Ho letto tutto i vari commenti al post di Paolo e provo a sintetizzare quello che penso. Il realtà sarà un post un po’ lungo.
La prima osservazione è che trovo semplicemente stupefacente il modo con il quale alcuni hanno reagito al post di Paolo. Forse non è chiaro a tutti che Paolo è uno dei pochi che io conosco che ha veramente preso sul serio il software open source e vi ha dedicato dieci anni della sua vita. Ha sviluppato prodotti open source per la PA, quello di cui tanti parlano e pochi fanno. Ha giocato se stesso e la sua impresa sull’idea dell’open source, quando alcuni di quelli che oggi lo bacchettano forse andavano ancora alla scuola media. Per cui trovo grottesco e ingeneroso che gli si spieghi cosa vuol dire “business dell’open source” o, peggio, che gli si dica che vuol fare “un business alla Microsoft”. Innanzi tutto, io dico grazie a Paolo per quello che ha fatto per l’open source e per la sua enorme onestà intellettuale.
Ma andiamo avanti.
Credo che il vero problema di fondo è capirsi sul termine “business model open source”. Ieri ero in ABI, Associazione Bancaria Italiane. Tema: uso dell’open source. Ci sono alcune banche che per alcune funzioni sono passate a Linux. Cioè usano Linux. Vuol forse dire che il modello di business di quelle banche è open source? Non fanno le stesse cose di prima? Non guadagnano i soldi nello stesso modo? Questo blog è fatto con WordPress. Se ci mettessi la pubblicità di Google e ci guadagnassi dei soldi sarei uno che usa un “modello di business open source”? E se invece usassi Movable Type (che ha una licenza proprietaria) oppure Spaces di Microsoft, pur facendo le stesse cose e guadagnando i soldi nello stesso modo, non sarei più uno che usa un modello open source?
Aziende come Engineering o Etnoteam che vendono progetti, cioè consulenza, usano sia prodotti open source che proprietari. Che vuol dire? Che a seconda di quello che usano stanno adottando o meno un “modello di business open source”? No! Il modello di business è quello del system integrator (software house o consulente o chiamatelo come volete). Semplicemente, come è stato dall’inizio dei tempi, un consulente usa le tecnologie che di volta in volta trova più convenienti. Se con Linux riesce a confezionare una soluzione più conveniente, usa quello, se no usa altro. Credo ci sia un mio ex-studente, Lorenzo Barbieri, che bazzica sul mio blog. Vedendo il suo blog, deduco che fa da consulente su soluzioni Microsoft. E deduco anche che fa parte di una schiera di altri suoi colleghi che fanno consulenze, sviluppo e formazione su tecnologie Microsoft. Non sono le stesse cose che fanno anche quelli che dicono di “vendere servizi su Linux”? Anche Lorenzo è uno che ha adottato il “modello di business open source”?
La questione di fondo è che, come dice Paolo, non basta “usare l’open source” per dire che c’è un modello di business “nuovo” o diverso. La vera questione è quella che dice Paolo. Lo spirito dell’approccio open source è che si sviluppa un prodotto e, invece di farsi pagare le licenze di quel prodotto, guadagno sui servizi associati a quel prodotto. Per uscire dai soliti esempi, è quello che voleva fare, correggimi Paolo se sbaglio, Zope. Ed è quello che ha cercato di fare Paolo con il suo prodotto per la PA.
Gli esempi che porta Guido di presunte aziende open source non mi risulta calzino per nulla. Novell non vende prodotti proprietari? E tutti quelli che campano con il dual licensing non vendono licenze? Non è forse vero che c’è una progressiva tendenza a venderti servizi “entry point” con adware, freeware o free software vero e proprio e non appena chiedi qualcosa a livello enterprise entrano in gioco meccanismi di licenze molto simili a quelle proprietarie o comunque con pagamenti sistematici e tutt’altro che indifferenti?
