Di solito si imbizzarrisce e perde il controllo. Leggo ora il pezzo della legge di Vita e Vimercati sulla neutralità della rete. E scopro che, non si capisce peraltro a che titolo, viene inserito anche il seguente articolo sul software open source:
1. In conformità con il principio di neutralità tecnologica, le amministrazioni pubbliche sostengono ed utilizzano soluzioni basate su software libero anche al fine di contenere e razionalizzare la spesa pubblica, favorire la possibilità di riuso e l’interoperabilità dei componenti facendo uso di protocolli e formati aperti, adottano soluzioni informatiche basate su protocolli e formati aperti di generale accettazione;
2. Lo Stato promuove l’interoperabilità tra le banche dati delle amministrazioni pubbliche.
3. Le amministrazioni pubbliche, nella scelta dei programmi per elaboratore elettronico, indicano i motivi che impediscono l’adozione di soluzioni basate su software libero.
4. Le amministrazioni pubbliche, nelle procedure ad evidenza pubblica, promuovono l’utilizzo di software libero e di formati aperti e possono prevedere l’assegnazione di punteggi aggiuntivi nei bandi di gara.
Ho voglia a sprecare fiato da anni a questa parte per dire “non scriviamo sciocchezze”. Ho voglia a parlare del cultural divide. Niente da fare. Quando si parla di open source è come sventolare un panno rosso davanti ad un toro: l’unica risposta è la carica a testa bassa.
Dunque, si comincia con un ossimoro: siccome siamo per la neutralità tecnologica, favoriamo i prodotti open source (?!?!?!?!?!?!?).
Poi si parla di favorire il riuso e l’interoperabilità facendo uso di protocolli e formati aperti. E che diavolo c’entra il riuso del software? E le altre cose sui formati aperti non erano già state dette e ridette? Quindi a che serve?
“2. Lo stato promuove l’interoperabilità”. E c’era bisogno di fare una nuova legge per ridirlo?
Il 3. è la solita fisima che non vuol dire niente. È la solita zeppa per dare adito a paure e ricorsi infiniti visto che detto così si lascia all’arbitrarietà di chi interpreta decidere se “i motivi” siano sufficienti o meno.
Ma la chicca è questa finale dei punti in più! Quanti? Quando? Per quale motivo?
Secondo me così si da l’avvio a contenziosi infiniti.
Ovviamente “in conformità al principio di neutralità tecnologica”.
Sono cose scritte per far contenti alcuni elettori, ma certo da un punto di vista amministrativo e pratico aumentano solo la confusione che, di suo, già regna sovrana.

Il movimento per il software libero stante la consapevolezza che c’è nel nostro paese su questi temi ha un peso elettorale direi irrilevante, escluderei perciò calcoli di questo tipo.
ciao,

mi meraviglia la tanta foga in questo “post” da una persona che come lei dimostra sempre una buona misura.
premetto che sono un fervente sostenitore del processo basato sul software libero come modello di sviluppo economico in un contesto come quello italiano (occidentale) per vari motivi che “mi piacerebbe ma non c’e’ spazio”.
premetto che non sono un avvocato ne un giurista e non conosco dove/come questa proposta di legge di esponenti del PD si inserisca nell’attuale quadro normativo:
http://www.luigivimercati.it/uploads/2009/03/ddl_reti.pdf
mi sembra una proposta che, di suo, tenda solo a dare delle linee guida, a porsi come “ispiratrice” di successivi decreti attuativi a vari livelli (nazionale, regionale, locale).
Ma linee guida che secondo me sono negli effetti, precise e condivisibili, magari per motivi non perfettamente giustificate dalle relazioni di causa-effetto descritte nel testo su cui invece e’ il caso di soffermarsi per cercare di arrivare ad un punto condiviso.
1. sui formati e standard dei dati aperti royalty-free credo che nessuno abbia niente da ridire. i nostri dati devono stare su formati (almeno a livello logico.. sul livello fisico ovvi problemi di obsolescenza come ad es. la morte del floppy disk da 1.44MB imperano) aperti per poter non essere un freno alla portabiltà.
2. sul fatto che i formati aperti siano una “condicio sine qua non” si abbia una vera neutralità tecnologica, anche qui non ci piove, spero..
