Critica ragionata alle reti wifi cittadine pubbliche

Ho rubato il titolo che usualmente usa Stefano Quintarelli per alcuni suoi post ("Critica ragionata a …") per provare a riassumere e sintetizzare diverse osservazioni e commenti che ho ricevuto e maturato a valle del mio precedente post, poi ripreso da Federico Fasce, Sergio Maistrello e Massimo Mantellini. Provo a fare una sintesi di quello che penso. È un primo draft scritto cercando di tenere conto di tutto quello che ho letto in questi giorni. Conto di aggiornare il testo tenendo conto dei commenti che mi dovessero arrivare e correggendo eventuali errori o imprecisioni che mi fossero scappati.

Nota: cerco di affrontare i diversi temi uno alla volta: prego chi legge di arrivare fino in fondo per valutare l’insieme dei miei commenti.

Come offrire servizi ai cittadini

L’accesso ad Internet deve essere considerato un diritto essenziale in una società moderna. Credo dovrebbe essere dichiarato al più presto un servizio universale e come tale regolato. È quindi senza dubbio lodevole che ci si ponga il problema di avere la possibilità di accedere ad Internet ovunque. Inoltre, è altrettando indubbio che si debba sostenere attraverso l’intervento pubblico l’accesso ad Internet da parte delle fasce più deboli della popolazione in modo da permettere la loro inclusione nel fenomeno Internet.

Le reti WiFi cittadine sono pensate proprio per offrire a tutti la possibilità di accedere ai servizi della rete. Per questo motivo, che sostiene l’idea delle reti WiFi cittadine propone che i comuni (o comunque il pubblico) si facciano carico di creare queste reti e di renderle disponibili agli utenti. In realtà, spesso questo intento viene tradotto in progetti attraverso i quali i comuni stessi diventano nella sostanza degli operatori: attraverso l’uso delle risorse della fiscalità generale si creano e gestiscono tali reti.

In realtà, non è per nulla necessario che un comune diventi in prima persona un operatore. Può affidare la gestione del servizio in outsourcing o, meglio ancora, può finanziare la domanda di accesso a servizi esistenti. In questo ultimo caso, anzicché spendere soldi per creare una rete alternativa a quelle commerciali, vengono date risorse agli utenti affinché usino le infrastrutture esistenti.

Una pubblica amministrazione deve gestire in prima persona quei servizi che le sono propri e per i quali ha esperienza, competenza, un ruolo da giocare. Nel caso delle reti cittadine, un comune si troverebbe a diventare di fatto un operatore di telecomunicazioni, dovendo attivare servizi di registrazione, monitoraggio, interconnessione con la "big Internet". Dovrebbe occuparsi di manutere e far evolvere la rete. A tutto ciò si aggiungono altri problemi discussi nel seguito. Per questo, mi pare che un punto sia proprio il seguente: perché un comune dovrebbe fare in prima persona un mestiere che non gli appartiene quando lo può delegare a chi già opera sul mercato? Ovviamente devono esserci regole e vincoli. Ma questo già vale anche per altri servizi appaltati all’esterno, peraltro meno complessi e critici della gestione di una rete di accesso a Internet.

Va infine osservato che la soluzione outsourcing potrebbe comunque richiedere la creazione di un’altra infrastruttura in parallelo con le esistenti o con quelle che potrebbero creare i privati. Per esempio, se a Milano si chiedesse di realizzare in oursourcing una rete WiFi pubblica, essa dovrebbe essere comunque creata visto che non esiste. Come discusso nel seguito, ne vale la pena visto che esistono già altre alternative (per esempio le reti mobili)? Secondo me è quanto meno discutibile.

Certamente, può aver senso che una biblioteca o un ufficio comunale offra ai propri utenti la connessione WiFi, così come fanno molti altri esercizi privati. Ma ciò è ben diverso dal pensare di garantire l’accesso a Internet su tutto il territorio di un comune (o su una sua porzione significativa) per un numero di cittadini a priori estremamente elevato.

Servizi per chi?

