Una scuola per l’Italia

On August 21, 2008, in Politica, by Alfonso Fuggetta

Gigi mi segnala questo bell’articolo di Galli della Loggia.

Una scuola per l’Italia – Corriere della Sera: “Tra neppure un mese la macchina della scuola italiana ricomincerà a macinare lezioni ed esami. Una gigantesca macchina fatta di circa un milione di dipendenti, di migliaia di edifici frequentati da milioni di studenti, pronta anche quest’anno ad allestire milioni di iniziative le più varie, a sfornare tra circolari, lettere, verbali e registri, il solito astronomico numero di tonnellate di carta. Una macchina gigantesca, appunto. Ma senz’anima: che non sa perché esiste né a che cosa serva, e che proprio perciò si dibatte da decenni in una crisi senza fine. Crisi la cui gravità non è testimoniata tanto dai pessimi risultati ottenuti dagli studenti della nostra scuola nei confronti internazionali, ma da qualcosa di più profondo e di più vero. Dal fatto che essa si sente un’istituzione inutile e in realtà lo è: apparendo tale, e dunque votata ineluttabilmente al fallimento, innanzi tutto alla coscienza dei suoi insegnanti, dei migliori soprattutto.

La scuola italiana non riesce più a conferire alcuna autorevolezza a nessun fatto, pensiero, personaggio o luogo di cui si parli nelle sue aule. Non riesce più a creare o ad alimentare in chi la frequenta alcun amore o alcun rispetto, alcuna gerarchia culturale. E perciò non serve a legittimare culturalmente — e cioè ideologicamente o storicamente— più nulla: non il Paese o il suo passato, la sua tradizione, e tanto meno lo Stato, la Costituzione, il sistema politico: nulla. Si possono tranquillamente frequentare le sue aule e non essere mai sfiorati dal sospetto che l’azione del conte di Cavour, o il Dialogo sopra i massimi sistemi, o una terzina del Paradiso rappresentano vertici d’intelligenza, di verità e di vita, posti davanti a noi come termini di confronto ideali, ma anche concretissimi, destinati ad accompagnarci in qualche modo per tutta l’esistenza. Il sintomo politico più evidente della crisi in cui versa la scuola è il sostanziale disinteresse, venato di disprezzo, di cui, al di là di tutte le chiacchiere di maniera, essa è ormai circondata dall’intera classe dirigente, a cominciare per l’appunto dalla classe politica.

Se il responsabile del Tesoro può impunemente tagliare i fondi destinati all’istruzione, infischiandosene di ogni possibilità di commisurare i risparmi alle esigenze di qualcuna delle ipotesi di cambiamento proposte dal volenteroso ministro Gelmini, ciò accade precisamente perché in realtà Tremonti, come tantissimi altri suoi colleghi, non sa a che cosa questa scuola possa davvero servire, e in essa non riesce a vedere altro che una macchina erogatrice e sperperatrice di risorse. Come di fatto, peraltro, essa rischia ormai di essere. La verità è che la scuola pubblica che l’Europa conosce da due secoli non è solo un sistema per impartire nozioni. Nessuna scuola autentica del resto lo è mai stata: deve impartire nozioni, come è ovvio, ma può riuscirvi solo se insieme—aggiungerei preliminarmente — è anche qualcos’altro, e cioè se al suo centro vi è un’idea, una visione generale del mondo. La scuola pubblica europea è nata intorno al compito di testimoniare un’idea del proprio Paese, i caratteri e le vicende della collettività che lo abita, sentendosi chiamata a custodire l’immagine di sé e gli scopi di una tale collettività. 

Non può esistere una scuola pubblica mondial-onusiana, una scuola italiana che parli in inglese o esperanto. Un sistema d’istruzione pubblico appartiene sempre a un contesto culturale nazionale. Questo è il punto, dunque qui sta il cuore del problema: alla fine, nella sua sostanza più vera, la crisi della scuola italiana non è altro che la crisi dell’idea d’Italia. E’ lo specchio della profonda incertezza di coloro che a vario titolo la guidano o le danno voce – i governanti, gli apparati dello Stato, gli imprenditori, gli intellettuali, l’opinione pubblica – circa il senso e il rilievo del suo passato, circa i suoi veri bisogni attuali e quello che dovrebbe essere il suo domani. Il profondo marasma della nostra scuola, il grande spazio preso in essa dal burocratismo, dalle riunioni, dalle questioni di metodo, dalle futilità docimologiche, a scapito dei contenuti, è lo specchio di un Paese che non riesce più a pensarsi come nazione da quando la sua storia ha attraversato negli anni ’60-’80 la grande tempesta della modernizzazione.

