti sul VII Programma Quadro di per sè dimostri di saper competere e cooperare a livello internazionale.
Sulle borse di studio, anch’io le ritengo necessarie. Poi possiamo vedere quale meccanismo prevedere. Io penso a bandi delle università, ma si può ragionare su un pool di meccanismi.
Alfonso è vero che l’università deve pianificare ma dato un livello di preparazione funzionale e che da garanzia sulla qualità degli studenti penso che la variazione protrebbe essere nell’ordine del 10% non del 300%-400%. Quindi la difficoltà della fluttuazione degli studenti potrebbe essere gestita senza grossi traumi. Se invece fosse in alcuni anni nell’ordine 300%-400% vuol dire che in giro ci sono tante risorse umane sotto utilizzate e sprecate. Anche se sostieni che possano nascere Università o altre realtà che colmano il vuoto dell’Università X esiste un problema di normale tempo di reazione del mercato. Se per formare uno studente servono dai 3-5anni per formare un docente ne servono almeno il triplo quindi la possibilità che domanda e offerta si incontrino diventa remota. Meglio utilizzare in maniera un po’ flessibile le risorse a disposizione. IMHO.
Sono “sdraiato sulla linea”. Vado di fretta, scusami, quello che penso è qui:
http://archidata.typepad.com/chez_asa/2007/12/una-modesta-pro.html#trackback
Condivido tutto, eccetto forse un punto.. I meccanismi elettivi topdown
questo, in definitiva, e’ il problema della governance d’impresa traslato nell’Universita’. Il rischio e’ che a pressioni dal basso si sostituiscano pressioni dall’alto e che le solite famiglie/partiti italiane/i controllino le università.
va valutato bene come costituire il board of trustees, la durata in carica, i meccanismi di intervento/controllo, le responsabilita’…
Non e’ un tema facile, secondo me rischia di essere il piu’ difficile e con le conseguenze potenzialmente piu’ difficilmente reversibile.
Caro Alfonso,
come sai condivido molte delle tue idee. Qualche aggiustamento:
a) docenti: il meccanismo di cooptazione a mio avviso funziona se cooptato e cooptante sono sottoposti a review continue e non necessariamente sono impiegati a vita
b) deve essere premiata la domanda e non solo la capacita’ di raccogliere fondi. Ecco perché e’ necessario alzare le rette (autofinanziamento) e obbligare ad avere dei meccanismi di scholarship (% borse totali rispetto al totale degli studenti). Ovviamente inorridisco rispetto all’idea che una università dia solo borse a coloro che sono sotto una certa fascia di reddito (uno studente ricco bravo e’ meglio di uno studente povero e incapace – l’intolleranza verso coloro che per loro fortuna hanno una situazione economica più agiata deve finire, venire da una famiglia tranquilla non è una colpa – il vero problema e’ costruire dei meccanismi che permettano al povero bravo di avere le stesse possibilità del ricco bravo senza distinzioni di patrimonio). E qui e’ importante spiegare che i servizi accessori contano come le core competencies. Per chi viene da fuori milano, il problema di studiare al poli, in bocconi piuttosto che in cattolica, non e’ nella retta ma nei costi degli n anni spesi fuori casa….
c) liberalizzare i piani di studio. che una universita’ debba competere sul mercato internazionale avendo il vincolo dei secs mi sembra antistorico e antimercato.
ciao
roberto
Roberto,
le mie sono lungi dall’essere proposte complete e articolate. Quindi c’è tanto lavoro da fare per declinarle in modo compiuto e organico.
In prima battuta:
a) sono d’accordo.
b) sono d’accordo.
c) era quello che intendevo io nel punto sui programmi formativi.
scusate l’off topic, segnalo questo lungo servizio dal new york times sull’italia
http://www.nytimes.com/2007/12/13/world/europe/13italy.html
Sono proprio contento Prof, temevo avesse dimenticato la promessa fatta qui http://www.alfonsofuggetta.org/?p=2370#comments
Premesso che concordo con la sostanza delle sue proposte, e che la probabilita’ di approvazione di riforme del genere sono inferiori a quelle di un Nobel per la letteratura a Gasparri, aggiungo un paio di considerazioni.
Siamo tutti d’accordo che il problema fondamentale sia quello di stimolare la competizione fra Universita’ legando l’erogazione di fondi ai risultati ottenuti. Il dollar match ad esempio e’ un ottimo criterio, che pero’ ha il difetto di privilegiare le Facolta’ tipo Ingegneria, Scienze o Informatica, che hanno piu’ possibilita’ di interagire con le aziende rispetto ad es. a Lettere Antiche o Architettura. Io credo che un altro criterio da tenere in conto sia la qualita’ degli studenti che un’Universita’ riesce ad attirare. Se tutti gli studenti che prendono 100 alla maturita’ si iscrivono in un certo Ateneo, ad es., cio’ vuol dire che li’ si studia ad alto livello. Questo e’ un parametro su cui c’e’ pochissimo da imbrogliare, a differenza di quelli sui contratti. Egualmente, la diversita’ di provenienza di studenti e docenti e’ indice di qualita’. Ci si muove dalla Germania o dalla Spagna per andare a studiare a Cambridge, mica a Roccadisopra. E se tutti i docenti di una Universita’ hanno fatto carriera interna, questo non depone bene. Attendo con impazienza il manifesto.