3. sul fatto che il software libero sia correlabile “al fine di contenere e razionalizzare la spesa pubblica” ho forti dubbi e mi sembra una approssimazione grossolana frutto di una certa confusione sulle prospettive del “modello economico” che si sta avviando..
4. sul fatto che il concetto di “open source” sia MOLTO DIVERSO dal concetto di “software libero” vedo che c’e'ancora molto da lavorare.. le amministrazioni DOVREBBERO chiedere il sorgente oltre al binario per controllare il loro (coi nostri soldi..) investimento (ovviamente quando possibile ovvero privilegiarlo se e’ possibile scegliere!)
5. infine, la solita distinzione software proprietario o libero; qui non si parla di differenze “tecnologiche” (i linguaggi e gli algoritmi essendo scritti nella stessa maniera!!) ma di differenti modelli di sostenibilità ecoomica. Uno con forti barriere all’ingresso, necessità di grandi capitali per “intraprendere”, rigidità di adattamento e vincoli per gli utenti che adottano, l’altro, IMHO, oggi come oggi, più aderente alla realtà del mondo che ci circonda (bassi capitali, personale poco talentuoso che e’ meglio se copia, grande necessità di flessibilità, competizione con paesi emergenti, utenti che vogliono anche la loro libertà e non accettano lock-in)..
Io qui intorno di tori rossi non ne vedo tanti, magari son tutti a S.Agata nello stabilimento della Lamborghini!
Certo, infine, che parliamo di nulla! una proposta di legge del PD di questi tempi non vale neanche gli elettroni che servono per trasportare il PDF da un computer all’altro e ha probabiltà negative di arrivare da qualche parte.
Magari pero’ solleva un dibattito.
Grazie per lo spazio e scusate la lunghezza..
Andrea
Me la prendo perché su questi temi abbiamo lavorato in commissione Meo per un anno. Ne abbiamo discusso poi per altri mesi. Avevamo cercato di chiarire e spiegare i vari aspetti. Molti punti come l’uso dei formati aperti e il rilascio del codice sorgente alla PA anche per i programmi proprietari erano stati già discussi, precisati ed affrontati.
Tutte cose già scritte e discusse con precisione nel 2003! E poi riprese, in modo non ottimale, nel codice delle amministrazioni digitali.
Ed ora? Tutto ignorato, tutto dimenticato. E siamo tornati (in una proposta di legge, non in un articoletto qualunque) a formulazioni inconsistenti, irrazionali, sbagliate.
Ecco perché me la prendo. Perché avevamo fatto un sacco di lavoro utile anni fa che è stato bellamente ignorato per riproporre tesi sbagliate, fuorvianti e tecnicamente bacate.
Parla del lavoro della prima commissione Meo del 2003?
Un documento che si trova ancora in rete:
http://www.cnipa.gov.it/site/_files/indagine_commissione_os.pdf
La leggero’ con un po’ di calma per capire meglio.. anche se Beppe Caravita non ne dava un giudizio troppo esaltante!
http://liste.perlulivo.it/pipermail/innovazione/msg01860.html
Vedo poi anche “tracce” di una seconda Commissione Meo:
http://www.innovazionepa.gov.it/ministro/salastampa/notizie/1022.htm
Con ulteriore materiale elaborato. Da leggere.
Mi domando pero’ quali ricadute abbiano avuto in pratica oggi negli atti della PA. Qui in Emilia Romagna qualche cosa si nota, ma ho paura che il “problema” di incomprensione sia di fondo.
Il software proprietario e’ oggi ovviamente dominante e, per vari motivi, si puo’ permettere il lusso di fare lobby e di influenzare il processo decisionale quando e’ “top-down”.
D’altra parte il software sviluppato in modalità condivisa è nato da un processo “bottom-up” di reazione ad un meccanismo diventato troppo “inefficiente”.
L’equilibrio arriverà prima o poi.
Il software proprietario diventera’ meno inefficiente ed il software libero sarà più costoso.
E’ il mercato, ragazzi..
Saluti
Andrea
> anche se Beppe Caravita non ne dava un giudizio troppo esaltante
Ma non è vero! E comunque conosco bene Beppe, so come la pensa, non condivo parecchio di quello che dice e riscriverei nel doc della commissione Meo quello che scrissi anni fa.
