Ricevo dall’amico Paolo Bizzarri e pubblico più che volentieri. Paolo è un imprenditore che opera da tempo nel mondo dell’open source.
E che palle! Ma possibile che, ancora, siamo a raccontare le chiacchiere sui “servizi sul software open source” ?
Scusa lo sfogo, ma veramente comincio ad averne le scatole piene. Per questo, ti mando in esclusiva la “guida del perfetto imprenditore di prodotti open source”. Se ti piace, pubblicala pure sul blog
Il primo credo del perfetto imprenditore di prodotti open source è un credo mistico. Pronunciato nella notte dei tempi, viene ripetuto con fare ossessivo da tutti quelli che lavorano con l’open source: “vendere i servizi, non il prodotto”. E quali sono i “servizi” ? “Consulenza, personalizzazione, supporto”, ovviamente.
Congratulazioni. Avete appena scritto la formula per la tipica PMI di cantinari, che resterà a patire per tutta la vita.
Anzitutto, uno si dimentica che sviluppare un prodotto un minimo complesso richiede soldi. Questo, in gergo imprenditoriale, si chiama “investimento”, ed è rappresentato dal tempo speso dai propri sviluppatori a costruire qualcosa di interessante. Questo tempo si mette a bilancio sotto la voce “immobilizzazioni”, speranzosamente fra le voci dell’attivo.
Fatto questo, il perfetto imprenditore deve cominciare a vendere i “servizi” per pagare le sue spese, giusto ? Sbagliato. Primo errore grave.
Voi non vi potete accontentare di vendere semplicemente i vostri servizi. Dovete (anzitutto) ripagare i vostri investimenti. Ossia dovete portare a casa abbastanza soldini da pagare SIA le vostre spese correnti SIA le spese per investimento che avete sostenuto.
Tutto chiaro fin’ora ?
Ok. Proseguiamo.
Ora, direte voi, ma tutto sommato è facile. Basta alzare abbastanza il prezzo dei nostri servizi, giusto ? Sbagliato. Secondo errore grave.
E’ difficile che siate voi a determinare il prezzo dei vostri servizi. Anzitutto, per un fatto puramente psicologico, le persone hanno già difficoltà a pagare un oggetto immateriale come un prodotto software. Ma ne hanno ancora di più a pagare un servizio, che per definizione è ancora più immateriale.
E, comunque, salvo rari casi, ben difficilmente vi troverete a quotare i vostri servizi in piena libertà. C’è il libero mercato, ricordate ?
“Certo”, sostiene il perfetto imprenditore open source, “ma noi facciamo risparmiare il cliente, perchè con noi non paga le licenze, e quindi anche se paga di più i servizi, alla fine ci guadagna.” Ragionamento che non fa una grinza. Peccato che non funzioni. Terzo errore grave.
Il tipico imprenditore non ragiona per TCO, ma per comparti stagni: tot per le licenze, tot per i servizi. Non è affatto facile convincere un cliente, a cui avete appena detto che paga zero per le licenze, che deve spendere il doppio di quello che gli chiedono i vostri concorrenti sui servizi.
“Ok”, risponde irremovibile il perfetto imprenditore dell’open source, “vuol dire che dovrò darmi da fare a vendere più servizi”. Quarto errore, e, probabilmente, il più grave di tutti. E’ anche quello che spiega perchè moltissime società che lavorano sull’open source restano microimprese (e magari chiudono).
Una realtà molto triste è che i servizi come formazione, personalizzazione, sviluppo e assistenza non scalano. Proprio per niente. La vostra società può riuscire a vendere un tot, ma non può aumentare il proprio volume di vendita più di tanto, perchè quello che vende è il tempo delle proprie persone e la loro specifica competenza. E il tempo delle persone è finito, e la competenza è specifica della società, e una persona esterna non la riesce ad acquisire in tempi brevi.
Se, per esempio, una società di servizi telefonici come Vodafone raddoppia il proprio traffico telefonico, tutto quello che deve fare è comprare una vagonata di nuovi server e piantare un po’ di pali in giro per l’Italia: tutto sommato è semplice. NON deve raddoppiare il proprio personale, in particolare quello qualificato.
Ma una società basata sulle competenze, come una società che sviluppa prodotti software open source e vende servizi, può raddoppiare il quantitativo di servizi offerti solo se raddoppia il proprio personale interno. Un fatto in generale lento e, come sa chiunque abbia provato ad assumere personale qualificato, difficile e soggetto ad errori.
I servizi come “formazione, supporto, sviluppo” sono servizi locali, che non scalano. I servizi su cui bisognerebbe concentrare i propri sforzi sono quelli NON locali: servizi che NON richiedono l’intervento umano, se non in minima misura e in modo frazionario rispetto al numero di clienti. Grazie ad essi sarebbe possibile dare alle microimprese un mercato globale su cui lavorare, senza dover immaginare di dover assumere quantità enormi di personale prima di essere diventati “grandi”.