Sui test di ingresso penso che l’uso che se ne faccia oggi nella maggior parte delle facoltà sia semplicemente “taglio le domande fino a che sono uguali al numero di posti disponibili”. In un modello più flessibile, dove l’università ha più autonomia, ha anche l’interesse a far entrare molti più studenti e lo può fare semplicemente allocando dinamicamente le risorse.
Per esempio a Psicologia alla Bicocca ogni anno ci sono 2000 iscritti al test di ingresso, 500 posti dipsonibili e solo 200 posti disponibili per le LS. Ciò significa che:
a) se tutti i 500 entranti si laureano, meno del 50% potrà proseguire con la LS nello stesso ateneo
b) 1500 iscritti cambieranno facoltà, scegliendo magari qualcosa a cui sono meno interessati
Sempre nello stesso ateneo ci sono corsi con numero di iscritti pesantemente inferiore al numero di posti.
Basterebbe riallocare le risorse e dare più spazio a una facoltà, scremando le domande in base a un livello di competenze piuttosto che usando una classifica.
Sarebbe più complesso da gestire, come sistema, ma sicuramente più efficace.
Resta da affrontare il problema del decidere se è giusto accettare un certo numero di studenti a un corso di laurea, quando la richiesta del mercato del lavoro di laureati in quel campo non è sufficiente ad accoglierli tutti…
> Premesso che concordo con la sostanza delle sue proposte,
> e che la probabilita’ di approvazione di riforme del genere
> sono inferiori a quelle di un Nobel per la letteratura a Gasparri,
> aggiungo un paio di considerazioni.
So che è political incorrect e scortese, ma non riesco a smettere di ridere! Questa è una satira che mi piace. Sei un grande.
Comunque, una parte della mia proposta prevede fondi per le aree scientifiche per le quali è difficile trovare fondi industriali.
a proposito dell’ironia political incorrect (e del soggetto identificato) noi siciliani sintetizzeremmo con queste parole “s’impoia o’ muru cchiù basciu”, si appoggia al muro più basso
oppure ancora più sintetico : “a’ muru basciu”.
Mauro, noto che avendo contatto diretto con amici passati sotto il sistema del numero chiuso, la vedi come me.
“Resta da affrontare il problema del decidere se è giusto accettare un certo numero di studenti a un corso di laurea, quando la richiesta del mercato del lavoro di laureati in quel campo non è sufficiente ad accoglierli tutti…”
.
Riguardo a questo punto la situazione é (IMHO) che la variazione di domanda é sempre piú rapida di qualunque forma di razionamento preventivo che puó generare anche scarsitá di risorse. Quindi la cosa migliore é avere laureati preparati e non chiedersi ossessivamente in cosa . Dopottutto tutto il nostro sistema sociale si basa sul presupposto della razionalitá individuale. Quindi se uno puó decidere cosa comprare o quanto indebitarsi perché non puó fare lo stesso con la formazione?
Infine, ti cito il caso curioso della Spagna dove un processo di selezione durissimo (per tentare di evitare un eccesso di medici che si era verificato negli anni passati) per l’ingresso a medicina e a scienze infermieristiche ha comportato che il paese é ormai in emergenza costante e ha serie difficoltá a reperire queste figure. Non é raro incontrare studi medici con solo personale tedesco o inglese. Molte regioni (andalucia ad esempio) fanno contratti di 3-4 mesi ben remunerati a inglesi e tedeschi per coprire vuoti che si verificano con frequenza negli ospedali pubblici.
Curiositá: le due volte che sono stato in ospedale in Spagna, le infermiere che mi hanno accudito erano laureate italiane
Parte 1.
Hello
leggo, mi sembra di intuire una preoccupazione reale, del tutto condivisibile, per lo stato pietoso dell’Università italiana, ma non condivido quasi nessuna delle ricette proposte.
Ma prima (almeno) una premessa. Tra i tanti problemi, uno mi pesa nel proseguo di discussioni come questa: l’assoluta inabitudine italiana a produrre ‘position paper’ che siano indipendenti, chiari ed analitici, con tesi e argomentazioni a supporto ben formulate e delineate, indicazione del processo di redazione e una certa lealtà verso il lettore a evitare, per quanto possibile, fallacie, passaggi retorici, nozioni non definite, generalizzazioni non fondate, formulazioni vacue, ecc..
Non sarebbe assai utile, al di là delle differenze di opinioni, che una discussione come questa, pur rimanendo colloquiale, potesse fare riferimento – citando, criticando, confrontando – un corpo di alcuni ‘paper’ di riferimento. Perchè in Italia non se ne riesce a leggere quasi nessuno? Fine premessa.
ops, devo uscire, finisco spero in serata. Grazie comunque dell’ opportunità di discutere di un tema che mi fa inc…..e, ma che anche mi preme e coinvolge.
ciao a tutti
(nota: ma si può avere qualche comando di formattazione e di preview in questo blog? .-) ).)