Nel momento in cui si crea una struttura "pubblica" WiFi di accesso, per la natura stessa del WiFi, potenzialmente chiunque vi può accedere. Se ho messo un hot spot, poniamo, all’angolo di Piazza Lima con corso Buenos Ayres (un punto molto noto e trafficato di Milano), potranno accedere potenzialmente alla rete non solo gli utenti nomadici che si trovano a passare nel luogo (i destinatari della rete cittadina), ma anche gli uomini di affari che alloggiano nell’hotel che si affaccia sulla piazza, piuttosto che gli esercenti dei negozi o i professionisti che hanno i loro uffici in quello spazio. Si vuol forse dire che la rete WiFi cittadina deve essere accedibile da chiunque (e quindi dimensionata di conseguenza)? È evidente che, come detto in precedenza, si pone un complesso problema di registrazione e di controllo dell’accesso. A chi permettere l’accesso? Ovviamente non a tutti, altrimenti il concetto stesso di rete pubblica perderebbe di senso. A meno che non si faccia il salto e si assuma che la rete WiFi è equivalente al sistema viabilistico di una città e quindi come tale unico e utilizzato da tutti. Staremmo quindi dicendo che la rete WiFi cittadina diventa "la" rete di tutti i cittadini e di tutte le imprese di un comune. Non credo sia assolutamente possibile, sia per motivi tecnici che per l’ovvia distorsione del mercato che così si avrebbe.

Da questo punto di vista, un finanziamento pubblico selettivo alla domanda (cioè dare soldi o buoni a chi poi usa le reti commerciali) è quanto meno più semplice da mettere in piedi. Si possono usare meccanismi molto diversi, come voucher o uno sconto sulle tasse. Ciò non elimina il problema della scelta dei soggetti e delle fasce sociali da sostenere, ma quanto meno semplifica il processo di gestione e controllo dell’accesso.

L’ottimizzazione degli investimenti

Proviamo a considerare ora gli aspetti relativi all’economicità complessiva degli investimenti in reti WiFi cittadine. Una rete WiFi è di fatto una rete di accesso, come il doppino o la rete mobile GPRS/UMTS/HSDPA. Per creare una rete di accesso WiFi devo avere tanti hot spot (centinaia se non migliaia) in giro per la città. Il numero e la posizione devono essere determinati in modo da garantire copertura, capacità di accesso e connessione con la rete di backhauling (la fibra tipicamente) che porterà il traffico sulle dorsali di Internet. È noto che le reti di accesso, proprio perché devono essere così capillarmente diffuse, sono particolarmente costose da realizzare e gestire. Spesso sono monopoli naturali (come nel caso del rame o la FTTH). Comunque sia, costano.

Ora, gli operatori mobili hanno fatto e stanno facendo parecchi investimenti, specie nelle città, per avere 3.5G e anche oltre (in prospettiva). Come vedremo, sono tecnologie che competono con WiFi e anche WiMax. Inoltre, vi sono e potrebbero essere iniziative di privati che creano proprie reti WiFi/WiMax, quanto meno in luoghi di grande affluenza. Ci troviamo quindi difronte ad un moltiplicarsi di investimenti in infrastrutture parallele. L’aspetto paradossale è che gli operatori sia fissi sia mobili chiedono incentivi e sostegni per poter investire nello sviluppo delle loro reti. Essi sono anche alla ricerca di nuovi servizi per "caricare" le reti e ottimizzarne l’uso. Ma, allora, che senso ha creare nuove infrastrutture in parallelo a quelle esistenti? Non ha senso che, messe in campo le opportune misure di controllo e di garanzia (vedi avanti), si faciliti l’accesso alle infrastrutture esistenti, invece di replicare investimenti e costi? Tali infrastrutture oggi sono principalmente le reti degli operatori mobili, ma in prospettiva potrebbero benissimo essere anche reti private basate su WiFi e WiMax. Ovviamente, dipenderà dal successo e dalla qualità del servizio che queste reti saranno in grado di offrire.

Il ruolo del pubblico non è quello di fare "le sue reti", ma di garantire che il mercato sia aperto e che non ci siano quindi fenomeni per i quali gli operatori esistenti bloccano lo sviluppo di nuove reti o la messa in esercizio di nuove tecnologie. Ma, questo è un problema che deve essere affrontato e risolto comunque, indipendentemente dal fatto che ci siano reti WiFi cittadine pubbliche.

Quali tecnologie?

