Qualche giorno fa ho riportato su questo blog un articolo di Raffaele Meo che denunciava l’emergenza culturale del paese. Si riferiva ai tagli all’università. Non tutto quello che diceva Meo era condivisibile. Conosco Raffaele da tanti anni e so quello che pensa e, soprattutto, so quello che ci divide. Lui ha una visione molto più “statalista” e meno “mercatista” (se mi è permessa la semplificazione). DestraLab l’ha criticato fortemente, cogliendo solo l’aspetto della polemica politica o della critica puntuale ad alcune sue frasi, ma senza valutare attentamente ciò che Raffaele nella sostanza stava dicendo: questo paese sta sottovalutando in maniera drammatica il problema dell’università e della cultura. Non è solo il problema del taglio degli stipendi dei professori: è il modo con il quale sistematicamente si affrontano questi temi.
È vero quello che dice Raffaele. Lasciamo perdere per un momento la polemica politica. Questo paese non ama l’università e la cultura, la scienza e la tecnologia, considera la scuola un costo da minimizzare, immagina che il nostro futuro o, più prosaicamente, il nostro “benessere” si possa costruire attraverso altri strumenti e percorsi.
In un qualche modo quello che diceva Raffaele è stato anche ripreso da Galli Della Loggia. Anche in questo caso, non condivido la critica di Angelo Buongiovanni nei confronti del “trombone” Della Loggia. Non sono un amante dei grilli parlanti, ma non mi sembrava che Della Loggia stesse “trombonando”.
Peraltro, concordo con Angelo quando dice che il problema è di fondo, del paese nel suo complesso. Questo paese ha una sfiducia totale nel mondo della cultura, dell’università e della scuola. Ma il problema è più profondo: non ha più una visione di stesso, del suo futuro, di ciò che è e di ciò che vuole essere.
È vero. Gli universitari, i politici, i grandi manager, tanti decision makers hanno molta responsabilità in tutto questo, in quanto hanno accettato, tollerato e messo in pratica atteggiamenti e modi di operare inaccettabili. Lo vedo tutti i giorni, anche nell’università e nelle scuole che mi capita di frequentare.
Ma è altrettanto vero che ci stiamo scapicollando in una corsa al massacro dove “tutto è sbagliato e tutto è da rifare”, dove qualunque cosa e chiunque ha torto o necessariamente nasconde qualche “scheletro nell’armadio”, come se potesse esistere qualcuno di perfetto e immacolato: a cercare il male, prima o poi lo si trova. Viviamo tutti i giorni con la convinzione che ciò che fa il mio partito è giusto per principio, mentre quello che fanno dalle altre parti politiche è sbagliato per definizione. Io spero di non cadere in questa trappola. Critico molto, ma spero nel merito e non per “partito preso”.
Tutto questo mi pare evidenzi “il” problema culturale del paese. Siamo (e uso il “noi”) sfiduciati, distruttivi, “scazzati”, ipersospettosi. Non sappiamo più neanche riconoscere i nostri meriti quando li abbiamo.
All’articolo di Meo, alcuni hanno replicato che l’emergenza non è la cultura come diceva Raffaele, ma la giustizia, o la certezza della pena.
Ripensando a quello che leggevo mi viene da dire che l’emergenza vera è proprio quella culturale. Non solo o non tanto nel senso del problema specifico della scuola e dell’università. Ma nel modo secondo il quale viviamo in questo paese, ne affrontiamo i problemi, ne combattiamo le battaglie. Spesso ci sentiamo dire che bisogna avere un atteggiamento costruttivo, che miri alla crescita. Giusto, ma questo deve basarsi secondo me su alcune cose semplici a dirsi, anche se molto difficile a farsi:
- Capacità di analisi e competenza. I problemi sono complessi ed è finita l’era dell’improvvisazione e del “fai da te”.
- Lavoro di gruppo. Me ne accorgo tutti i giorni. Noi siamo individualisti, egocentrici. E non ci accorgiamo che le nostre legittime ambizioni personali possono trovare molte più opportunità di svilupparsi in una squadra capace di competere per il titolo mondiale, piuttosto che tentando di vincere da soli il campionato provinciale.
- Onestà intellettuale. Saper dire bianco se è bianco e nero se è nero, indipendente dal colore di chi lo dice e dall’interesse del singolo. Tolleranza zero, culturalmente intendo, innanzi tutto verso se stessi.
- Un po’ di francescani candore e umiltà. Io sono un ipersospettoso e forse non posso permettermi di non esserlo. Ma almeno ogni tanto dobbiamo fare lo sforzo di “dismettere i panni del maligno”.
Io credo che ci serva questo cambio “culturale”. La speranza nasce dal ripartire da questi basics, dal riconoscerci e dal ritrovarci intorno a questi valori, dal trarre da queste idee e da chi le condivide la forza per rimetterci in corsa “insieme”, anche in modo un po’ incosciente e “folle”. Ciò non significa uno stare “insieme” fittizio o di comodo. Serve uno “stare insieme” che si basi sull’onestà intellettuale e sull’amore verso la cultura, la storia e la tradizione di questo paese. E anche verso questi “maledetti italiani” che tanto mi fanno incazzare, ma verso i quali non riesco a non provare una “passione” ancora viva e profonda.