Come si può dire che Amazon e Google sono aziende che basano il loro modello di business sull’open source? L’unico appiglio che ci vedo sta nel fatto che se Google deve integrare alcuni dei suoi software di ricerca supersegreti e iperproprietari con il sistema operativo, ha usato Linux perchè aveva bisogno dei sorgenti (ripeto, ammesso che sia così). Ma il business di Google è pubblicità e il suo added value sono quei pezzi di codice che, come dice Paolo, col cavolo che sono open source!
Infine la questione secondo me più critica che è la madre di tutti i problemi. Guido scrive:
Il software è e deve essere una commodity per poter veicolare i business tradizionali…
Guido, questo è esattamente il motivo per il quale tu ti lamenti che i giovani sono pagati poco. Lo vado ripetendo in tutti i convegni. Si è ormai diffusa l’idea che il software e le tecnologie sono “commodity”: una commodity si compra, si monta e si usa. Per farlo non servono professionisti, basta gente che sappia “montare” le cose. Perchè mai dovrei pagare un gran professionista per fare queste cose? Mi basta il “tecnico”, come quello che mi monta l’antenna.
Mi sto sgolando proprio nel dire a tutti, politici, imprenditori e giornalisti che il software e le tecnologie non sono commodity. Non basta la gente con gli MBA che non sa nulla (o poco) di tecnologie per utilizzarle. Servono i professionisti e gli esperti dell’ICT.
Certo, Office può anche essere considerato una commodity. Ma è l’eccezione non la regola. Pensate solo a quanti fallimenti ci sono nel customizzare un ERP che dovrebbe essere quanto di più standard e “ovvio” ci sia (paghe, contributi, fatture, clienti, …). Eppure neanche lì si tratta di “commodity”.
In conclusione, ripeto qui quello che dicevo ieri a quelli dell’ABI: la comunità dell’open source è un patrimonio enorme di intelligenze e competenze. Ma se si vuole valorizzarle bisogna avere il coraggio di Paolo e parlarsi, confrontarsi, capire limiti e problemi, smascherare le aspettative sbagliate e valorizzare ciò che veramente di valido e unico esiste in quel mondo. Credo che questo dovrebbe essere il primo impegno di tutti coloro che veramente credono nell’open source.











Mi dispiace che le discussioni si siano personalizzate.
Nei miei discorsi non ho mai personalizzato nulla, ma discutevo sugli argomenti. A differenza degli altri non ho utilizzato termini e argomentazioni che colpissero l’ambito personale, se non quelle strettamente legate all’argomento.
Speravo nel suo desiderio di rendere questo blog un luogo dove si cercarse di parlare e non ripetere i soliti luoghi comuni.
Invece se qualcuno dice qualcosa che non è in linea, subito lo si prende come un affronto personale.
Non giudicando quello che ha detto.
Visto che non è mia intenzione mettermi dentro una cagnara e ne ho voglia di farmi dei nemici per la gloria del nulla, abbandono qualunque discussione su questo blog.
Cmq ripeto sia nel post di Paolo che in questo ultimo vendo un tanta confusione e un mischiarsi di argomenti che fra loro non sono per nulla attinenti.
E’ vero che purtroppo anche dentro la comunità, appassionati e altro ci sono molti luoghi comuni e idee abbastanza contradditorie anche tra i nomi più celebri del movimento. Quindi il parlarsi senza pregiudizi servirebbe a questo.
Cmq io ho rinunciato a questo compito perchè:
“A Tommaso piacerebbe scrivere su queste cose ma ha tempo”.
E se non hai tempo per fare una cosa è meglio non iniziarla proprio.
Addio e Auguri per tutti i suoi progetti
Tom,
Io non voglio avere ragione a tutti i costi. E sai bene che ho sempre risposto con attenzione alle tue mail (ricordi il nostro primo scambio di opinioni?).
La tua prima risposta a Paolo è stata “Poche idee e confuse.” La miseria …
Adessi dici che stiamo facendo una “cagnara”? Il mio post è una cagnara? Forse che io ti considero un “nemico”?
Ma chi è che sta esagerando?