Si dice che WiFi e WiMax siano molto più performanti delle reti cellulari mobili. In realtà, i cambiamenti tecnologici sono impressionanti e pertanto credo che le analisi devono essere molto più attente e pacate. Già oggi HSDPA arriva a 7.2 Mb, quindi lo stesso ordine di grandezza di WiFi. Ma in prospettiva, LTE e sue evoluzioni promettono velocità molto superiori. Per cui, bisognerebbe riflettere attentamente su questi fatti. Certamente, deve esserci neutralità tecnologica e apertura del mercato.

Ma proprio per questi motivi, ha senso che un comune scelga lui la tecnologia su cui investire? Deve farsi carico lui di capire cosa fare e come farla evolvere per tenere conto delle evoluzioni tecnologiche? Mi pare un controsenso. Ripeto, il pubblico deve garantire apertura del mercato e facilitare l’accesso da parte di tutti a queste tecnologie. Non serve ed è anzi critico che si metta a fare lui l’operatore.

Quali tutele?

Il punto precedente ha introdotto l’argomento delle tutele e delle garanzie. Citavo la questione dell’apertura del mercato. È evidente che una delle principali preoccupazioni è che le reti mobili cellulari oggi sono spesso dei walled garden e possono introdurre non neutralità. In poche parole, l’operatore non si limita ad offrire l’accesso IP, ma vincola e limita il modo secondo il quale l’utente fruisce dei servizi Internet, anzi affibbiandogli propri servizi anche se non voluti. Per questo, i sostenitori delle reti WiFi cittadine dicono che tale soluzione è preferibile, in quanto gestisce meglio il problema ed offre una garanzia all’utente. In altri termini, il comune garantisce all’utente la neutralità della rete e si fa carico della gestione del rapporto con il fornitore dei servizi di backhauling in nome e per conto di tutti gli utenti finali.

La questione è ovviamente importante. Ma si dimenticano due punti importanti.

In primo luogo, il mercato sta di per se stesso evolvendo verso profili tariffari che prevedono accessi flat a internet anche dal mobile. Non siamo proprio ancora in questa situazione, ma appare evidente che la spinta da parte dell’utenza è tale per cui mi pare sia solo questione di tempo. L’avvento di dispositivi come l’iPhone non farà altro che accelerare questa trasformazione.

In secondo luogo, il pubblico dovrebbe intervenire per garantire la neutralità sempre e comunque. Il problema esiste anche sulla rete fissa, come noto. Per cui non ci si può limitare a dire "creiamo una rete nostra così siamo sicuri che non ci sia il walled garden e le non neutralità". Mi sembrerebbe un ritirarsi rispetto al vero problema. Peraltro, in assenza di una chiara normativa sulla neutralità, che impedirebbe agli operatori di telecomunicazione di introdurre non neutralità a valle della rete WiFi di accesso?

I costi e il servizio

Oggi la connessione via HSDPA o 3.5G è ancora piuttosto costosa. Ma crescono sempre più le offerte flat (o quasi, con un numero di Gb mensili abbastanza alto). Inoltre, così come è accaduto con il traffico voce, con la crescita del mercato e della concorrenza i costi diminuiranno come già sta accadendo.

Inoltre, si dimentica che se ho un contratto con un fornitore di servizi per esempio HSDPA (un operatore mobile) posso usufruire del servizio ovunque, magari con prestazioni degrate a UMTS o EDGE. Ma comunque, l’unico limite diviene la mancanza di copertura diretta o via roaming. Nel caso delle reti cittadine, se ci fosse una rete indipendente per ogni città, un utente che comunque volesse accedere in mobilità alla rete dovrebbe prevedere ragionevolmente un contratto con un operatore mobile, salvo utilizzare di volta in volta (registrandosi come richiesto) la rete cittadina che dovesse avere a disposizione.

Qualche conclusione

Vorrei innanzi tutto sottolineare ancora una volta il senso di queste note. Ho la sensazione che molti sostengano le reti cittadine WiFi perchè giustamente le vedono come uno strumento di promozione sociale. E allo stesso tempo, reagiscono in modo molto critico ogni volta che vengono sollevati dubbi e perplessità su questo tipo di iniziative.