Se ci fate caso, vi accorgere che le società che spingono maggiormente verso il modello a servizi locali sono le società come IBM, che hanno già una presenza fortissima sul territorio (diretta o tramite i loro partner). Ma quelle che hanno avuto successo, partendo da dimensioni piccole, sono le società come Amazon, Ebay e Google: tutte società che hanno fatto il business sul servizio non locale.

Putroppo ultimamente ho poco tempo per seguire queste discussioni, ma ci sono gravi e diffusi errori nel ragionamento di Paolo che mi sembra piú che altro uno sfogo.
Ad esempio cita Google e Amazon.com peccato che queste aziende:
1) 90% del software che utilizzano é open source e la parte proprietaria non é critica; mentre quella open source é essenziale e su parte di essa c’é il loro vantaggio competitivo.
2) Sono gli esempi classici di business model per le societá open source.
Poche idee e confuse.
Non mi pare proprio. Anche perchè Paolo ha fatto l’imprenditore sul serio rischiando di suo.
Che Google e Amazon siano “esempi classici di business model per le societá open source” mi sembra un’affermazione che non ha alcun fondamento. Google vive di pubblicità. Amazon di vendita di prodotti. Che per erogare questi servizi usino open source è una loro scelta, ma non è strutturalmente collegato al loro business.
Il vantaggio competitivo di Amazon è la logistica, la qualità e ricchezza del servizio e l’economia di scala. Il vantaggio competitivo di Google è la qualità dei loro algoritmi e il loro business model. Se per fare Amazon e Google bastasse usare software open source, perchè non ne facciamo due o tre cloni anche in Italia?
Non so chi sia questo Paolo Bizzarri, ma è un mito… Tra l’altro mi piace anche il modo in cui ha scritto l’”articolo”…
Attilio
Nota per Tom: “90% del software che utilizzano é open source e la parte proprietaria non é critica”… prova andare dal sig. Google a chiedergli gli algoritmi di indicizzazione e ricerca che usa nel suo motore e fammi sapere cosa ti risponde…
Allora quello che dice Prof. Fuggetta é verissimo.
Infatti non é che mettere il software libero in un azienda sia sufficiente. Non l’ho mai detto e penso che non si trovi scritto niente del genere con il mio nome.
Ma non concordo sul fatto che il software libero per Google e Amazon.com sono siano stati critici e non fanno parte del loro vantaggio competitivo.
Amazon.com quando inizió, parole del suo CEO (e penso di averle lette nel libro Amazon.com “Get Big Fast” Robert Spector” ), disse che dovevano cercare di usare software libero perché avendone il codice a disposizione potevano modificarlo e personalizzarlo in maniera che le soluzione tecniche trovate non fossero acquistabili anche dai concorrenti. Amazon.com inizió con FreeBSD e passó successivamente a Linux con il supporto di Red Hat. Sempre nel stesso libro vado a memoria, Bezos dichiarava che erano stati costretti ad usare Oracle ma l’invadenza che il prodotto che tentava di fagocitare tutto il sistema é sempre stato qualcosa con cui hanno dovuto avere a che fare.
Su Google: Google ha sicuramente i vantaggi che lei ha descritto ma non si puó dire che l’infrastruttura tecnica realizzata in cluster se non erro di 10.000 computer non sia un vantaggio competitivo. Crea un barriera all’entrata notevole.
Inoltre molto di questo l’hanno potuto fare anche grazie a Linux dal punto di vista strategico.
Spiego: vi immaginate Google maggiore concorrente di Microsoft a dipendere dalle funzione del sistema operativo della casa di Redmond?
E questo non vale solo per il caso della scelta del sistema operativo di MS, ma un’ azienda che dalla sua nascita aveva la vision di diventare un competitor dei grandi colossi non avrebbe mai potuto fondarsi su un sistema proprietario. Su questo aspetto strategico almeno concorda spero?
Riguardo al business model:
1. Adwords non é qualcosa di originale, esisteva giá Overture che usava yahoo. Se no erro era nata pure una questione se adwords violava o no alcuni dei brevetti di Overture
2. Gli algoritmi di Google su questo siamo tutti d’accordo che sono eccezionali, peró ragionando sui termini classici delle strategie di impresa.
A. L’eccelsa qualitá tecnica non `un vantaggio sostenibile in una strategia basasta sui costi (Paolo non parlava di vantaggi di scala)
B. Un cluster di 10.000 computer che funziona come Google. In pratica la dimensione del sistema operativo in termini di logica di economia di scala é piú importante.
Peró Prof. Fuggetta anche se le sue osservazioni sono giuste perché aggiungo dei dati rilevanti.
Torniamo ai predicati detti da Paolo:
1. Con l’open source non si possono realizzare aziende che sfruttano economie di scala
2. Le aziende che dal nulla sono diventate grandi (quindi maggiori tassi di crescita) sono Amazon, Google, Ebay.
Quindi la domanda corretta (in merito all’open source non a tutti i 15.000 aspetti di un impresa) sono:
“Possono Amazon, Google e Ebay essere aziende di successo come sono usando solo software libero?”
oppure simile ma quasi identica
“Si possono creare aziende come Amazon, Google e Ebay con il software libero?”