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Parte 2.
Scrivi : “Euro-match vuol dire che per ogni euro preso sul mercato competitivo da un ateneo, lo stato ne aggiunge un altro (sempre per l’ateneo) in modo automatico”.
Confrontiamo due tipologie di procedure per distribuire a un insieme di possibili beneficiari un pool di risorse messe a disposizione, volontariamente e/o coattivamente, da un insieme di benefattori:
tipologia A. ogni benefattore decide in piena libertà quali beneficiari benificare delle risorse a sua disposizione; oppure
tipologia B. le risorse messe a disposizione dai benefattori sono raccolte in un fondo unico che viene distribuito tra i possibili beneficiari da una qualche entità terza, che agisce e delibera secondo criteri generali che formulano principi di equità, utilità, giustizia, ecc.. (a loro volta da specificare e/o da deliberare secondo procedure condivisibili).
Il sistema dell’euro-match è sostanzialmente un sistema di tipologia A, con l’aggiunta che anche eventuali altre risorse -nel caso quelle ‘pubbliche’ raccolte forzatamente mediante le tasse- sono distribuite mimando le distribuzione non ragionata risultante dalle libere scelte dei benefattori. Se il pool di benefattori è ristretto, si ottiene una procedura di distribuzione di tutte le risorse in cui la distribuzione – quante risorse a chi- è decisa da un ristretto gruppo.
Un sistema di soli contributi pubblici è una tipologia B (ovviamente, con risorse tutte raccolte in modo coattivo, via tasse). Oggi in Italia, entità terza è essenzialmente lo Stato e i criteri sono sostanzialmente di distribuzione proporzionale alle ‘dimensioni’ delle Università, o peggio, e non al merito scientifico e/o didattico.
Ora le questioni mi sembrono due: in generale si deve preferire una tipologia rispetto all’altra? E nel caso si preferisca la tipologia B, si può realizzarla senza sacrificare merito scientifico e didattico? Se la risposta alla seconda domanda fosse NO, allora la risposta alla prima sarebbe certo a favore della tipologia A. E questo mi sembra ‘in a nutshell’ il sillogismo di Alfonso, o almeno una sua linea di argomentazione. Una seconda linea di argomentazione, più scettica e filosofica, è probabilmente che non esistono o non sono conoscibili o comunque non sarebbero realmente osservati criteri di distribuzione, formulabili in norme e principi generali, secondo cui una qualche entità potrebbe deliberare una distribuzione equa di risorse, e che quindi una entità come prevista dalla tipologia B agirebbe comunque in modo idiosincratico, irrazionale, ovvero dispotico e/o corrotto.
Esistono però una serie di ovvi dubbi sulla preferibilità di procedure di tipologia A, e in particolare sull’ euro-match:
1. i soggetti privati che potrebbero erogare contributi consistenti sono o grandi imprese (probabilmente di ambito affine ai dipartimenti/ricerche sovvenzionate) e/o banche (+ fondazioni, possibili fondi, ecc.).
2. i processi decisionali di queste entità sono riservati, e coinvolgono non tutti coloro che contribuiscono alla ricchezza prodotta/movimentata da tali entità ma solo vertici estremamente limitati (dove mettere i fondi FIAT lo decide la famiglia Agnelli più un ristretto giro di amministratori, non certo una votazione tra di tutti i dipendent FIAT, siano essi dirigenti, impiegati o operai).
Euro-match è quindi un sistema i cui una ristretta elite con grandi disponibilità finanziarie deciderebbe i criteri di distribuzione di fondi per l’insieme delle attività di ricerca avanzata e didattica superiore del paese. Tali decisioni di tale ristretta elite sarebbero eque e a favore del merito? Se ne può dubitare: ovviamente le decisioni di ogni singolo benefattore si deve assumere sarebbero viziate dal proprio tornaconto. Si potrebbe forse difendere la tesi che la risultante di un insieme di erogatori viziati potrebbe non esserlo (un vecchia tesi), ma su questo Alfonso ha l’onere della prova.
Personalmente credo che la tipologia B sia di lunga da preferire, e che non si debba dare per persa la battaglia di un sistema di distribuzione di risorse pubblico che non sacrifica di premiare merito scientifico e didattico. Ma ormai è sera, alla prossima.
ciao m.
Devo dire che non sono riuscito a seguire bene tutti i risvolti del tuo ragionamento. Ma da praticone noto che ci sono alcuni buchi di fondo.
1. La gran parte dei fondi di ricerca oggi viene dall’unione europea. Quindi l’euro match sarebbe soprattutto basato su quanto uno prende attraverso un processo di valutazione a livello europeo.
2. Nella mia proposta dicevo che una parte significativa dei fondi per le “aree (geografiche) depresse” dovrebbero essere messe a bando (pubblico) per le aree culturali depresse, quelle cioè dove l’interesse privato è minore (e citavo le materie umanistiche). Ti faccio notare che i fondi per le aree depresse non sono pochi, anzi! Negli ultimi anni si parla di 50 miliardi di euro.