È importante ricordare che uno stesso scopo può essere raggiunto in modi molto diversi. Questo è ancora più vero in un mondo che è in tale evoluzione da rendere facilmente obsolete tutte le considerazioni e convinzioni che uno ha maturato anche pochi mesi addietro. Il doppino e la "vecchia" rete fissa qualche anno fa sembravano morte. Oggi sono la spina dorsale della banda larga. In futuro potrebbero sparire per far spazio a FTTH o a evoluzioni della tecnologia wireless. "Creare" ex novo reti WiFi non è l’unico modo per risolvere un problema. Anzi a volte pensare di crearne di nuove, ignorando tempi, costi e vincoli, porta a fossilizzare il problema, che potrebbe invece trovare soluzioni più veloci e efficienti sul breve periodo.

Ritengo che il vero punto critico sul quale insistere sia la sistematica attenzione nel capire tutte le evoluzioni tecnologiche, di mercato e normative che di volta in volta ci si trova ad affrontare. In particolare, dobbiamo spingere perchè ci sia l’affermazione di alcuni principi forti che garantiscano apertura e crescita del mercato: accesso IP come servizio universale, neutralità, accesso paritario ai monopoli naturali, separazione tra trasporto e servizi, apertura del mercato a nuove tecnologie, sostegno agli investimenti pubblico/privati che fanno crescere le infrastrutture del sistema paese. Io ritengo che il pubblico, piuttosto che operare su un terreno che non è gli è proprio, debba da un lato farsi carico di trovare risposte di sistema a questi problemi e, dall’altro, garantire che tutti i cittadini abbiano accesso alle tecnologie che il mercato offrirà.

P.S.: Come mai tante iniziative di reti cittadine WiFi in giro per il mondo stanno fallendo?

25 Comments

  1. nunzio said:

    Prof,
    standing ovation.

    12/04/2008
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  2. Mauro Labate said:

    Ottimo articolo, concordo soprattutto sul fatto che i comuni non dovrebbero mettersi a fare gli operatori e questo è vero indipendentemente dalla scelta della tecnologia da impiegare.
    Mi è piaciuta anche molto la parte intitolata “Servizi per chi?”, anche se l’idea di un servizio simile a quello viabilistico potrebbe un giorno essere realtà; per ora è ancora presto pensarci a causa dei costi che richiederebbe fornire un dimensionamento adeguato.
    Come già scrivevo commentando l’altro post invece non concordo al 100% sul capitolo “ottimizzazione degli investimenti”. Le reti di accesso costano quando è necessario fare scavi in città per tirare cavi lunghi km. Quando si tratta di mettere un’antenna costano diversi ordini di grandezza in meno. Se wi-fi e rete UMTS avessero gli stessi costi e le stesse prestazioni/implicazioni direi anch’io che è inutile replicare un’infrastruttura che già c’è, ma se si affronta il problema in un’ottica di ottimizzazione dei costi, credo che per un certo tipo di servizio (accesso nomadico all’interno della propria città) la filiera del IEEE sia quella che propone le soluzioni tecnologiche vincenti.
    Certo che se poi vogliamo usare Internet in mobilità, o usufruire di accesso nomadico in molte città diverse, perché siamo persone che viaggiano spesso, allora le implicazioni cambiano e la tecnologia più adeguata è quella proposta dalla filiera del radiomobile.

    Ha senso replicare l’infrastruttura per rispondere meglio alla prima esigenza? Dipende da quanti utenti sarebbero interessati a sfruttare il servizio nelle condizioni 1 e quanti nelle condizioni 2. Dipende anche da quali accordi gli operatori mobili e i comuni riescono a raggiungere. Le considerazioni fatte nell’articolo sono tutte molto valide, molto sensate e credo siano proprio quelli punti chiave da cui partire a discutere. Credo altresì però che non si possa prescindere dal considerare l’impiego della tecnologia wi-fi bollandola a priori come “inefficiente”, perché in certe circostanze potrebbe non esserlo, nemmeno dal punto di vista dei costi.

    12/04/2008
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  3. Tom said:

    Prof,
    standing ovation.

    P.S. : Un unica cosa. Che intende esattamente con “accesso IP come servizio universale” ?

    12/04/2008
    Reply
  4. Condivido i caveat: ha poco senso che un’amministrazione pubblica si metta a fare l’operatore di rete, o che assuma azioni che hanno l’effetto di favorire una telco rispetto ad altre, o ancora che investa denaro pubblico nella costruzione di una rete; come è sensato tenere presenti le altre tecnologie disponibili o emergenti. Però non penso che da tutto ciò ne consegua che un Comune non abbia ruolo per assumere iniziative in questo settore. Al contrario, si può pensare di fare qualcosa tenendo conto di tutte queste osservazioni, come abbiamo intenzione di fare a Bologna.