La risposta é tranquillamente: SI
Poi ci sono altre difficoltá per crearle ma non dipendono dal software libero.
Spero di essere stato sufficientemente chiaro e ripeto non é mai mia intenzione essere polemico.
“prova andare dal sig. Google a chiedergli gli algoritmi di indicizzazione e ricerca che usa nel suo motore e fammi sapere cosa ti risponde…”
Gli algoritmi non sono software. Infatti in America dove si brevetta tutto non si possono brevettare gli algoritmi.
Algoritmi e software sono spesso legati fra loro ma non sono la stessa cosa.
Infine non é scritto da nessuna parte che se sviluppo del software libero devono distribuire il codice al mondo intero.
Pubblico dominio e software libero sono due cose ben differenti.
Attenzione e questo errore.
Errata Corrige: nella parentesi doveva esserci scritto (Paolo parlava di vantaggi di scala)
Tom, permettimi qualche premessa.
Faccio l’imprenditore nel settore del software OS da qualche anno (a Novembre la mia società fa dieci anni). Abbiamo sviluppato e rilasciato prodotti OS per parecchio tempo.
Dal punto di vista teconologico, le cose che abbiamo fatto sono finite su qualche libro, e le hanno utilizzate in giro per il mondo. Non credo siano straordinarie, ma neppure siano da buttare.
Dal punto di vista imprenditoriale, non sono diventato Paperon de Paperoni, e non credo che lo diventerò mai. Siamo stati una delle poche società a sviluppare prodotti open per la PA italiana, e non a consigliare semplicemente l’adozione di Linux o OpenOffice.
Ho sicuramente poche idee; sicuramente le devo chiarire; e quello che posso riportare è la mia esperienza, condita di alcune considerazioni generali.
Questo detto, credo che alcune tue affermazioni siano scorrette.
Sostieni che Google e Amazon sono società che hanno il 90% del software che è OS. Questo è FALSO. Trovami il sito da cui scaricare il codice sorgente dell’indexer di Google, o il sistema di gestione delle community di Amazon.
C’è una differenza enorme fra utilizzare software open source per realizzare la propria struttura informatica, e rilasciare come software open source i propri sistemi informativi custom.
Il motivo per cui società come Google o Amazon utilizzano software open source è che è più flessibile per il loro modello di business.
Queste società hanno dovuto inventare un business, e quindi hanno necessità di strumenti informativi che si possano adattare a un approccio esplorativo al business.
Non possono accontentarsi di strumenti standardizzati, poichè l’IT è parte integrante del loro successo. Devono avere al loro interno tutte le competenze per poter adattare il sistema informativo alle loro esigenze.
E questi sistemi sono asset proprietari, che NON sono disponibili in open source. Prova ad andare a fare un colloquio di lavoro a Google: solo per fare il colloquio ti fanno firmare un NDA.
Google, Amazon, Ebay (e se vuoi ti aggiungo Dell) sono tutte società che hanno avuto la capacità di costruire un business vincente attraverso un sistema informativo avanzato. Il sistema informativo è parte essenziale del processo: prova a toglierlo a una di queste aziende, e guarda cosa ti resta.
Poi, non capisco come Google e Amazon, che sono società che basano tutto il proprio business su algoritmi segreti, brevetti software e codice proprietario possano essere un business model per il software open source.
Secondo errata Corrige: la dimesione del sistema informativo e NON del sistema operativo.
. Chiedo scusa.
Far le cose di fretta….
Quando ho tempo lo riscrivo in maniera degna
“Sostieni che Google e Amazon sono società che hanno il 90% del software che è OS. Questo è FALSO. Trovami il sito da cui scaricare il codice sorgente dell’indexer di Google, o il sistema di gestione delle community di Amazon.”
Paolo qui commetti un grave errore le libertá del software libero non ti dicono questo.
Mi soffermo su questo punto perché spesso alcune persone hanno fatto errori simili al tuo, anche se sono tecnicamente superbe e da anni creano ottimi prodotti.
Sul resto del commento ti rispondo magari stasera con piú calma.
Stimo te e la tua azienda(un pó la conosco) peró le esperienze personali non possono sempre diventare delle leggi universali anche se sono importanti.
Auguri di cuore Tom
“Gli algoritmi non sono software. Infatti in America dove si brevetta tutto non si possono brevettare gli algoritmi.”
Tom, scusa la brutalità, ma non sai neppure di cosa si sta parlando. Negli Stati Uniti c’è una polemica immensa sui brevetti sugli algoritmi, guidata direttamente da Richard Stallmann:
http://www.gnu.org/philosophy/savingeurope.it.html
Quanto al creare aziende che utilizzano software libero, nessuno mette in dubbio che si possa fare. Il problema NON è questo: è creare aziende che PRODUCANO software libero, e vivano di quello che vendono SUL software libero.