Per quel che concerne gli effetti, se invece di ignorare quel lavoro si fosse dato seguito alle raccomandazioni che proponeva, oggi saremmo ben più avanti. E invece siamo qui a dover ricominciare dall’inizio, avendo perso anni.
Condivido il commento di Fuggetta perchè penso che il tema “dell’interoperabilità” e degli “open standard” e a livello di P.A. il tema delle regole con cui ogni amministrazione rende accessibili i suoi dati anche alle altre amministrazioni senza che ognuna si metta a fare il mestiere dell’altra, siano temi di rango più alto di quello delle specifiche tecnologie con cui sono realizzate le diverse componenti software che “operano” sui vari nodi della rete e “del tipo di licencing” con cui vengono rese disponibili al mercato. In termini più netti la dico in questo modo: mi sembra meglio occuparsi seriamente di “governance” costruendo le condizioni per la convivenza di “diversi modelli”; questo consentirebbe di “fare sistema in modo più robusto” perchè si creebbero le basi per fare investimenti più duraturi sia sul lato offerta che sul lato domanda; sarà il mercato che valuterà e deciderà cosa sarà meglio e, a seconda del contesto, probabilmente premierà in modo diverso un approccio od un altro in relazione alla reale efficacia/efficienza nell’affrontare lo specifico problema.
Per l’ossimoro… non condivido la tua posizione.
Siamo per la neutralità tecnologica e quindi si, favoriamo i prodotti open source… Visto che tu mi insegni che l’unica differenza tra un prodotto open e uno proprietario è la licenza… chi impedisce a chi oggi vende un sw proprietario di distribuirlo con licenza “open”?
Nessuno ovviamente…
Mentre se io ho un sw proprietario faccio fatica (parecchia spesso) a cambiare fornitore…
Per il riuso: non capisco la tua domanda. Come si fa a riusare il sw (ex art. 69 del CAD) se non ho una licenza “open”?
Si, le altre cose sui formati aperti non erano già state dette e ridette?
Ma visto che siamo da capo a 12 tanto vale ridirle…
- “2. Lo stato promuove l’interoperabilità”. E c’era bisogno di fare una nuova legge per ridirlo? – forse no, ma l’interoperabilità non è proprio un fatto di “tutti i giorni”… e lo sai bene…
Per quanto riguarda i “punti in più”… Quanti? Quando?
A queste domande risponderanno le commissioni di gara.
Per quale motivo? A questa invece il DDL e tutte le sue premesse.
Su che cosa dovrebbero nascere contenziosi?
Parliamone…
F.
> Siamo per la neutralità tecnologica e quindi si, favoriamo i prodotti open source… Visto che tu mi insegni che l’unica differenza
> tra un prodotto open e uno proprietario è la licenza… chi impedisce a chi oggi vende un sw proprietario di distribuirlo con licenza “open”?
Ma che c’azzecca? Ma dobbiamo per legge obbligare una azienda ad usare un modello di business piuttosto che un altro? Io voglio usare Mac OS perché per me è meglio, costa poco e mi fa lavorare in modo più efficiente. E perché dovrei usare Linux se non mi piace o non ha programmi che mi vanno bene? Oppure devo andare da steve e dirgli: ehi ragazzo, cambia licenza?
E cosa vuol dire quella frase “bisogna giustificarsi”? Cosa vuol dire? Che un giudice può indagarmi per abuso di atti di ufficio se le mie motivazioni non lo convincono? Gli basta il fatto che io voglia usare Mac OS perché lo uso da anni, mi piace e mi trovo bene? E se andassero bene queste motivazioni, allora a che serve questa pantomima dei “motivi da indicare”?
> Mentre se io ho un sw proprietario faccio fatica (parecchia spesso) a cambiare fornitore…
Ma su … ancora con questi chiacchiere! Ma io nel mercato del software ci sto tutti i giorni. Proprio qualche giorno fa è venuto da me uno dei 4, dicesi 4, Red Hat Architect certificati in Italia. E vienimi a dire che lì vado da chiunque … Ma su, usciamo da questi stereotipi. Flavia ne abbiamo parlato sei anni fa e siamo ancora qua come se nulla fosse successo.
> Per il riuso: non capisco la tua domanda. Come si fa a riusare il sw (ex art. 69 del CAD) se non ho una licenza “open”?