E’ da allora che l’idea del nostro passato si sta dileguando insieme alla consapevolezza dei suoi grandi tratti distintivi. E non a caso è da allora che è diventato sempre più difficile anche organizzare il presente e immaginare il futuro. Da qui, per esempio, ha tratto origine la crisi che ha colpito a suo tempo le tradizionali culture politiche della democrazia repubblicana, e sempre qui sta oggi la difficoltà di vederne sorgere di nuove. Da qui, anche, la generale sensazione d’immobilismo che abbiamo da anni, quasi che dopo il trauma della modernizzazione non sapessimo più ritrovarci, non riuscissimo più a riprendere il bandolo della nostra storia e dunque non riuscissimo più a muoverci. Negli anni ’90 la cesura che era andata producendosi nei tre decenni precedenti è venuta finalmente alla luce: ha definitivamente preso forma un’Italia nuova, ma questa Italia nuova non riesce più a pensare se stessa, non riesce più a pensarsi come un intero, come nazione, a progettare il suo futuro, perché non riesce più a incontrare il suo passato.

Riappropriarsi di questo passato e della propria tradizione per ritrovarsi: questo è il compito urgente che sta davanti al Paese che sa e che pensa. Ed è alla luce di questo compito che esso deve ripensare anche l’intera istituzione scolastica, la quale solo così potrà riavere un senso e una funzione, e sperare di tornare alla vita. Ridare profondità storico-nazionale alla scuola, ma naturalmente in vista delle esigenze che si pongono all’Italia nuova di oggi e tenendo conto dell’ambito e dei contenuti propri degli studi. E cioè, non volendo sottrarmi all’onere di qualche indicazione, mirare innanzi tutto a ricostituire culturalmente (e per ciò che riguarda l’istituzione anche organizzativamente) il rapporto centro- periferia e Nord-Sud, riaffermando il carattere multiforme ma unico e specifico dell’esperienza italiana; in secondo luogo porre al centro, ed esplorare, il nostro tormentato rapporto con la modernità e i suoi linguaggi, mettendone a fuoco debolezze e punti di forza e cercando anche in questa maniera di costruirci un modo nostro di stare nei tempi nuovi, di averne l’appropriata consapevolezza senza snaturamenti e scimmiottamenti; e infine ribadire la funzione della scuola nella costruzione della personalità individuale, principalmente attraverso l’apprendimento dei saperi, delle nozioni, e la disciplina che esso comporta.

Tutto ciò facendo piazza pulita delle troppe materie e degli orari troppo lunghi che affliggono la nostra scuola, e ricentrando con forza i nostri ordinamenti scolastici intorno a due capisaldi: da un lato la lingua italiana e la storia della sua letteratura, cioè intorno alla voce del nostro passato, e dall’altro le matematiche, cioè il linguaggio generale del presente e del futuro universali. A questo punto ci si può solo chiedere: esiste un governo, esistono dei ministri in Italia? Personalmente mi ostino a pensare di sì. E a credere che ogni tanto gli capiti perfino di ascoltare i gridi di dolore, come questo, che si levano dai giornali.”

10 Responses to “Una scuola per l’Italia”

  1. Alberto says:

    E’ vero: è un bell’articolo ma non condivido l’idea che la funzione primaria (che ha scritto più volte) della scuola sia di dare nozioni e, solo secondariamente, come se fosse una mera conseguenza, di insegnare ad apprendere.
    Le nozioni ci vogliono, alcune sono indispensabili anche per contribuire a tenere insieme l’Italia, ma l’insegnamento deve dare ben altro che informazioni.
    E’ un idea peregrina la mia? Sarei curioso di sapere cosa ne pensi ;)

  2. L’ho riletto e non ci trovo questa visione “nozionistica”. In quale passo lo avevi notato?

  3. Belle le proposte (quasi degli incitamenti) ma non condivido appieno l’analisi dello “sfacelo” attuale; non sono (ancora) così pessimista e trovo, pur tra situazioni gravi e poco edificanti, molti… ok… alcuni spunti interessanti e soggetti volenterosi. Bisogna innanzitutto non perdere questi.