Hai ragine Tom: gli algoritmi non sono il software… E’ anche vero che (tutto) il software è fatto di algoritmi e sono inscindibilemente legati.
“non é scritto da nessuna parte che se sviluppo del software libero devono distribuire il codice al mondo intero. Pubblico dominio e software libero sono due cose ben differenti.”
Da WikiPedia:
L’espressione Software libero si riferisce alla libertà dell’utente di usare e migliorare il software. Più precisamente, può essere riassunto in quattro libertà fondamentali:
Libertà 0: Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo
Libertà 1: Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità. L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
Libertà 2: Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo.
Libertà 3: Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio. L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
Io, per dirla tutta, non sono molto afferrato… chi ha ragione?
Grazie,
Attilio
Attilio deve dare il codice sorgente solo se rilasci i binari del software. Se non rilasci i binari del software non devi rilasciare neanche i sorgenti.
Sono un pó stufo….. va be non mi esprimo.
Ormai la discussione é arrivata a livelli bassissimi.
Per favore non presentatemi altri esempi di esperti di software libero per screditarlo che non sanno l’ABC.
Attilio non é per te il riferimento.
Vado a fare altro che ho perso un ora qui.
Povero software libero….
sei tenuto a dare il sorgente insieme al binario nel momento in cui distribuisci il secondo
se lo usi per scopi tuoi interni, non sei tenuto a distribuire il codice… anche se, avendo apportato delle migliorie, sarebbe eticamente corretto verso chi ti ha dato un vantaggio economico solo per il fatto di darti un prodotto gratuito, potente e affidabile
Alfonso, Paolo, e Attilio mi pare di capire che abbiano in mente un business model alla Microsoft… è proprio quello che non sta in piedi
Tu Paolo partivi dal presupposto “faccio servizi, non sto in piedi” … correggo… “faccio servizi il cui prodotto finale è il supporto, non sto in piedi”
Il business model di Google… uso Linux e vendo pubblicità
Il business model di eBay… uso Linux e prendo le percentuali sulle vendite d’asta
Il business model di Amazon… uso Linux e vendo libri
Il software è e deve essere una commodity per poter veicolare i business tradizionali… non pensate più al modello Microsoft… è morto
Tom, permettimi di dirtelo.
Stai veramente esagerando. Non mi sono qualificato come “esperto di software libero”. Non cerco di screditare il software libero, visto che ci ho investito “qualcosa” del mio tempo e dei miei soldi.
Sono anni che sono nel software libero. Conosco le libertà di cui si parla. Conosco la differenza fra SL, OSS e pubblico dominio.
Diciamo che so di cosa stiamo parlando, d’accordo ?
Il punto NON è se si debba rilasciare il software che si sviluppa con software libero. Lo so già da un “pochino” di tempo. Ci sono tonnellate di software scritte utilizzando Perl, PHP, Python e i vari compilatori della GNU. Tutto software proprietario.
Ho già detto che per le aziende citate (Google ecc) il controllo dei propri sistemi IT era fondamentale per vincere le loro sfide. L’accesso al codice sorgente era parte di tale controllo. L’uso di software open source era e resta una mossa quasi ovvia.
Il punto è se si possa creare un’azienda che possa crescere e diventare molto grande, utilizzando il modello “tradizionale” di non vendere il prodotto software, ma di distribuire liberamente il prodotto softwaree vendere i servizi.
Ripeto: non utilizzando il software per fare scarpe, giornali o quant’altro. Vendere servizi sul software, e distribuire liberamente il software stesso.
Questo è il modello di riferimento che è stato proposto a più riprese. Io ritengo che, per come è stato proposto, semplicemente non possa funzionare. Questo era lo scopo del mio post.
Io ritengo che il software libero sia un fatto importante. Ho investito molto tempo per promuoverlo in tutte le sedi politiche a cui ho avuto accesso.
Ma dobbiamo costruire un modello sostenibile per la sua produzione, non un insieme di belle parole.
Google e Amazon NON sono esempi di sostenibilità del software libero, perchè basano il loro vantaggio sul NON ridistribuire il software che producono. Ossia, distruggono il ciclo virtuoso su cui tutti producono qualcosa.
Dice Guido:
“Il software è e deve essere una commodity per poter veicolare i business tradizionali… non pensate più al modello Microsoft… è morto”
Ma, in tutti i casi che citi, la tua affermazione semplicemente non è vera.
“Usare Linux” è solo un passo. Quanto credi che ci voglia a realizzare il sistema delle aste on-line di Ebay, o l’indexer di Google ?
Queste società hanno un vantaggio competitivo perchè lo strumento software di cui dispongono è tutto fuorchè una commodity: è uno strumento perfettamente calibrato, costruito per le loro esigenze, di cui loro hanno il pieno controllo.