“….Questo paese non ama l’università e la cultura, la scienza e la
tecnologia, considera la scuola un costo da minimizzare, immagina che il nostro futuro o, più prosaicamente, il nostro “benessere” si possa costruire attraverso altri strumenti e percorsi.
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…… Questo paese ha una sfiducia totale nel mondo della cultura, dell’università e della scuola. Ma il problema è più profondo: non ha più una visione di stesso, del suo futuro, di ciò che è e di ciò che
vuole essere.
….Gli universitari, i politici, i grandi manager, tanti decision makers hanno molta responsabilità in tutto questo, in quanto hanno
accettato, tollerato e messo in pratica atteggiamenti e modi di operare inaccettabili.”
Leggo su un libro di fantascienza di una strategia molto ampia, con
obiettivi a medio lungo termine, volta al controllo delle masse.
In sostanza il progetto si basa su un unico fondamentale pilastro, un rigido controllo sull’istruzione in senso stretto e sulla diffusione culturale.
Forti di significativi precedenti messi in atto in alcuni mondi ai tempi
dell’unificazione, si tenta di ripetere l’operazione in tempi attuali; da
polverose videoteche galattiche si è infatti scoperto che riunificazioni politiche sono avvenute grazie al controllo di pochi intellettuali che si sono fatti portavoce di milioni di cittadini immersi nella più profonda ignoranza, moltissimi gli analfabeti.
Alla stessa stregua, religioni più o meno diffuse sono sopravvissute e arricchite “infatuando” la popolazione ignorante affabulandola con una lingua diversa.
Quindi i “saggi” hanno dedotto che il bene del popolo è seguire
pedissequamente le disposizioni e i consigli che discendono dall’alto o più prosaicamente da qualche scatola parlante, e conseguentemente adottato il principio che maggiore è l’ignoranza più facile il controllo di sempre più ampi strati di popolazione.
E’ solo un brano di fantascienza
Per me un modo di riorientarsi verso la direzione giusta può essere: fare uno sforzo di realismo, temperanza e di umiltà. 1) Realismo: stiamo molto meglio che in passato e in generale ognuno di noi dispone di maggiore ricchezza e maggiori possibilità rispetto a 20 anni fa (vi ricordate che 20 anni fa per praticare una lingua straniera avere la CNN era una cosa da privilegiati o perlomeno da élite culturale?). 2) Temperanza: invece di andare come pecore dietro al modello di successo proposto dalle tv (tutto, facile e subito), tornare ad apprezzare DAVVERO valori come il lavoro fatto bene, la famiglia e la solidarietà. 3) Umiltà (forse qui la scuola può davvero fare di più): avere una percezione di sé più vicina alla realtà, capire che fino a quando non si sa abbastanza per essere promossi, o non si sa fare più di chi è già in certe posizioni o ha certe funzioni, è meglio tacere, studiare e lavorare (basta con le rivendicazioni e la retorica dei ggiovani) – il che comunque non è una tragedia, e qui si torna al punto 1 e al punto 2. In sostanza volevo dire: sono d’accordo, è un problema culturale, ma nel senso più profondo, di mentalità e spirito. Un cambiamento può venire solo se ciascuno comincia da sé stesso, e se ha il coraggio di provarci ma anche di ammettere, se non funziona, che ha perso ma è stato bello lo stesso, che c’è altro nella vita. Invece tutti a pretendere il successo, anche con scorciatoie, per non sentirsi dei falliti. È come il doping. Ciao, scusate la lunghezza.
Provo a precisare il senso della mia critica a Galli della Loggia, perche’ a volte scrivere in fretta, come ho fatto ieri, non aiuta a esser chiari (magari poi ci scrivo anche qualcosa di piu’ ponderato).
Posto che il problema fondamentale è che l’Italia non e’ capace oggi di esprimere una propria idea di civilta’ e di convivenza, dei valori condivisi che fondino l’appartenenza alla comunita’ — credo che sia del tutto velleitario chiedere alla scuola di far supplenza a questa disgregazione culturale e identitaria. La scuola puo’ fare bene il suo mestiere se *riflette* adeguatamente valori condivisi nella societa’. Se quei valori non ci sono — o la scuola diventa corriva, o si isola in una torre d’avorio che la rende del tutto avulsa dal mondo in cui agisce.
Per questo mi pare che l’articolo in questione finisse per essere una lamentazione un po’ moralistica e del tutto inefficace — e che ponesse sulla scuola un onere irrealistico; a maggior ragione su una scuola come quella di oggi, ripeto: umiliata e privata di mezzi. Bastino le ultime dichiarazioni della Gelmini sulla necessita’ di aumentare le ore di lezione degli insegnanti, sui tagli, ecc. ecc. In queste condizioni di contesto e di mezzi, quel che fa la scuola e’ gia’ un mezzo miracolo.
Angelo, devo dirti che leggendo l’articolo di Della Loggia non mi pare che la sua fosse una richiesta alla scuola perché faccia lei di più e di meglio a condizioni invariate. Era proprio come dicevi tu una richiesta alla società e al governo di rimettere la scuola al centro del dibattito.
Almeno, io l’avevo letto così.
[...] questa massima. Ma forse condividere certe idee usando anche questi strumenti come il blog, come scrivevo qualche giorno fa, è anche un modo per costruire qualcosa un po’ più grande e magari [...]