  4. nunzio says:

    Prof, non piu’ tardi di un mese fa mi sono sorbito una sfilata di una ventina dei miei volenterosi studenti di meccanica che presentavano alla commissione i loro pensieri su “La poetica der fanciullino”, “In pratica qui il D’Annunzio ci dice che” “Qui il Carducci esalta la figura der bove”. Sono quindi in grado di garantirle che l’ultima cosa di cui hanno bisogno i nostri ragazzi sia di “ricentrarsi” attorno alla letteratura italiana, che negli ultimi 4 secoli e’ stata quella di un paese decadente e provinciale ed ha prodotto alcuni dei tromboni piu’ insopportabili dell’intera storia umana. Quanto alle “matematiche”, non ho capito bene cosa siano, se ci stia dentro pure la fisica, la biologia, l’informatica o cosa. Sospetto che qui le competenze del prof. della Loggia siano un po’ vaghe. Ed anche parlare una lingua straniera, meglio due, potrebbe far comodo ai nostri ragazzi. Magari anche piu’ che studiare er Foscolo.

  5. @Nunzio: personalmente credo che proprio lo svilimento della cultura umanistica porti (rimanendo con le tue parole) all’imbarbarimento dell’odierna società, dove l’immagine è al centro di tutto.
    I tromboni che citi sono appunto quelle persone che alla faccia di poesia e letteratura hanno occupato l’occupabile ed hanno cominciato a “magnà (Francia o Spagna purché se magna)”.
    Che poi ci voglia un mix di umanesimo e “matematiche” sono d’accordo, anche a favore delle seconde.

  6. Razmataz says:

    “(la scuola) Non riesce più a creare o ad alimentare in chi la frequenta alcun amore o alcun rispetto, alcuna gerarchia culturale. E perciò non serve a legittimare culturalmente — e cioè ideologicamente o storicamente— più nulla: non il Paese o il suo passato, la sua tradizione, e tanto meno lo Stato, la Costituzione, il sistema politico: nulla”

    Puo’ la scuola ambire ad adempiere a questo compito quando i politici (parlamentari e ministri) puntualmente negano ogni “gerarchia culturale” o “legittimazione culturale”? Come commenterebbe La Loggia il comportamento degli studenti che in classe avessero uno degli atteggiamenti assunti dai parlamentari in aula (turpiloquio, mortadella, striscioni, zuffe, …)? Come possiamo chiedere alla scuola (decine di migliaia di operatori) quello che non possiamo ottenere da poche centinaia di parlamentari?

  7. Alberto says:

    Scusa per il ritardo nella risposta. Ecco i punti che io ritengo “incriminati”:
    Dove duce “non è solo un sistema per impartire nozioni. Nessuna scuola autentica del resto lo è mai stata: deve impartire nozioni, come è ovvio, ma”
    A me pare che l’ovvietà del fatto che la scuola debba anche impartire nozioni vada sostituita con un altra ovvietà: la scuola deve insegnare a capire il mondo, la gente e deve insegnare come fare a cercare e apprendere nozioni. come conseguenza è ovvio che si imparino nozioni. Ovvio che si imparino non ovvio che si impartiscano.

    Altro punto:
    “due capisaldi: da un lato la lingua italiana e la storia della sua letteratura, cioè intorno alla voce del nostro passato, e dall’altro le matematiche”
    I capisaldi citati sono condivisibili ma non devono essere lo scopo ma solo una conseguenza. Per insegnare a capire il mondo, il presente, si usa come mezzo lo studio della storia. In questa ottica, ad esempio, io non vincolerei i singoli insegnanti/istituti su una scaletta di fatti storici da “impartire” ma vincolerei l’apprendimento di concetti quali i motivi delle guerre e lascerei liberi di spiegare più o meno brevemente una guerra o un altra. Questo per la storia. Per l’italiano è un po’ diverso visto che va imparato per poter comunicare. In parte anche per la matematica è come per l’italiano ma alcune parti potrebbero essere ridotte mentre altre approfondite. Sempre nell’ottica di insegnare piuttosto che di impartire nozioni.
    Che valore avrebbe l’appassionare un gruppo di ragazzi alla storia dell’evoluzione della crittografia piuttosto che insegnargli semplicemente solo i teoremi alla base delle tecniche crittografiche?

  8. Non so. Non ci vedo quello che dici. Forse è più una sfumatura nel modo in cui dice le cose, ma non mi pare voglia sostenere una posizione “nozionistica”.

  9. Alberto says:

    Forse è proprio come dici tu.
    Mi sa che sono io che ho il dente avvelenato: nella mia carriera scolastica ho avuto la fortuna di incontrare molti bravi insegnanti, più di quelli cattivi.
    Ho però constatato che era solo un loro merito personale il fatto di insegnare bene e che anzi, spesso, erano bravi nonostante che stesse sopra di loro quasi sempre li ostacolava.

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