Ed è ovvio che sia così: poichè hanno realizzato un business molto innovativo, dove devono riuscire a gestire una situazione estremamente complessa e in evoluzione grazie al software, DEVONO avere il controllo di tutta la pila del software. Non possono fare altrimenti.
Se il software fosse una commodity, in tutti questi casi Microsoft (o IBM, o perchè no, Procter e Gamble) potrebbero costruire un sistema equivalente e competere con pieno successo. Cosa che non succede.
Nessuna di queste società ha rilasciato le parti “core” dei propri sistemi, proprio perchè sono quelle che garantiscono i loro vantaggi competitivi.
Può darsi che il modello Microsoft sia morto, ma i modelli alternativi che proponi sono modelli decisamente “vampireschi”, che prendono molto e rilasciano poco in termini di software. Dubito che siano sostenibili.
Mi sono preso un minuto…
Ok, prendi MySQL… Mandriva, Novell, VA Software (sta dietro e sourceforge), CollabNet (subversion, tigris), RedHat, Ubuntu, Xsec (startup del buon Simo Sorce, da supporto per l’italia su Samba), GNUDD (Rubini, lo conosci meglio di me), Yacme, TrueLite, Prosa, MG Engineerin, io stesso in un certo qual modo, Avitis (un tempo di F. Ficca)…
vuoi che correggiamo il tiro? le imprese ICT FLOSS in Italia NON crescono… ok, apriamo un altro tema piu specifico del discorso… perchè quelle straniere che ti ho citato stanno in piedi da anni oramai
in italia abbiamo altri problemi… tasse, pagamenti lunghi da parte della PA, mercato non competitivo fortemente condizionato da rendite di posizione -> SOGEI !!!
su questi punti possiamo parlare… ma tirare fango con un post dal titolo decisamente eloquente… mi pare poco produttivo
Paolo chi ha detto le seguenti frasi:
“Tom, scusa la brutalità, ma non sai neppure di cosa si sta parlando”.
Su un argomento su cui ci torneró sopra e forse vedrai che so di cosa sto parlando.
Inoltre hai commesso piú volte alcuni errori su cosa é il software libero.
Quindi sono elementi oggettivi quelli che ti imputavo.
Cmq in genere io sono molto cauto nelle discussioni e dialoghi come quelli che possono esserci nei commenti di un blog cerco di evitarli.
Non sono il luogo per affrontare argomenti che richiedono ore e la precisazione su alcuni punti prima di partire nell’analisi.
Putroppo dalla tua lettera (sembrava) che i problemi della tua azienda nascessero dal fatto che sviluppi FLOSS e che non potevi diventare google a causa del FLOSS.
Non posso conoscere tutti i dettagli della tua impresa ma mi sembra riduttivo e pericoloso imputare tutto all’open source. Se pensi che sia cosi trasforma in proprietario tutte le modifiche e i nuovi software e poi vediamo come va. Lo dico con spirito positivo.
Saluti Tom
Guido,
scusa se insisto. Io NON sto dicendo che non si possano vendere servizi “tradizionali” sul software libero. Dico semplicemente che questo scala poco. Poi, che ci si possano costruire sopra bellissime aziendine, nessuno lo mette in dubbio. Imprenditori più bravi di me l’hanno fatto e lo fanno con piena soddisfazione.
Poi, per gli esempi che fai, permettimi di fare qualche osservazione sparsa.
MySQL AB: vende licenze per i suoi prodotti (ed è parecchio aggressiva al riguardo). Modello dual licensing: nessun problema, ma campa del fatto che esista software proprietario.
Mandriva: ex Mandrake, che ha dovuto richiedere l’amministrazione controllata perchè non riusciva ad andare avanti.
Novell: Novell ???? Novell si è comprata Suse, ma il suo core è su prodotti proprietari. Non ho dati sul fatturato, ma non credo che Suse contribuisca più che tanto.
VA Software: già VA Research, poi VA Linux, se non erro. Vendevano server (te li ricordi i loro server spettacolari ?), poi si sono quotati (ti ricordi, diedero anche le azioni a Eric Raymond) e hanno messo in piedi sf, fra le altre cose. Poi hanno fatto una versione PROPRIETARIA di sf, che vendono. Da cui il progetto Savannah della Gnu.
RedHat. RedHat ? Quella che vende versioni proprietarie dei propri prodotti ? Con tanto di licencing, che al conftronto quelle di Microsoft sono economiche ? Hai presente cosa costa un Enterprise Server ?
Quello che voglio dire è che tutte queste società producono software libero, ma fanno business contro il software libero stesso. Con versioni proprietarie, estese, binary only, add-on, eccetera.
Sulle società italiane. Alcune le conosco di più, altre meno. In generale, a quanto so, fanno principalmente vendita di servizi su prodotti sviluppati da altri. Ma rischio di fare affermazioni sbagliate, per cui non mi pronuncio.
Ed è questo il problema che a me interessa: chi paga veramente questo sviluppo ?