3. Se lasciamo da parte visioni un po’ classiste del passato, è ovvio che le imprese investano dove hanno interesse. E oggi all’estero investono dove la cosa pubblica mette risorse addizionali. Questo attrae i finanziamenti privati all’estero. Quindi, se non cerchiamo di rendere attrattivi i nostri territori, quei pochi soldi privati che ci sono se ne vanno. Vedi quello che rischiamo con ST che prima o poi sposta tutto a Grenoble (o in repubblica Ceca o in Cina o a Singapore) dove lo stato e la regione gli danno un sacco di “euro match”.
Comunque, cercherò di riprendere i vari commenti in un doc un po’ più organico.
Hello
grazie risposta. Aspetto il doc che prometti, come cercavo di dire, ci fossero più position paper indipendenti, sarebbe un bene per tutti.
Mi riprometto di contribuire qualche altro commento alle tue altre proposte.
Per quanto riguarda la tua replica:
ad 1. “[... quindi] l’euro match sarebbe soprattutto basato su quanto uno prende attraverso un processo di valutazione a livello europeo.”
Ok (forse), ma io stavo discutendo del principio dell’euro-match in via generale (se invece stiamo discutendo di un strategia di emergenza per tamponare il degrado italiano, allora le mie obiezioni sono in parte fuori bersaglio). Dato alcune tue premesse, non dovresti poi anche sostenere che gli stessi fondi europei dovrebbero essere distribuiti dall’erogatore europeo con un sistema di euro-match: per ogni euro preso sul mercato competitivo da un ateneo, la Comunità Europea ne aggiunge un altro. (btw; pls. definisci ‘mercato competitivo’, non sono sicuro che il tuo includere ‘bandi europei’ sia coerente con cosa sembri assumere sia un mercato competitivo. Per ora io intendo che il mercato competitivo comprenda come attori solo, da una parte, i gruppi di ricerca richiedenti fondi e dall’altra entità con disponibilità finanziarie proprie che le destinano liberamente senza obblighi di giustificazioni a terzi delle loro scelte (ovvero, imprese private). Non mi sembra che l’erogatore di fondi europei possa essere considerato una di quest’ultime.)
ad 2. Le mie considerazioni erano anche e sopratutto per i settori forti. Consideriamo i dieci migliori gruppi di ricerca farmacologica. E diciamo che lo Stato abbia un budget di N per il settore. Si deve decidere come ripartire N tra i dieci gruppi. Con l’euro-match ciò avviene in forma parassitaria a come i dieci gruppi sono riusciti ad assicurarsi fondi privati, ovvero -assai probabilmente – fondi dell’industria farmaceutica. Ma ovviamente così si annulla alla radice il problema di possibili storture nelle priorità dell’industria farmaceutica. Qualcosa non torna.
ad 3. Possiamo certo evitare premesse classiste, ma non per cadere in premesse ‘classiste’ invertite (= le priorità delle entità che agiscono a scopo di lucro sono cmq. valide). La tua tesi che “le imprese [...] all’estero investono dove la cosa pubblica mette risorse addizionali.” è interessante -se statisticamente vera-, anche se il meccanismo che nell’insieme suggerisci sembra circolare: lo Stato dovrebbe sostenere le scelte dell’imprese (euro-match), e queste però sceglierebbere dove lo Stato le sostiene. Non mi è chiaro però come e chi lo Stato sceglierebbe di sostenere, se stiamo suggerendo che effettivamente debba non scegliere ma solo adeguarsi alle scelte delle imprese.
Non capisco bene l’assunto di fondo del tuo ragionamento. Sembra interpreti le mie parole come se volessi lasciare tutte le scelte alle imprese, cosa che non è vera.
1. A livello europeo, esistono dei bandi definiti da commissioni di esperti e gestiti con meccanismi di peer review abbastanza seri. Dico abbastanza perchè nulla è perfetto. Ma certamente non sono da buttare via. Quindi c’è una struttura pubblica (l’unione europea) che definisce le sue priorità e tramite bandi competitivi (ci si sottomette alla valutazione degli esperti della commissione) dà soldi su temi di ricerca e sviluppo. Usare il dollar match vuol dire sfruttare questo processo (al quale partecipa anche l’Italia attraverso i suoi rappresentanti) per rafforzare le strutture di ricerca italiane che vengono valutate positivamente a livello europeo.
2. Ribadisco, non capisco come classifichi i fondi dell’unione europea. Per me sono fondi pubblici definiti in base alle priorità di ricerca dell’unione europea. Che altro sarebbero? Quindi non capisco il tuo ragionamento.
3. Si chiama competizione tra sistemi territoriali e sviluppo dell’attrattività. Perchè molti vanno a Singapore? Perchè là conviene andare. Certo i fondi non sono l’unico fattore, ma contribuiscono in maniera determinante a definire dove un’azienda sceglie di investire.
Alfonso,
blog con i infiniti botta e risposta (almeno che non siano di tuo interesse). Quindi molto velocemente, a te poi l’ultima.
non voglio intasare il tuo
Scrivi: “[c'è] l’unione europea che definisce le sue [nostre?] priorità e tramite bandi competitivi [...] dà soldi su temi di ricerca e sviluppo. Usare il dollar match vuol dire sfruttare questo processo [...] per rafforzare le strutture di ricerca italiane che vengono valutate positivamente a livello europeo.”