Flavia, rileggi quello che abbiamo scritto nel 2003. La maggior parte della spesa è per software custom che è quello da riusare, non certo Word. Invece di fare leggi come questa che per me sono solo demagogia, riprendiamo quello che scrivemmo 6 anni fa: per legge, il software custom acquisito dalle PA (tutte) deve essere di proprietà della PA, come il CNIPA fa da sempre per le amministrazioni centrali. Quella è una legge da fare. Facciamola. La si poteva fare sei anni fa.
> Ma visto che siamo da capo a 12 tanto vale ridirle… e poi anche l’interoperabilità …
Ma stiamo parlando di leggi o di chiacchiere ad un congresso? Le leggi non servono per fare cultura o discussioni. Le leggi stabiliscono cosa fare, cosa non fare e che succede se non le rispetti. Altrimenti veramente facciamo solo chiacchiere accademiche.
> A queste domande risponderanno le commissioni di gara.
Io fossi una azienda in un bando in cui si danno punti in più solo perché c’è software di un certo tipo inizierei a fare ricorso ad antitrust, unione europea e a tutto quello che mi viene in mente. Una gara viene aggiudicata in base ai principi di convenienza tecnico-economica (quello che noi chiamammo value for money), non certo perché i prodotti sono di un tipo piuttosto che di un altro. Ti ricordo, inoltre, che il nostro documento commissione Meo conteneva una proposta che quella si andrebbe trasformata in legge: l’obbligo di deposito presso la PA dei sorgenti dei prodotti proprietari venduti.
Già in questa risposta ti ho indicato due proposte che andrebbero trasformate in leggi. Anzi, si sarebbe dovuto farlo 6 anni fa se non avessimo perso tempo in chiacchiere vuote.
> Ma dobbiamo per legge obbligare una azienda ad usare un modello di business piuttosto che un altro? Io voglio usare Mac OS perché per me è meglio, costa poco e mi fa lavorare in modo più efficiente.
Nessuno te lo impedisce o sbaglio… neanche una legge come quella di cui parliamo… lo motivi e compri Mac OS.
> E cosa vuol dire quella frase “bisogna giustificarsi”? Cosa vuol dire?
Questa frase è mutuata dal CAD art. 69, comma 1: “salvo motivate ragioni”.
> Ma io nel mercato del software ci sto tutti i giorni. Proprio qualche giorno fa è venuto da me uno dei 4, dicesi 4, Red Hat Architect certificati in Italia. E vienimi a dire che lì vado da chiunque … Ma su, usciamo da questi stereotipi. Flavia ne abbiamo parlato sei anni fa e siamo ancora qua come se nulla fosse successo.
Non capisco… scusami, prova a spiegarmi se vuoi.
> Flavia, rileggi quello che abbiamo scritto nel 2003. La maggior parte della spesa è per software custom che è quello da riusare, non certo Word.
Certo, ma solo nella PA centrale.
La PA locale compra sw “non custom” (vedi sw per la gestione del personale, o dei pagamenti dei tributi o per fare la carta di identità)…
> riprendiamo quello che scrivemmo 6 anni fa: per legge, il software custom acquisito dalle PA (tutte) deve essere di proprietà della PA, come il CNIPA fa da sempre per le amministrazioni centrali. Quella è una legge da fare. Facciamola. La si poteva fare sei anni fa.
C’è già… la Direttiva Stanca del 2003.
Ma non risolve il problema della PA locale che non compra quasi mai sw custom.
> Le leggi stabiliscono cosa fare, cosa non fare e che succede se non le rispetti. Altrimenti veramente facciamo solo chiacchiere accademiche.
Vero.
> Io fossi una azienda in un bando in cui si danno punti in più solo perché c’è software di un certo tipo
… non è un sw di un certo tipo, ma una licenza di un certo tipo…
> Una gara viene aggiudicata in base ai principi di convenienza tecnico-economica
Vero.
> Ti ricordo, inoltre, che il nostro documento commissione Meo conteneva una proposta che quella si andrebbe trasformata in legge: l’obbligo di deposito presso la PA dei sorgenti dei prodotti proprietari venduti.
Eh… me lo ricordo bene, anzi… suggerirò a Vita e Vimercati di aggiungere questa clausola nel loro DDL! Grazie!
Siamo in tempo a cambiare e aggiungere… vai con le proposte!