Quanto al titolo del post: io non volevo “tirare fango” addosso a nessuno. Ma mi sembra importante rendersi conto che certe affermazioni fatte e rifatte non hanno senso, SOGEI o non SOGEI.
D’accordo, oggi non si lavora. Vabbe’…
Per Tom, premessa: non sono e non voglio essere aggressivo. Chi mi conosce mi rimprovera piuttosto una eccessiva tendenza a voler stare calmo. Tuttavia, ci sono le opinioni e ci sono i fatti. Delle opinioni sono disposto a discutere, ma i fatti o si contestano o si riconoscono.
Mi rimproveri di averti detto:
“Tom, scusa la brutalità, ma non sai neppure di cosa si sta parlando”.
Tu asserivi che negli Stati Uniti non si possono brevettare gli algoritmi. Questo, te lo ripeto, è FALSO. E, scusami, senza nessuna offesa, o mi dici che ho capito male la tua frase, o devo ripetere il concetto: non sai di cosa stai parlando.
Poi mi dici:
“Inoltre hai commesso piú volte alcuni errori su cosa é il software libero.”
Puoi citarmi gli errori che ho commesso ? Non mi sembrava di aver commesso molti errori.
Sulla mia lettera, mi piacerebbe capire quali sono i punti deboli dell’analisi. Non mi sembra che siano state fatte obiezioni sostanziali, ma mi piacerebbe essere smentito.
Quanto alla mia azienda, vorrei ribadirlo una volta per tutte. Le difficoltà che posso o posso non avere dipendono sicuramente al 100% da me e dalle mie capacità imprenditoriali, piuttosto che dal modello di business scelto.
Ma questo NON rende false le osservazioni che ho fatto sul modello stesso.
Oggi pomeriggio sono a Como a lezione. Stamattina ero a parlare di open source in ABI …
Stasera con calma scrivo qualcosa.
Seguo il blog in modo irregolare ma la discussione su questo post e` molto interessante! (perlomeno vivace
Paolo chiede i punti deboli dell’analisi?
Non saprei esattamente ma ti posso dire quello che mi e` venuto in mente leggendola: personalmente dopo la lista degli errori che NON si devono fare mi piacerebbe vedere una piccola lista di suggerimenti su quello che si DEVE fare (o meglio ‘si potrebbe’ fare)… insomma qualcosa di piu rispetto ad un generico “servizi non locali”.
Ovviamente non una lista esaustiva ma magari una seconda lettera sull’argomento…
Ciao
Giovanni
Ciao a tutti,
l’argomento è interessante anche se la discussione, francamente, mi sembra un poco emotiva.
Mi scuso se il mio intervento sarà lungo ma non mi capita speso un’occasione di confrontarmi con altri su questi temi.
In generale sono abastanza d’accordo con le osservazioni iniziali che faceva Paolo. Sopratutto con il ripudio di una schematizzazione che focalizza tutto sui servizi (ho appena letto su una lista un post che arriva a dire che GRASS è un servizio!).
Nella mia esperienza aziendale (MG Engineering) e prima, da professionista, ho visto che vendere servizi funziona solamente se parte integrante di una proposta che fornisce soluzione a delle esigenze aziendali del cliente.
Devo dire comunque che, se ben gestita, la vendita di servizi può comunque rendere redditizia un’azienda e può aiutarla a legare meglio i clienti, ma che non funziona se non è integrata in un progetto che non si esaurisca nella fornitura di servizi.
Per rispondere in positivo:
1) Prodotti GPL-ati che facciamo sono dati ai clienti, non necessariamene redistribuiti all’universo mondo: ciò dipenderà dai clienti. Di solito il cliente paga più la configurazione che il prodotto (ciò comunque ci permette di chiudere il progetto con un attivo già dal primo rilascio – vedi nota in fondo)
2) Un modo per recuperare soldi da prodotti GPL-ati redistribuiti all’universo mondo è quello di usarli come mattoni per altri prodotti, redistribuiti poi con la stessa licenza.
3) Un modo per ricavare soldi dai servizi in modo scalabile è quello del ‘trasferimento del rischio’ con cui si propone al cliente un pagamento periodico a fronte di eventuali interventi di manutenzione gratuiti. Se gestita bene questa soluzione permette di scalare sul lato ‘affidabilità dei sistemi’ (tanto più è alta tanto meno personale servirà) e sul lato ‘competenze’ (molti interventi di manutenzione sono effettivamente banali)
Nulla di ciò è nuovo, riprendendo la numerazione di prima:
1) una volta (mi riferisco all’inizio degli anni ’80 quando lavoravo da consulente) il cliente era un committente che pagava tutto e tutto aveva.
2) avendo lavorato in R&D di aziende che facevano software per la gestione della produzione so che molti lavori fatti su richiesta di Tizio venivano poi rivenduti a Caio; GPL-ando c’è solo maggior ‘trasparenza’: chi acquista una nostra soluzione GPL-ata sa, da subito, che non ne sarà padrone esclusivo.