Tom,
io prendo sul personale questi argomenti, perchè la mia persona è direttamente coinvolta. Non è una discussione “astratta”. Se io sbaglio, non pago gli stipendi ai miei dipendenti, non pago le tasse e fallisco. Quindi è normale per me prenderla come un fatto personale. Riguarda me in prima persona.
Hai detto che sei stato attaccato sul piano personale. L’unico attacco che riconosco di averti fatto è stato sul fatto che ti ho detto che a proposito dei brevetti software negli Stati Uniti “non sai di cosa stai parlando”. E, se continui a sostenere quanto hai sostenuto fino ad ora, lo ribadisco. Ci sono i fatti e ci sono le opinioni. Tu hai diritto alle tue opinioni, ma non hai diritto ai tuoi fatti.
Infine, prima di andartende, ti chiederei una cortesia. Vorresti chiarirmi le idee “confuse” che ho espresso ? Vorresti spiegarmi dove è la confusione ? L’hai indicata molte volte, ma non mi sembra tu l’abbia mai descritta.
Prof. Alfonso provo a portare la discussione a qualcosa di positivo.
Ieri quando avevo letto il post di Paolo non avevo molto tempo di rispondere e inizialmente questa era la mia intenzione.
Peró allo stesso tempo il post di Paolo si intitolava: “La guida del perfetto imprenditore di prodotti open source” ed era pubblicato sul blog del Prof. Alfonso Fuggetta e diciamo chiaramente che lei non é il primo tecnico che si incontra per strada. Lei ha molta influenza sull’opinione pubblica e sulla business community.
Quindi pensavo al mio destino di normale mortale che si preoccupa di difendere le libertá del software libero, sui cui si puó discutere se siano o no degne di tutela (ma questo é un altro discorso) che da ieri in poi si ritroverá di fronte persone che l’avrebbero liquidato: “voi dell’open source ci volete far fallire come dice Fuggetta raccontando la storia del suo amico imprenditore”.
Quindi la prima cosa che ho dovuto fare era evitare che quel post diventasse l’ennesima veritá assoluta o dogma.
Quindi ho dovuto valutare un trade-off tra poco il tempo a disposizione (quindi risposta superficiale) e il rischio che il post di Paolo fosse sovrastimato.
Ora tornado piú specificatamente al post di Paolo, la sua azienda ha deciso di provare a distribuire software libero o open source e ottenere i ricavi dai servizi. Questa loro scelta di business model é stata fallimentare e, probabilmente sarebbe fallimentare per tutte le aziende che ci provano; ma non sposta i termini della questione sulle libertá del software libero.
Infine Paolo segnala come esempi opposti alla situazione della sua azienda Amazon.com , Google e Ebay.
Tutte aziende che di fatto potrebbero essere di successo anche usando solo software libero e anzi alcune hanno beneficiato del codice GPL a disposizione. Ed é questo che principalmente mi interessa.
Quindi per quelle aziende il successo non é dipeso dal aver scelto consapevolmente di non utilizzare software libero, anzi ne hanno benificiato ed é stato uno tanti piccoli tasselli che sono stati necessari (oltre al business model).
Infine lei parla “modello di business open source”
ma per me queste parole non hanno tanto significato. Mi interessa capire come possiamo avere del software che soddisfi le esigenze delle persone e aziende, che sia libero e che questo sviluppo sia finanziato in qualche maniera. Peró non comprendo perché deve esistere un azienda con un business model open source, mi sembra una velleitá. Una cosa é un’impresa con business model open source (cosa sia non ne ho la piú pallida idea), altra cosa é rendere lo sviluppo del software libero economicamente sostenibile. Una differenza che sembra solo di termini ma é sostanziale.
Infine riguardo al “nemico”, le dico che molte volte mi é capitato che nelle discussioni in mailinglist, forum o altro di essermi trovato nella spiacevole situazione che alcune persone hanno iniziato ad odiarmi, senza che a mio parere ci fossero stati reali motivi.
Alcuni l’hanno dichiarato (lo preferisco) altri lo manifestano da dietro. Visto che della cosa me ne sono spesso dispiaciuto e mi sono rovinato non poche giornate; preferisco evitare i luoghi virtuali dove gli animi si accendono troppo. Non ne vale la pena.