Ciao
F.
> Questa frase è mutuata dal CAD art. 69, comma 1:
> “salvo motivate ragioni”.
Appunto, sono quelle frasi da azzeccagarbugli che danno da lavorare agli avvocati. Cosa definisce “motivate”? Chi decide cosa è sufficientemene motivato? Poi non ci meravigliamo se i procedimenti civili durano anni! Con leggi così che danno adito a questioni infinite, è del tutto ovvio.
> Non capisco… scusami, prova a spiegarmi se vuoi.
Per riprendere l’esempio, se voglio un red ha architect non è che ne trovo a bizzeffe (ce ne sono 4 in Italia). Trovo molti più professionisti certiicati .Net. Quindi non è così ovvio è scontato che con il software open source “posso cambiare il fornitore”.
> Ma non risolve il problema della PA locale che non
> compra quasi mai sw custom.
Sai bene che la direttiva Stanca ha recepito male e in modo confuso quello che scrivemmo noi. Ti ricordo inoltre che la PA locale di software custom ne compra tanto. Bisognerebbe fare quello che discutemmo 6 anni: far passare un provvedimento in conferenza unificata che porti a livello locale quello che già fa il CNIPA a livello statale.
> … non è un sw di un certo tipo, ma una licenza di un certo tipo…
Guarda caso poi alla fine così determino solo un certo tipo di fornitori e ne escludo altri. Esattamente la situazione, a parti scambiate, che i sostenitori dell’open source contestano.
> Siamo in tempo a cambiare e aggiungere… vai con le proposte!
Nell’executive summary del nostro documento del 2003 avevamo scritto quello che poteva essere un testo di legge, con molte più proposte (e anche più concrete) di quelle del DDL Vita-Vimercati. Io butterei via il testo che è stato proposto e ripartirei da quello che avevamo scritto noi. Sono andato a riguardarlo ieri sera dopo che Andrea lo aveva risegnalato.
Se avessero dato retta a quello che scrivevamo … 6 anni fa! Più ci penso e più mi incavolo.
questo thread mi sembra un po’ “astioso”.
e’ chiaro che studi approfonditi per dar maggiore controllo agli investimenti della PA sono stati fatti, ma, si vede che non e’ bastato. perché? io do la mia versione, da uomo della strada.. per questo diro’ cose semplificate e/o ingenue..
“..riprendiamo quello che scrivemmo 6 anni fa: per legge, il software custom acquisito dalle PA (tutte) deve essere di proprietà della PA, come il CNIPA fa da sempre per le amministrazioni centrali. Quella è una legge da fare. Facciamola. La si poteva fare sei anni fa.”
Chi e’ il soggetto di questi verbi in prima persona plurale! che non fanno, non producono, non trasformano la teoria in “buone pratiche”.
il Prof. Meo ha lavorato prima sotto il ministro Stanca e poi sotto il ministro Nicolais.
C’e’ quindi un approccio al non-fare bi-partizan!
Un processo decisionale in completo stallo (rabbrividisco al sol pensiero che sia persino, provocatoriamente?, suggerito dal Prof. alle aziende di ri-correre al Tar, al consiglio di Stato alla Corte europea e chi piu’ ne ha piu’ ne metta..)
Diciamocelo: e’ vero che NON fare e’ meno pericoloso che fare e non si paga mai per l’inerzia. Mettiamoci il cuore in pace di aspettarci un processo innovativo “top-down” e continuiamo a lavorare “bottom-up” per essere il motore del cambiamento.
Lasciamo alle Commissioni il loro ruolo di gettonificio spreca-tempo; sembra triste, ma e’ cosi’. Se ci pensate, e’ solo il nostro tempo, l’unica risorsa che non si puo’ recuperare quando e’ buttato.
Non è astioso, caro Andrea. Per quella commissione non ricevemmo alcun gettone. Fu tempo che dedicammo per passione e per impegno nostro. Quindi evita certe battute. Lavorammo, e bene, per mesi. Con passione, scornandoci, ma con la volontà di fare qualcosa di utile. E secondo me l’avevamo fatto. E per questo che me la prendo tanto. Tanto lavoro, secondo me utile e fatto con passione, ignorato e sprecato.