3) una volta il ‘trasferimento del rischio’ era prevalentemene finanziario, ora si può fare anche per via tecnica: qui il FLOSS è arma vincente perchè permette di avere visibilità sull’installato.
Concludo dicendo che, effettivamente, la mia azienda (che usa, produce e distribuisce FLOSS) vive principalmente di consulenza e che i prodotti ci sono ma sono loro ad essere trainati dalla consulenza piuttosto che il contrario.
Giovanni Franza
Nota in fondo: quando sviluppiamo qualcosa lo facciamo in modo da stare a queste regole:
- Azienda piccola, prodotto piccolo: mai pensato di scrivere world-management.c
- Prodotti basati su FLOSS (di solito la documentazione e gli esempi di cose realizzate rendono la progettazione e lo sviluppo efficaci)
- Prodotti flessibili: devono permettere la personalizzazione per il caso del cliente ma devono essere utilizzati in generale per casi analoghi
- Controllo dei costi: il prodotto si deve pagare (o almeno andare a pari) con la prima consegna. L’investimento è dato dal fatto che sovente lo sviluppo viene pagato prima della fatturazione al cliente.
Il rientro economico è reso possibile dal riuso di altri prodotti sviluppati in precedenza e dalla vendita contemporanea di alcuni servizi (web, personalizzazioni, supporto).
E con questo termino la lagna
Giovanni
Welcome Giovanni. Felice di vederti da queste parti
Software e commodity…
Ho lurkato un piccolo dibattito a proposito di software e modello di businness opensource. Cito le righe conclusive del pensiero di Alfonso:
Si è ormai diffusa lidea che il software e le tecnologie sono “commodity”: una commodity si compra, si mo…
Dove sta il Free Software Business?…
Troppa gente pensa che Free/Libre software sia la soluzione a tanti problemi, incluso il problema del nanismo delle software house nostrane. Credo che inquadrare il problema in questi termini sia s……
[...] Interessante discussione (proseguita poi qui e qui!)sul blog del Prof. Fuggetta a proposito del business su prodotti Open Source. [...]
Partecipo per la prima volta su questo blog bma l’argomento e’ molto interesante.
Ho sempre lavorato per aziende americane di software cercando di vendere licenze al mondo business (medio-grosse aziende).
Una discussione con un collega verte in effetti su un punto importante per noi: Se il modello open source diventa dominante, la figura di Account Manager che vende pacchetti software enterprise che fara’? O in altro modo, qual’e’ sara’ il modello di business delle aziende che venderanno tali soluzione.
Sono abbastanza d’accordo con Paolo Bizzarri anche se credo che il modello possa funzionare riuscendo ad alzare il prezzo. La via per fare questo e’ sviluppare una competenza molto forte. Tale competenza dovrebbe essere (nel mio modello non testato..) sia sul lato prodotti disponibili (e cioe’ per un cliente con necessita’ di un sistema gestionale sapere quali prodotti open source sono disponibili, conoscerli in termini di funzionalita’, adattabilita’, sostenibilita’ futura, …) sia competenze prettamente consulenziali sui processie e sulle best practice del settore del cliente. Sottolineo settore cliente, perche’ ormai le aziende hanno processi, necessita’, strutture sempre piu’ differenziate nei diversi settori verticali.
Oggi lavoro per una societa’ che vende un prodotto di Knowledge Management (proprietario) insieme ai servizi fatti dalla struttura inglese (e quindi con costi assai elevati, attorno ai 1400 euro al giorno). Tali servizi vengono accettati dai clienti a tale cifra quando il cliente riesce a riconoscere il valore della competenza del settore verticale soprattutto (ovviamente la competenza del prodotto e’ data per scontata nel mio caso).
Per fare un esempio, credo che se si riuscisse a sviluppare una competenza forte sulla parte gestionale per aziende alimentari di medio-piccole dimensioni questo consentirebbe di avere dei prezzi per i servizi abbastanza elevati.
Restano comunque sempre alcuni punti che non so se sono facilmente superabili:
- l’investimento aumenta perche’ devo accumulare esperienza
- ho bisogno di una struttura commerciale forte per vendere il valore dei miei servizi (che oggi nel mio caso esiste gia’ perche’ deve vendere le licenze software)
- il capitale umano diventa fondamentale e ovviamente c’e’ sempre il rischio di perderlo
Federico
Che bella letturona !
L’intervento di Giovanni Franza mi e’ parso molto significativo.
Non si e’ nascosto dietro frasi fumose.
Ha fatto una “full disclosure” del *suo* modello di business.
Ha detto, tre le righe, se non ho interpretato male il suo pensiero, che a lui ed ai suoi colleghi interessa vivere dignitosamente, pagando le spese e guadagnando per la qualita’ del servizio {perdonatemi, mi e’ scappata} offerto ai propri clienti.