Non ho obiezioni di principio, ma noto: a) perchè non si può avere un simile processo -bandi, peer review, ecc.- anche a livello italiano? semplice sfiducia su i vizi italiani? b) a mio parere la procedura europeo che descrivi è cosa del tutto diversa da quella che pure indichi quando parli di contratti/imprese private -nel post iniziale e nel post #4-, caso in cui ovviamente non ci sarebbero (veri) bandi e peer review. Le mie osservazioni erano essenzialmente contro tale confusione. Sull’ultimo punto e Singapore, per ora passo.
)
alla prossima (vedi subito sotto
mario
a) Perchè è uno sforzo enorme e perchè noi non siamo credibili. Una valutazione da noi in Italia dura anni ed è soggetta ai vizi italici. Tanto vale fare sinergia e usare quanto già fatto in Europa. Tra l’altro credo che anche altri paesi stiano ragionando in modo simile.
b) Certamente è diversa. Non intendevo dire che sono la stessa cosa ma che sono due canali per valutare la qualità. Quello che dico è che se una università o centro di ricerca e capace di convincere i revisori europei E/O una industria a investire vuol dire che sta facendo del lavoro di valore.
Dimenticavo:
1. Nessun intasamento, almeno per quanto mi riguarda. Si parlasse di più di problemi seri!
2. Sul “sue” vs “nostre” priorità. Ovvio che c’è il rischio che ci sia conflitto sulle priorità di ricerca. Ma questo succede anche all’interno del nostro paese. E comunque in Europa ci siamo e dobbiamo imparare a contare.
Parte 3.
Alfonso, qualche commento critico al volo su gli altri punti.
1. “ogni professore sia libero di dedicare il proprio tempo extra per le attività che preferisce, senza limiti economici.” Assolutamente NO. Così si trasforma la docenza in un titolo nobiliare (+ rendita e benefits previdenziali). In quale vera impresa, da un certo livello in sù di responsabilità, si può – di fatto, oltre che di diritto – esercitare altra attività professionale remunerata esterna? Il problema è semmai la mobilità in uscita a tutti i livelli, le prassi di cooptazione da abolire, ecc. ecc.,
2. “Le università devono essere libere di fissare costi della formazione e limiti di accesso”. Problema complesso, visto che in generale l’accesso all’istruzione deve essere indipendente dalle possibilità acquisitive di studente e famiglia.
Io credo perfino che complessivamente tutto il percorso di istruzione di una società civile non debba concentrarsi solo su i più capaci ma piuttosto ad attualizzare le potenzialità di tutti, per quanto modeste (alla lontana con una argomentazione parallela a quella che giustifica che il sistema sanitario spenda somme ingenti per prolungare di pochi mesi la vita a un malato terminale). Con una battuta che sospetto non ti convinca proprio, una buona università è quella che trasforma le teste dure in teste pensanti.
3. “governance degli atenei [non] su meccanismi elettivi bottom-up [ma su] meccanismi basati su scelte fatte top-down.” Vedo altri dubbi, non offri un vera argomentazione, e quindi a te ancora l’onere della prova. -:) (la questione della governance mi sembra cmq. più complessa).
4. Autonomia. Anche a me piace, molto, anche se la parola si presta a infinite ambiguità. Ma, fino a che il contesto sociale e culturale non sarà cambiato a tal punto che, per esempio, la grande maggioranza degli studenti sceglierà di iscriversi indipendentemente dalla distanza da casa, o le carriere dei docenti saranno tipo quelle dei calciatori (senza Moggi) con veloci ma rischiosi passaggi di squadra, di fatto le università non saranno in vera competizione, e l’autonomia – limitando un livello di controllo senza che vi sia aggiunto il contollo nel ‘mercato’ di studenti e docenti – rischia di favorire opacità gestionale e più o meno taciti accordi da ‘oligopolio’.
5. Abolizione valore legale. Possibile e per me condivisibile, ma questione irrilevante. Se la laurea in medicina non ha più valore legale, la laurea di medicina avrà comunque valore legale di fatto: come potrebbe un ASL di Bolzano decidere di non far partecipare a un proprio bando i laureati di medicina di Palermo perchè non si fida di quella Università? E poi in molti campi il valore legale è già saltato, o no?
grazie dell’ospitalità
a presto
mario
ps mi permetti un altro post su alcune cose che dovreste fare dall’interno del mondo universitario? notte.
Caro Professore,
mi dispiace ma non apprezzo molto questa sua iniziativa.
Lei e’ dentro al mondo universitario ed anziche’ scriverle
sul blog queste cose dovrebbe proporle al suo Rettore.
Lo sanno tutti quello che non va con l’Universita’ e la ricerca
in Italia, uno puo’ parafrasarlo come vuole, ma la sostanza
si conosce. Il sistema e’ difficile da scardinare
perche’ e’ chiuso e quando uno ci e’ dentro ha solo da
guadagnarci a mantenerlo com’e’. Per cui quando la vedro’
scioperare per le proposte che elenca qui, forse la prendero’ sul
serio, altrimenti non vedo cosa possa cambiare con un manifesto
scritto su internet.