Spero almeno questa volta di essere stato capace di farmi comprendere.
In ogni caso (ripeto) quello che ho scritto qui é solo la goccia di un mare, e l’argomento software libero é decisamente piú vasto.
Saluti Tom
P.S: In veritá questo commento l’avevo scritto molto meglio un ora fa, ma precendentemente il browser si era piantato. Sembra che sia destino che non riesca a scrivere un post decente
Una cosa è sicura: non ti considero di certo un nemico!
Tra l’altro qui sono solo Alfonso.
Ti rispondo con calma con un altro post.
Non ci lasciare
Il problema in tutta questa discussione è che il concetto di business open source ha portato fuori strada. Vorrei chiedere allora dei chiarimenti. Se il nostro business è quello di progettare dei contenuti di marketing che vendiamo, e ne regaliamo l’interfaccia di fruizione è business open source? E se invece dichiarassi che il business è quello di progettare interfacce di fruizione che vendo, ma i contenuti li regalo? Mi scuso per la banalità dell’esempio, ma proprio questo concetto del business open source, non mi ha convinto.
Ho provato a fare una sintesi del punto al quale siamo arrivati. Vediamo se poi da lì riusciamo a svolgere meglio il ragionamento.
Grazie Alfonso
per quello che hai scritto.
Non ho potuto rispondere perché ieri ero piuttosto impegnato.
Volevo solo precisare due cose:
1) Qualunque osservazione o discussione che apriró in questo blog per quanto possa sembrare dura:
a) Non vorrá mai criticarti come persona ne come professionista, ma rimarrá sempre contestualizzata all’argomento in questione. Se per qualunque motivo ti sembra che questo non accada prima di “offendersi” scrivimi in privato o chiamami. Giusto per evitare fraintendimenti che possono essere piuttosto spiacevoli e inutili.
b) Talvolta sottolinei che le argomentazioni portate siano superficiali, e probabilmente é vero. Peró quando si affronta un fenomeno nuovo (e il software libero un pó l’ho é) raramente si riesce da subito ad esporre delle idee o dei principi sistematizzati. Pensa hai primi filosofi greci che cercavano di comprendere la realtá fisica e dei sociale dei comportamenti umani. Alcune delle loro argomentazioni oggi sembrerebbero banali (pensa agli oggetti composti di acqua, terra e aria per spiegarne la densitá e altre leggi fisiche); peró senza quel andare a tentoni il pensiero occidentale non sarebbe mai nato.
Infine ti garantisco da parte mia che saró un interlocutore magari spesso dubbioso, ma mai fermo su posizioni dogmatiche. Saró sempre disponibinile a mettere in discussione qualunque valutazione.
Insomma ti prometto la mia onestá intellettuale nei limiti delle mie capacitá.
Grazie!!!
[...] Interessante discussione (proseguita poi qui e qui!)sul blog del Prof. Fuggetta a proposito del business su prodotti Open Source. Da seguire non perdere! [...]
Intervengo in ritardo nella discussione seguita al post di Paolo.
Prima premessa: mi chiamo Nazzareno Prinzivalli, lavoro in Compit, società che abbiamo costituito 4 anni fa iniziando a lavorare proprio con i prodotti della società di Paolo -> questa premessa la faccio nello sforzo di massima trasparenza, affinchè non si dica che ciò che esprimerò trovi ragion d’essere nel rapporto con Paolo e la sua società.
Seconda premessa: la mia impressione è che sull’altare dell’irrinunciabile libertà di dialogo si perda, spesso, di vista quello che dovrebbe essere un altrettanto irrinunciabile criterio: la cautela nel valutare le cose lette, nel cercare di capire cosa ci sia dietro le parole dell’interlocutore, parole che sono una sintesi (con tutte le insidie insite, appunto, in una sintesi) di una mole di esperienze, affanni quotidiani, la diversità irripetibile di un’esperienza, tutto l’accumulo di emozioni, gioie incazzature, ansie, riflessioni che caratterizzano la vita di chiunque faccia impresa.