E penso che il vero succo del discorso nel mondo a codice aperto, di cui si sta discutendo in questa sede, sia proprio questo.
Le posizioni predominanti in natura, economia e politica avvengono attraverso un maggior tasso di “furbizia”. Potremmo dire, semplificando ovviamente, che all’ inizio io sono piu’ furbo, o piu’ attento degli altri competitor perche’ vedo una esigenza del mercato e la soddisfo prima (magari meglio) di altri.
Poi per il mantenimento della mia nascente “supremazia” devo ricorrere ad artifici tecnici, legislativi ed economici, devo essere furbo nel trovare ogni cavillo che mi permetta di “cavalcare l’onda” del mio successo e tenga a oppurtuna distanza i miei avversari. {Penso alle gare di appalto che prevedano che per fornire un dato servizio bisogna prima provare di averlo gia’ fatto, ma se non posso darlo una prima volta come posso propormi per la seconda ?}
Questo e’ un fattore “sociale” e non tecnico ed e’ al di fuori della logica del software a codice aperto.
E torniamo a bomba sul tema sollevato da Paolo Bizzarri. Voler diventare grandi e importanti. Non riesco a vedere cose positive in questo desiderio, purtroppo.
Lui stesso ha ammesso di aver fatto bene in campo tecnico, ma non straodinariamente bene. Non stiamo parlando di invenzioni che ci faranno fare un passo evolutivo, stiamo parlando di lavoro e di riconoscimento del nostro lavoro, sia economico che morale. Ad un lavoro ben fatto va riconosciuta una paga equivalente {e da qui il mio elogio al commento di Giovanni}.
La crescita in esame, o discussione, mi pare solo quella monetaria, e quella francamente e’ fine a se stessa, c’e’ chi la persegue e chi no.
Infine “salvo” dell’intervento di Paolo una cosa, l’aver detto chiaramente a tanti (?) lettori che con il software opensource non diventerete “la Microsoft”, ma degli onesti lavoratori.
[...] Mentre proseguivo la mia lettura di feed arretrati mi sono imbattuto in un post/sfogo apparso sul blog di Alfonso Fuggetta. Il tema e’, appunto, La guida del perfetto imprenditore di prodotti open source. [...]
Risponderò con più calma quando ho un attimo di tempo.
Mi chiedo solo una cosa: possibile che a chi non vuole seguire l’approccio open source vengono associate frasi tipo “predominare” o “fare i furbi” o “non riesco a vedere cose positive in questo desiderio”? Cosa sarebbe quindi Paolo? Un delinquente? O una persona losca? O dagli interessi non limpidi, “negativi” (non positivi)? Perchè al software open source deve essere associato l’aver nobili intenti mentre gli altri sono quanto meno discutibili?
O quanto meno, perchè mai bisogna tirare sempre fuori queste questioni? Non possiamo parlarne senza tirare fuori la storia di Bill che è perfido e vuole fare un sacco di soldi? È l’unico nel mondo del software? Oppure si assume che se il software non è open source, necessariamente si è motivati da intenti quanto meno non chiarissimi?
Non è possibile che ci siano persone che legittimamente e onestamente fanno software proprietario?
Alfonso, purtroppo la carne al fuoco e’ tanta. Ed e’ difficile sintetizzare, per ciascun punto proposto si potrebbero scrivere centinaia di pagine.
Non reputo Paolo un “losco”. Non lo conosco neanche, come potrei giudicarlo ?
Giudico un certo modo di fare impresa, perche’ la realta’ con cui mi confronto ogni giorno mi fa vedere che per fare il salto non si puo’ procedere in maniera (completamente) etica.
I grandi numeri (dei soldi) vengono fuori da movimentazione di soldi, non di prodotti e di servizi. Se ho un “ufficio” che tratta roba immateriale le possibilita’ di guadagno sono maggiori di quelle che avrei dovendo gestire un “magazzino”.
Il tema della mail era essere impreditore open source, perfetto, possibilmente. Questo puo’ avvenire anche “scalando” assumendo personale, facendo crescere la competenza dello stesso, e con meccanismi meritocratici interni.
Da li siamo arrivati a come diventare dei giganti, ma mi pare che le due cose non siano correlate in modo stretto.
Mi rendo conto di aver scritto un po’ disarticolatamente, ma ho in mente gli altri 2 thread qui pubblicati e, come detto, vorrei focalizzarmi su un argomento alla volta.
Una cosa mi sento di dire, non e’ comune trovare un “tavolo” di discussione come questo, e quindi ringrazio !
Se il tema è quello del comportamento etico degli imprenditori, è di valenza generale. Vale per il software come per i medicinali (hai letto i giornali di oggi?).
Per cui credo sia necessario distinguere questioni importantissime, ma che non sono specifiche del software, da quanto concerne gli aspetti tipici e peculiari del mondo del software.
Ciao
[...] un post di Paolo Bizzarri, imprenditore del software libero da tanti anni, si è aperto un dibattito molto interessante [...]