Regards,
Riccardo
Hai ragione, è molto meglio non far nulla e criticare quelli che fanno qualcosa, da soli e per giunta facendosi qualche nemico, magari in alto.
In effetti stavo pensando di proporre un sciopero mio personale che blocchi ben quattro corsi del Politecnico. Perchè non ci ho pensato prima?
Dimenticavo, il mio blog lo leggono, ti assicuro. E qualche feedback mi arriva. Ne ho scritto anche qui.
@Mario, Commento 30:
1) Ci sono due motivi dietro la mia proposta. Il primo è che in tutti i paesi i professori fanno anche attività esterna. Facevo l’esempio del mio collega dell’MIT che raddoppia lo stipendio con le attività esterne. Questo è utile per interagire con le imprese e i problemi che essi hanno. Secondo, il confronto che fai tu non regge, perchè un professore non guadagna come un professionista. Un direttore regionale o un dirigente giovane ha uno stipendio di 130-140 mila euro l’anno. Un docente, anche al massimo della carriera, meno della metà. Ma non è solo un fatto di soldi. È proprio una questione di struttura del lavoro. Altrimenti, altro che fuga dei cervelli! E chi resterebbe qui? Ovvio che o si cambia mestiere o uno se ne va all’estero. Senza il minimo dubbio.
Per quant riguarda la cooptazione, tutti i meccanismi di selezione della classe docente in tutti i paesi del mondo sono per cooptazione. In quale altro modo si potrebbe fare? Addirittura ci sono meccanismi in USA, UK o Germania o Austria di contrattazione individuale tra l’ateneo e il docente. La vera questione è la responsabilità e serietà del processo. Come lo si assicura, con la concorrenza: fai cazzate, scegli come professore il figlio del cugino? Peggio per te, la tua qualità scenderà e così la tua competitività sul mercato.
2. Certo che tutti devono avere una strada. Il 3+2 va proprio in questa direzione. Così come è giusto che ci debbano essere sostegni per chi ha bisogno. Ma non deve essere tutto “garantito” altrimenti poi si sbraca.
3. Non capisco, onere di quale prova?
4. Non capisco la correlazione logica tra i due argomenti che esponi, nè quale sarebbe l’alternativa. Decidere tutto a Roma al ministero? Abbiamo gli esiti sotto gli occhi.
5. So bene che ogni laurea deve avere “un” valore legale. Ma la questione, come ripetono in molti, è fare in modo che due lauree non siano uguali semplicemente perchè hanno lo stesso titolo. In pratica, nella valutazione di un titolo deve entrare anche il valore dell’università che lo rilascia.
Non so quali siano i campi in cui il valore legale è saltato. A me non risulta.
Alfonso,
come resistere all’ulteriore commento
ad 1. La mia esperienza USA è molto varia. Da docenti giovani in tenure track che stavano 16 ore al giorno in campus e che non credo proprio avessero tempo per incarichi esterni, a un docente salutato con rammarico dal Dean perchè aveva accettato una position alla Microsoft ma trattato come se rubato dalla concorrenza, a un amico ricercatore italiano che viveva solo (!) di grant NASA di cui circa il 60% doveva poi restituire all’University come +/- pagamento delle strutture e lab. di cui usufruiva. Difficile usare osservazioni ‘anecdotal’ su gli USA per sostenere specifiche riforme locali. Personalmente non sarei contrario a stipendi alti, o scalati, pari a quelli dei dirigenti che dici.
Per quanto riguarda la cooptazione, uno dei drammi dell’Università italiana (concordi?), il problema vero credo che sia che non è dichiarata. Sarebbe interessante avere un sistema che prevede una quota a cooptazione dichiarata -con quache costo per i cooptanti, e una quota ad assunzione realmente fair., per es. con un codice molto duro che chi seleziona non ha nessun legale con i candidati a una position. La tua osservazione sull’assunzione del cugino è semplicistica, ma su questo a un altro eventuale thread.
ad 3. Sorry, mi sono espresso in modo criptico. In una discussione come la nostra tra il proponente una tesi e un interlucutore che cerca di confutarla, al primo spetta l’onere di offrire una argomentazione a supporto della tesi, all’interlocutore solo quello di indicare premesse o passaggi argomentativi dubbi o non cogenti. (giàa nei dialoghi platonici). Nel caso, argomenti (nel post iniziale) la tesi che il top-down sia meglio del botton-up solo indicando che “[non ci sarebbero] più le pressioni [a cui i] rettori possono essere sottoposti dalla base”. Una argomentazione minina, e quindi che non assolve il tuo onere di argomentare la tesi che proponi.
ad 4. e 5. I due temi meritano discussione meno colloquiale. Personalmente sono favorevole a più autonomia e meno titolo legali, ma non credo che le due posizioni siano scontate. Sono elementi il cui esito finale dipende dall’archiettura istituzionale complessiva in cui si inseriscono.