Di leggi, quando si vuole, se ne propongono e se ne approvano a iosa. Ma su una cosa hai ragione: sia a sinistra che a destra non ne capiscono e quindi fanno danni … o non fanno niente.
Ecco… su questo post concordo in pieno con te, Alfonso.
E poi, Andrea non ci ha mai visti litigare davvero
Niente astio, hai presente, Andrea, come litigano due fratelli?
Ecco, peggio, molto peggio, e la stima reciproca è di più che tra fratelli (almeno per quanto mi riguarda, eh Alfonso?)
Flavia, sottoscrivo al 1000%.
“Per riprendere l’esempio, se voglio un red ha architect non è che ne trovo a bizzeffe (ce ne sono 4 in Italia). Trovo molti più professionisti certiicati .Net. Quindi non è così ovvio è scontato che con il software open source “posso cambiare il fornitore”.”
sul discorso “lock-in” e cambio del fornitore, mi sembra esagerato riferirsi all’abbondanza dei “professionsti certificati”, in un campo o nell’altro.
Ho lavorato per anni in un noto consorzio di supercomputing di “Casalecchio di Reno” e abbiamo sempre usato Linux perche’ era controllabile anche senza avere i tecnici certificati perche’ si potevano sviluppare competenze ed arrivare in risolvere i problemi con persone sveglie e motivate.
Mentre spesso i tecnici certificati in soluzioni chiuse, di fronte a problemi analoghi, hanno spesso dovuto lavorare di sotterfugi (“work-around”) per cavarci i piedi..
magari entrambi raggiungono l’obiettivo, ma non e’ la stessa cosa IMHO.
Mi preoccupa inoltre che, di questo passo, si arrivi anche al “valore legale” anche per le certificazioni di supporto al software.
Qui dobbiamo formare competenze vere (sono stato anche Certified Professional per una nota software house di Redmond e certi approcci alla soluzione proposti dal Manuale avevano il sentore dell’esoterismo piuttosto che della scientificita’..) e renderle pubbliche e misurabili.
Certo essere competenti in informatica costa “testa”, fatica e continuo esercizio e allora il problema passa sul materiale umano a disposizione, ma questo e’ un altro capitolo.
Andrea, quello del Red Hat Architect era un esempio. Volevo semplicemente dire che se uno va a vedere la realtà di tutti i giorni, come per esempio, la ricerca di competenze, le cose non sono così ovvie.
Quando tu poi parli del fatto che molti usano Linux, in realtà bisognerebbe rifrasare dicendo che molti usano Unix e sono le caratteristiche di Unix che rendono possibli certi workaround. Molti dimenticano che Linux altro non è che Unix portato su Intel. Molte delle sue caratteristiche positive le deriva non tanto dal fatto che sia open source, ma perché è una implementazione di un grande sistema operativo (Unix) che peraltro esiste anche in versioni proprietarie.
Sul farsi pagare, che faresti tu se un ministero ti chiede di far parte di una commissione su un tema importante per il paese e ti dice che ci sono solo, a mala pena, i soldi per i rimborsi viaggi? Rispondi, “no non partecipo” oppure cercheresti di fare comunque del tuo meglio?
“..Per quella commissione non ricevemmo alcun gettone. Fu tempo che dedicammo per passione e per impegno nostro. Quindi evita certe battute.”
mi scuso se sono stato offensivo; io quando lavoro sono abituato a farmi pagare; mi sembra giusto e non lo trovo offensivo.
Non conosco come si lavora in Commissione se non per quello che si legge sui giornali..
Senza offesa, penso anche che se c’e’ gente che lavora “gratis” poi si capisce perche’ i committenti sono restii a cominciare a pagare.
Sinceramente ripeto non voglio esprimere cattiverie gratuite, ma c’e’ veramente un grande lavoro di consapevolezza da fare sul “valore del lavoro” e mi spiace vedere che a volte la buona volonta’ rischia di essere sfruttata e abusata.
“Ma su una cosa hai ragione: sia a sinistra che a destra non ne capiscono e quindi fanno danni … o non fanno niente.”
