Ecco con chi se la dovrebbe prendere la Gelmini

On October 26, 2008, in Politica, by Alfonso Fuggetta

Questi sono fatti specifici. Bene, che la Gelmini intervenga su questi, come su tutti quelli similari. Se lo facesse, sarei io il primo a scendere in piazza per sostenerla.

Tasic, un serbo di 19 anni, è finito su tutti i giornali del mondo perché, partito per l’America per studiare, ha preso la laurea e pure il dottorato in otto giorni? Noi italiani, di geni, ne abbiamo a migliaia. O almeno così dicono i numeri, stupefacenti, di alcune università. Numeri che, da soli, rivelano più di mille dossier sul degrado del titolo di «dottore». I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l’università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati. È l’accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell’Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Tema: è mai possibile che un «dottore» su 14 vada veloce come Usain Bolt? C’è di più: stando al rapporto 2007 sull’università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, quasi la metà di tutti questi Usain Bolt, per la precisione il 46%, ha preso nel 2006 l’alloro in due soli atenei. Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme. Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146˚ posto e Padova al 189˚? Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell’ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c’è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l’Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D’Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta. Numeri alla mano, risulta che dall’ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un’omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol- Myers…), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell’anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all’ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà.

Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l’Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell’amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto. Ma facciamo un passo indietro. Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d’esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un’innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all’italiana, devastante. Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato (ahinoi!) abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l’autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili. Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l’offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un’associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c’è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d’oro, siore e siore, occasioni irripetibili». Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell’argine eretto dal predecessore della Gelmini, c’è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall’anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l’Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell’ambito dell’anno accademico 2006-2007».

Bene: sapete quanti studenti risultano aver preso la laurea triennale nell’ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l’università telematica legata al Formez, l’ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati. Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l’unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all’Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l’altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c’era lei l’altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po’ troppo. O no?

link: Università, il business dei laureati precoci – Corriere della Sera

10 Responses to “Ecco con chi se la dovrebbe prendere la Gelmini”

  1. Avevo letto l’articolo proprio questa mattina: direi che si commenta da solo. Spero ancora che prima o poi questi “problemi” uno alla volta, siano risolti. Solo che di solito c’è sempre qualcun altro che vuole che le cose restino così, perchè in fondo fa comodo ad un bel po’ di persone…

  2. Mattia Pascal says:

    La soluzione a questo genere di abusi è semplice semplice. E’ da anni che se ne parla ma nessuno ha il coraggio di metterla in pratica. Togliere il valore legale alla laurea.

  3. Frank says:

    Mi sono laureato nella Laurea in Ingegneria Informatica a Siena e devo dire che non è stata così facile come si sostiene, conosco poco altre facoltà ma la mia facoltà di Ingegneria mi è sembrata molto competitiva, molti esami li ho superati con tanta fatica, ormai è un po che l’ho abbandonata ma quando ero studente mi sembrava un’ottima università, tanto che Repubblica nell’annuale classifica considerava l’ateneo senese uno dei migliori. Le cose cambiano!!!!

  4. Gi says:

    “…tanto che Repubblica nell’annuale classifica considerava l’ateneo senese uno dei migliori.”.
    Frank,
    non conosco Siena e quindi parlo giusto per far prendere aria ai denti, ma la prima battuta che mi viene in mente è: chissà gli altri.
    Come seconda battuta direi, attenzione che le valutazioni dei giornali, sovente, sono come le recensioni dei libri, dei film o dei ristoranti: solo e niente più che volgari veline.
    Ciò non toglie che studenti seri e onesti non possano apprendere e studiare serenamente e onestamente in ogni dove, traendone ottimi validi risultati.

  5. Marcello Semboli says:

    Io mi sono laureato nel 92 in matematica.
    Era un’ottima Università, seria, esigente.
    A leggere del buco di 150 milioni, e poi anche questo articolo, mi tremano i polsi.
    L’anno scorso in treno per caso ho incontrato un mio professore.
    Abbiamo parlato un po’. Mi sembrò così scoraggiato…

  6. alezzandro says:

    Io credo che qui si stia parlando delle convenzioni che, in certe università, permettono di ottenere la laurea con un numero irrisorio di esami. Non della facilità o meno di un normale (e completo) corso di laurea.

  7. [...] alfonsofuggetta.org » Blog Archive » Ecco con chi se la dovrebbe prendere la Gelmini (tags: società) [...]

  8. Stefano Grevi says:

    Come allora distinguere fra studenti seri e studenti ‘in convenzione’ ?

    Giusto non ghettizzare IMO l’intero corpo studente dell’ ateneo, ma cosa allora permette una azienda di non beccarsi le sòle di laureati convenzionati la cui preparazione è già di base opinabile avendo saltato il percorso formativo di base a piè pari ?

    Semplice, sminuendo il valore della Laurea. Conviene anche in termini economici.

    Mi ribolle il sangue a leggere questo articolo riportato; mi fa venire in mente le ore di studio, le prove scritte e gli orali sotto controllo ferreo come se tutti fossimo accusati implicitamente di copiare e passare risultati.

    Mi ribolle il sangue nel constatare che c’era un ‘percorso facile’ per tanti in altri atenei mentre io affrontavo un giusto percorso ad ostacoli che nel passaggio al 3+2 dal VO si era trasformato per me da ‘impegnativo’ a ‘percorso di guerra’.

    Mi ribolle il sangue vedere che a causa di queste lauree facili ora il frutto (formativo & legale) della fatica e l’impegno di molti studenti venga dalle aziende visto con sospetto, sminuito, mal retribuito e relegato a contratti a Progetto ‘all’italiana’.

    Ma, a parte farmi ribollire il sangue e dirlo, non vedo nulla all’orizzonte che mi permetta di contribuire a risolvere il problema, se possibile.

    Scrivere alla Gelmini ? Ma le legge le missive ?

  9. Frank says:

    Io di queste facilitazioni a Siena non ho mai sentito parlare da nessuno, ci ho studiato e ci vivo da ormai 10 anni.

  10. Gi says:

    Così, giusto per dare a Cesare ciò che è di Cesare e Siena ciò che è di Siena: http://www.corriere.it/salute/08_ottobre_28/aids_molecola_blocca_infezione_6bf2189e-a4fd-11dd-bdb4-00144f02aabc.shtml

    Ciò però dimostra ancora una volta che chi è intellettualmente onesto e a voglia di studiare prima e di lavorare poi, riesce ad emergere non come unico asino in un gregge di capre ma sempre e comunque come cavallo di razza.

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