    15/04/2008
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  5. massimiliano said:

    Gentile Prof,
    non la conoscevo prima e ho trovato la sua analisi tramite PI.
    Che dire…. quoto nunzio…. standing ovation.

    la seguirò molto

    15/04/2008
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  6. N. A. Grossi said:

    Esiste un Servizio Sanitario Nazionale perché il diritto alla salute è un bene giuridico primario?
    Bene: oggi è un bene giuridico primario anche il diritto alla comunicazione e all’informazione.
    Ogni cittadino, dunque, dovrebbe avere la possibilità di accedere non a qualsiasi IP, ma agli IP dei siti istituzionali, amministrativi, informativi, culturali… a costo zero e ovunque egli si trovi.
    Questo è il vero servizio universale che un paese civile e moderno dovrebbe sviluppare.
    La connettività gratuita anche come sistema educativo: chissà che tanti giovani non finiscano per leggere un quotidiano anziché scaricarsi la suoneria della topolona.

    17/04/2008
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  7. […] abbino ad un’interessante discussione sul tema Wi-fi che il prof. ha sviluppato recentemente: Critica ragionata alle reti wifi cittadine pubbliche e che Punto Informatico ha ripreso mettendo online un servizio video nel quale, partendo dai suoi […]

    18/04/2008
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  8. Rossi Marco said:

    …Dimenticavo, può leggere il contenuto nel servizio all’interno del testo, basta cercare: “WI-FI: UN SEGNALE DALL’ALLARME”

    29/05/2008
    Reply
  9. […] o attraverso collaborazioni con operatori specializzati. Di fatto mi allineo alle posizioni di cui si era fatto interprete Alfonso Fuggetta qualche mese fa. Rinnego anche la necessità di un social network ad hoc, di cui sono stato forte […]

    11/04/2009
    Reply
  10. […] Maistrello incontra poi un punto di vista consolidato, espresso a suo tempo da Alfonso Fuggetta che sottolineava primariamente le sovrapposizioni non virtuose fra municipalità che avrebbero fornito accesso […]

    15/04/2009
    Reply
  11. Sebastiano said:

    Buongiorno,
    quindi cosa consiglia ad un piccolo comune che desidera diffondere l’utilizzo di internet fra i propri cittadini, migliorando così l’interazione, l’informazione, la partecipazione? La possibilità di connettere in tempo reale tante persone, rendendole partecipi della vita del comune?
    Lei se fosse un sindaco di un piccolo comune, cosa farebbe?
    Grazie
    Saluti

    28/12/2009
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    • 1. Verificare esattamente quale sia la copertura sia wireline che wireless (3G, WiMax, Hyperlan, …).
      2. Verificare se i problemi di partecipazione derivano da scarsa connettività o da altri fattori (a partire dai servizi online disponibili).
      3. Nel caso stiamo parlando di una realtà piccola, verificare con gli altri comuni, con la provincia e con la regione le iniziative già in corso o programmate per aumentare le infrastrutture. Sentire anche i programmi di Telecom e dei principali operatori.
      4. Se necessario, definire un piano di intervento e di sviluppo delle infrastrutture insieme alle altre PA. Puntare alla realizzazione di infrastrutture affittate agli operatori per offrire il servizio di accesso. Si devono scegliere le tecnologie più convenienti in funzione della conformazione del territorio e la distribuzione della popolazione.
      5. Sostenere la domanda di soggetti deboli (anziani, famiglie con basso reddito, …) o sui quali si vuole investire (studenti, giovani, …).
      6. Prevedere servizi WiFi nei luoghi pubblici come biblioteche, sale comunali, …
      7. Insistere come ANCI affinché la Pisanu venga sostanzialmente rivista.

      28/12/2009
      Reply
  12. […] ho sempre detto che le reti devono essere fatti dai privati e che non credo nelle reti wifi pubbliche cittadine come quella che adesso vogiiono fare a Milano. Non so se notate che Obama dice “we’ll […]

    26/01/2011
    Reply

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