Per ora passo e chiudo
ciao
mario
ops, come si fa a corregere gli errori di battitura in questo blog?
Mario solo un commento sugli stipendi. Che ci sia un transitorio iniziale, va benissimo. Ma ti assicuro, che all’estero guadagnano meglio. Mi hanno offerto una position in USA e non si parlava di qualche punto percentuale in più …
Finchè non si trova un modo per spezzare il sistema di appartenenze e premiare chi fa ricerca, scienza e innovazione, anche le tue proposte sono inutili. L’università italiana è totalmente autoreferenziale.
Qui un esempio di vita vissuta, ogni giorno:
http://blogs.it/0100206/2007/12/16.html#a7368
Concorsi e carriere definite in base ai risultati giudicati da team internazionali fuori dalle cosche, prego.
Sul resto, Alfonso, concordo.
Ciao
Beppe Caravita
Alfonso,
condivido in linea generale le sue proposte.
Io credo però che ci sia prima bisogno di definire di cosa oggi l’Università in Italia si debba occupare: formazione di massa, formazione d’eccellenza, ricerca di base, trasferimento tecnologico, essere occasione di rilancio per il terriotorio. Spesso all’Università viene chiesto di svolgere tutti questi ruoli insieme. Credo che bisognerebbe ri-ffidare una mission chiara al sistema Universitario Italiano, dotarlo di nuove regole e risorse adeguate.
probabilmente lo avevi visto, i riferimenti statistici a gli USA sono interessanti;
http://www.lavoce.info/articoli/-innovazione_ricerca/pagina2871.html
mario
> Hai ragione, è molto meglio non far nulla e criticare quelli che fanno > qualcosa, da soli e per giunta facendosi qualche nemico, magari in alto.
Proprio non volevo dire questo. Se questo post/manifesto fosse partito da un ricercatore non confermato, l’avrei definito qualcosa di coraggioso. Invece da un professore ordinario, irremovibile dall’incarico come e’ lei, mi aspetterei qualcosa di piu’. Perche’ no uno sciopero, simbolico, ma sarebbe il primo e attirerebbe anche l’attenzione di chi non legge il suo blog. La gente comune vedrebbe che se un professore in alto come lei protesta, forse qualcosa veramente non va. Oppure un seminario, un incontro con gli studenti, ecc…
E poi mi sarebbe piaciuto sentirla commentare sull’operato del peggior ministro dell’universita’ che abbiamo mai avuto, cioe’ Mussi.
Non ci credo che non abbia nulla da ridire su quello che sta facendo e di solito qualche critica a sinistra la fa.
Ha letto le anticipazioni sulle nuove regole per l’assunzione dei ricercatori? Di fatto escludono candidati stranieri e se lei crede che serva competitivita’ nel sistema, come mai non protesta dalle pagine del suo blog per questa ulteriore chiusura del sistema?
Lo sa che Mussi, che parla tanto di meritocrazia, ha fatto assumere “ope legis” qualche migliaia di precari universitari. Pero’ e’ stato furbo, perche’ ha spostato l’operazione al ministero delle finanze e nessuno si e’ accorto che tanti sono diventati ricercatori senza neanche un concorso. Pero’ immagino lei le sappia queste cose, mi sbaglio?
Forse ha deciso di non attaccare Mussi perche’ ha visto anche lei che ormai non fa piu’ il ministro e pensa solo al suo nuovo partito, altrimenti non mi spiego il suo silezio su questo.
PS: lo so che il suo blog lo leggono, io sono tra questi perche’ lo trovo interessante.
sono in partenza per un lutto familiare. Risponderò quando posso.
Non ti preoccupare. La vita e gli affetti vengono prima. Partecipo al tuo lutto. Sii sereno.
Beppe
Grazie Beppe.
Alla tua risposta (e a quello che scrivi sul tuo blog e anche nelle comunicazioni sulla nostra lista di discussione) rispondo in modo semplice.
Supponiamo che sia proprio come dite tu e Fiorella. Bene, che altro si può fare se non creare consenso su alcune proposte forti? Per fare questo bisogna cercare di parlare ai tanti che non sono chiusi e in mala fede.
Non credo ai concorsi fatti da professori stranieri. Già oggi i tempi sono lunghi: diventerebbero epocali. Credo nella responsabilità: facciamo si che chi fa schifezze le paghi. Secondo me, è l’unico modo. Imporre che tutti i mezzi su ruote siano Ferrari è utopico. Si può solo far vedere la differenza tra una Ferrari e un triciclo e chi vuole il triciclo ignorando la Ferrari, se lo becchi.
Riccardo, questa discussione sta diventando paradossale.