E qui scusare i “decision makers” con un “non ne capiscono..” mi sembra una grandissima dimostrazione di fiducia…
Devo dire di essere d’accordo con Alfonso, anche se – soprattutto a causa dei problemi di budget che le amministrazioni stanno affrontando o affronteranno fra breve – sto notando anch’io un ritorno un po’ irrazionale all’entusiasmo per l’open source. La policy britannica sull’open source pubblicata da poco, nonostante non del tutto scevra da rischi, è assai molto più bilanciata ed intelligente di quanto sto vedendo qui da noi. E pensare che il loro CTO Council ha cominciato a lavorarci meno di un anno fa (e naturalmente loro NON fanno una legge). Ma ormai ho perso la speranza che nel nostro paese, indipendentemente dal colore del governo, si riuscirà mai a fare qualcosa di sensato su temi vagamente tecnologici.
Unica consolazione, parlando di amministrazioni locali, è che forse non molto tutta questa discussione sull’open source sarà semplicemente storia: se la crisi è davvero profonda come qualcuno fa finta di non vedere, e la raccolta fiscale sarà a livelli record negativi, i budget saranno così risicati che si passerà direttamente a usare gmail e Google Apps (e intendo proprio la versione consumer) e ci si liberarerà del costo di gestire (e non soltanto comprare) l’IT: per chi fosse interessato, ecco il mio post sull’argomento: http://tinyurl.com/catmgl.
Certo, il passo successivo sarebbe chiedersi a cosa serva l’SPC, ma non vorrei andare troppo lontano…
Ciao Andrea, è tanto che non ci si vede. Sull’SPC avrei delle idee molto precise. Da sempre ho detto che secondo me bastavano delle VPN fatte bene su Internet pubblica. Ma proprio perché continuavo a ripeterlo non ero particolarmente ben visto.
Ho citato il tuo post in una discussione su questo sito:
http://www.francescocosta.net/2009/03/29/non-facciamoci-prendere-dall-entusiasmo/
Concordo con il pensiero espresso dal Prof. Fuggetta.
Mi pare che si stiano facendo molte leggi sbagliate sull’open source solo per fare una “rincorsa politica” di un tema importante, ma poco capito (purtroppo assomma complessità tecnologiche ad altre economiche e legali … forse troppe per molti politici).
Il problema è che quendo certe frasi diventano leggi smettono di essere oggetto di commenti da blog, ma iniziano a generare conseguenze negative, spesso molto più negative per gli stessi temi che si voleva favorire.
Solo un appunto in merito alla proprietà del software ed alla necessità di fare una legge: non mi pare che sia necessario dato che la legge sul diritto d’autore, che tra parentesi è quella che già da sostanza legale al mondo del software libero, indica chiaramente che la titolarita delle opere (quindi anche software) fatte per la PA su sue specifiche è assegnata alla PA (fatti salvi i vari diritti morali dell’autore); per cui il diritto di sfruttamento economico per essere chiari è già della PA.
I problemi sono due:
1) molte PA lo ignorano o fanno finta di ignorarlo.
2) il software resta nei cassetti/elaboratori delle singole PA.
Molto meglio una norma che indichi che le PA DEVONO rilasciare quanto commissionato in modalità libera.
Ovviamente occorre individuare una licenza e tante altre cose al contorno.
Saluti
Luca, mi dici che cosa è sbagliato nel DDL please?
Siamo in tempo per correggerlo…
Per le licenze: EUPL che ne dici?
F.
Flavia, non vorrei fare il disfattista. Ma ti pare possibile che si facciano le patch ad un disegno di legge così delicato via commenti ad un blog?
Non vorrei approfittare dell’ospitalità del blog del prof. Fuggetta per un discorso troppo ampio per cui se necessario ci spostiamo in altro luogo, ma inizio a buttare alcune osservazioni puntuali:
.
art. 7 comma 1.a : “riconoscono il diritto di richiedere ed ottenere l’uso delle tecnologie telematiche nei rapporti
con i cittadini”; avrei bisogno di una spiegazione più precisa anche in relazione alle conseguenze ed alla volontà del legislatore perchè al momento mi pare che nessuno impedisca alla PA di utilizzare la telematica, ma messo così mi pare che ci sia una volontà di esclusività del mezzo che sarebbe un problema per una fascia di popolazione piuttosto ampia che dovrebbe affidarsi a servizi (sicuramente a pagamento) per relazionarsi con la PA. Ovviamente potrei non aver capito io.