Un lettore del blog mi chiede un’opinione. Io la dò dicendo che se ci sono commenti posso provare a farne una sintesi. Arrivi tu e mi dici che non sono credibile perchè sono “inamovibile”. Quindi? O mi dimetto oppure sto zitto? Devo fare sciopero: ma che vuol dire? Sciopero per dire quello che penso? Non è solo inutile, è ridicolo. E non accetto di passare per pavido. Io quello che penso lo dico ovunque vado. Inclusa la conferenza di ateneo sulla ricerca tenuta qualche mese fa al Poli. E ti assicuro che così facendo non mi faccio amici. Sulla valutazione degli atenei, ne ho parlato più volte presenti persone come il sottosegretario Modica e Rocca di Confindustria. Ho parlato di questi temi non più tardi di 15 giorni fa ad un incontro dell’Aspen Institute presenti Vittorio Grilli, un paio di rettori e rappresentanti di imprese, PA e università. Ne ho parlato dieci giorni fa ad un incontro di AICT a Roma all’ENEA. Doveva anche esserci Gentiloni ma poi le questioni della Rai lo hanno bloccato. Ripeto, ovunque vado, ne parlo.
Sul ministro Mussi, sarà il caso che presti attenzione alla stampa. Tanto per fare un esempio, il rettore del Poli ha usato parole molto dure all’inaugurazione dell’anno accademico. Quindi mi pare che ci siano tante voci che stanno parlando.
Vorrei anche ricordarti che tenere il blog non è la mia occupazione principale: faccio quello che posso. Peraltro, se hai letto il mio blog saprai che non condivido per nulla le posizioni di Mussi e della sua parte politica. Anzi, non faccio altro che criticare la sinistra radicale un giorno sì e l’altro pure.
Per cui, se vuoi continuare a fare questi commenti perchè vuoi criticarmi a priori fai pure. Ma mi pare un giochino un po’ sterile e strumentale.
Dimenticavo, se ti servono “prove”, leggi per esempio questo:
http://stagni.typepad.com/weblog/2007/12/aict—lict-com.html
Forse ho un po’ esagerato. Ma mi sembra sempre di piu’ che tutti conoscono i problemi e le soluzioni, ma il passo successivo non arriva mai. Ultimamente mi e’ capitato di sentire
molti commenti su come migliorare la ricerca in Italia e tutti sono + o – d’accordo su quale sia la soluzione giusta. Tutti scrivono, rilasciano interviste, ma niente cambia perche’ la politica non segue questi consigli. Tranne poche eccezioni, i politici italiani non capiscono l’importanza della ricerca come strategia a lungo termine per la crescita del paese, quindi penso la riforma debba partire dall’interno e mi piacerebbe vedere degli atti concreti in tal senso da parte dei professori. Ovviamente non sapevo che lei ha gia’ discusso questi temi alla conferenza di ateneo, ecc…
Se nel suo dipartimento venisse assunto un ricercatore con un concorso fatto su misura, se la sentirebbe di opporsi e protestare?
Quando parlavo di scioperare, sono stato paradossale, ma cosa propone di concreto, a parte una sintesi del post come manifesto?
Posso darti una buona notizia. Nella mia sezione (informatica) stiamo utilizzando un approccio che cerca di massimizzare la visibilità dei bandi specie all’estero. Stiamo anche invitando tutti i candidati a fare presentazioni e a farsi conoscere in dipartimento, esattamente come si fa in una università USA.
È un primo passo, ma penso sia significativo e, fatto positivo, è stato assunto senza obiezioni da tutti i colleghi della sezione (diverse decine).
Questa e’ davvero una buona notizia. Fino ad ora avevo sentito di una cosa simile solo all’IMT di Lucca…ma quella non e’ proprio la tipica Universita’ italiana.
Le segnalo questa iniziativa, di cui non so ancora molto, ma che sembra un tentativo di smuovere qualcosa:
http://www.visionwebsite.eu/vision/news.php?page=1
Alfonso, All,
alcune idee per il tuo brainstorming:
– stilare un codice deontologico di corretto comportamento per i membri delle commissioni universitarie (quelle per la selezione di prof e ricercatori, per le ammissioni ai corsi, ecc.), da proporre alla libera adesione individuale, prevedendo che una autonoma entità mantenga un albo pubblico di chi ha aderito al codice e monitori se i comportamenti degli aderenti siano poi di fatto conformi al codice.
– stilare una griglia di valutazione della trasparenza, correttezza e fairness, ecc., delle attività di ogni commissione universitaria, e pubblicare tali valutazione
– censire tutte le micro norme regolamentari che rendono la vita dell’Università meno trasparente, meritocratica e corretta di quel che potrebbe, e indicare come modificarle. /nota
Ovviamente, queste sono descrizioni molto preliminari. Se sembrono idee interessanti, magari ne parliamo
grazie
mario
/nota. Per fare solo un esempio. Ho scoperto recentemente che il concorso di ammissione a Medicina viene svolto nello stesso giorno, in tutte le facoltà italiane (o solo quelle statali?). Perchè? Ovviamente se i concorsi fossero, per prassi o per obbligo, scaglionati nell’arco di alcune settimane, uno stesso studente potrebbe partecipare a più di uno. Questo permeterebbe un confronto tra i risultati, renderebbe più difficile le raccomandazioni e i falsi, renderebbe più facile individuare i meritevoli (coloro che si piazzono meglio in più piazze), o no? Quante di questi micro prassi e regole sono di fatto state pensate per rendere il sistema meno trasparente e meritocratico e più nepotistico e ‘a cordate’?