art. 7 comma 1.b: pur figurando tra i sostenitori dell’open source mi sorge spontaneo la domanda: “perchè?”. Come cittadino in una legge che deve durare nel tempo e che deve esprimere principi e non dare formule vorrei vedere scritti i principi dai quali, forse perchè non sempre è così, si può desumere che l’open source è una valida risposta. I principi sono le cose che restano immutabili nel tempo i nomi delle soluzioni no; e se domani al concetto di software libero venisse associato un altro sistema di valori? ci ritroveremmo con una legge che indica una soluzione sbagliata, se invece la legge recita i principi alllora saremmo immuni dal trasformismo che spesso accade sia nel mondo IT, sia, soprattutto, in quello politico.
art 10: nuovamente perchè parlare di software libero? Limitiamoci ad insegnare a fare una corretta valutazione tecnico economica e non ad indottrinare su uno specifico argomento, insegnamo a pescare e non ad usare una particolare canna da pesca perchè siamo convinti che sia la migliore.
art 11: ha già detto praticamente tutto il prof. Fuggetta; via i riferimenti ai dati, interoperabilità etc che non c’entrano con il titolo dell’articolo, li si piazzi al loro posto.
Se posso mi pare che sul comma 3 si lanci il sasso e si nasconda la mano: in tutte le precedenti trattazioni (Cortiana etc.) si indicava esplicitamente che i responsabili rispondevano pecuniarmente delle scelte sbagliate, mi pare che questo sia una ripresa edulcorata di quelle parti, anche perchè ci si è resi conto che quelle richieste significavano la paralisi. Si indicano i motivi e poi, chi li valuta, cosa succede se chi li valuta li ritiene non adeguati? Piuttosto che scrivere queste affermazioni un po’ prive dell’adeguato coraggio legislativo, meglio non scrivere nulla, non ti pare? In Italia dribblare questo comma è fin troppo semplice, praticamente un insulto alla capacità italiana di ignorare le leggi
Dato che ovviamente una legge general generica rischia di finire sotto le grinfie di soluzioni proprietarie che hanno più potere di lobby trasformiamo questi riferimenti al software libero (che ipotizzo siano stati messi li perchè c’è la corretta convinzione che sia questo uno strumento spesso adeguato e che è li che si vogliono fare finire i soldi) li si può piazzare nell’art 11 esprimendo questo concetto chiaramente dove si individua il software libero nella sua attuale descrizione come una giusta risposta ai principi esposti e che lo si indica come preferenziale etc, ma con una valenza che non renda tutti gli altri articoli ad esso legati (può essere una clausola con durata definita da riconfermare nel tempo, magari dopo verifiche del successo etc.). In sostanza principi generali e articolo 11 che prende posizione riassuntiva, ma circoscritta.
Prendiamo esempio dalla Francia (che pare vada di moda) non hanno mai scritto che volevano software libero hanno scritto che volevano la titolarità del sorgente (e a noi basta solo riaffermarlo) o comunque la disponibilità del sorgente (perchè non si può ottenere la titolarità di openoffice), hanno chiesto il rispetto di tempi di intervento previe penali etc (se recuperi alcune presentazioni di Di Cosmo hai la descrizione dettagliata).
Basta inserire frasi del tipo “vi daremo punti a caso”, indichiamo i principi che devono guidare l’assegnazione dei punteggi (hai il codice visibile? + X; hai il codice modificabile? +Y; hai il codice ridistribuibile? etc).
Ciao
Si, mi pare possibile… proprio perché io mi farò latrice di quanto commentato qui e non solo.
Ho già informato il Sen. Vincenzo Vita e gli parlerò di persona prossimamente… io ci provo e sono certa che mi ascolterà.
Comunque il posto giusto in cui discutere è questo:
http://unaleggeperlarete.wordpress.com/
Ciao e grazie dell’ospitalità…
Flavia, a me pare impossibile. I temi sono complessi e bisognerebbe mettere intorno ad un tavolo un pool di persone che lavorino in modo sistematico ad un testo. Così mi pare un approccio piuttosto estemporaneo.
Però, ovviamente, ognuno è libero di fare quello che crede.
Per conoscenza fornisco il link alle pubblicazioni scientifiche dell’Istat, dove è presente lo studio
“Il riuso informatico nelle Pubbliche Amministrazioni: normativa
e prime esperienze in Istat”
http://www.istat.it/dati/pubbsci/documenti/documenti2009.html