Questa seconda, stucchevole (forse) premessa, mi serve ad introdurre una domanda che vorrei porre a Tom quando parla di “esperienza fallimentare” della società di Paolo:
ATTENZIONE: a scanso di qualsiasi equivoco, non ne sto facendo qualcosa di personale, ma sfrutto il tuo esporti, che manifesta opinioni molto diffuse e, IMHO, pericolose per provare a mettere sul piatto un po’ più di realismo.
Tornando a noi, l’analisi di Paolo è drammaticamente condivisibile: fare business con l’open source, partendo non da prodotti già diffusi ma creandone di nuovi, come nel caso di Paolo, è un’attività che difficilmente può portare all’accumulo di patrimoni per un semplice motivo già indicato da Paolo: un’installazione non pui produrla, impacchettarla e venderla ma devi andare a farla…devo continuare?…non credo…
Se vuoi, anzi, se volete, il business model del FLOSS, e non dell’OSS, (qui, cmq, si aprirebbe un’altra mega discussione sulla tendenza a creare realtà da categorie teoriche e non il contrario, come dovrebbe essere nella norma…) è come quello delle conoscenze condivise: consulenza contabile, giuridica, medica, letteraria, etc…-> qualcuno inizia ad elaborare delle idee o a sistematizzare idee già circolanti, qualcun’altro apporta il proprio punto di vista, altri evidenziano debolezze della costruzione sulla base di casi non previsti o non correttamente trattati: inizia così un sistema in cui c’è chi comincia a scrivere e vendere libri, chi si apre lo studio e fa consulenza, chi dalla consulenza prestata vede nuove possibilità e le espone o, inevitabilmente, si viene a sapere…alla fine della fiera si arricchiscono in pochi (solo perchè riescono a vendersi meglio), alcuni ci campano degnamente, altri si affannano….
Forse sono stato troppo prolisso: chiedo scusa.
[...] update = appena finito di scrivere questo post mi sono accorto degli altri due presenti e successivi a quello originario: reazioni al post di Paolo e commenti, e quindi vediamo se ci capiamo. imprenditoria, opensource [...]
[...] Se ben ricordi, tuxiano, tempo fa mi hai consigliato un libro di cui non ricordo bene i dettagli (o meglio, sul cellulare ho ancora l’sms con i dati, ma alle soglie del 2007 è più semplice ritrovarli con Google che alzarsi per cercare il telefonino)… Digitando sul motore di ricerca più famoso del mondo le parole modelli business open source, oltre al libro che cercavo è apparso molto materiale su cui discutere. La domanda è: “Come è possibile diventare ricchi col software libero?” La mia risposta è così semplice da sembrare ingenua e semplicistica: “Crea un prodotto veramente utile a quante più persone possibile e vendilo a un prezzo equo (il valore aggiunto saranno le quattro libertà che concederai agli utenti finali)”. Leggendo il libro di Yunus che hai consigliato, sto cogliendo (con le debite proporzioni) molte analogie tra la povertà della gente del Bangladesh e la miseria dei tanti sviluppatori di software libero che non riescono ancora ad affrancarsi dal giogo delle aziende che usano software proprietario, e più in generale da contratti di lavoro capestro (in cui l’obiettivo non è la qualità del prodotto finale, ma la redistribuzione dei guadagni tra i manager dei vari progetti). Per iniziare a pensare come imprenditori open source bisogna distinguere tra modelli di business Linux-based e Open source based, come spiegato dettagliatamente qui. Un’altra risorsa preziosissima è questo dibattito tra Paolo Bizzarri (a nome di Icube) e l’imprenditore Roberto Galoppini (a cui bisogna fare i complimenti per l’ottimo blog), che ho avuto il privilegio di ascoltare dal vivo a un seminario dal titolo Open Source nell’economia italiana. Galoppini consiglia il seguente interessante link sulle tassonomie dei modelli di business open source in funzione della fonte di finanziamento (interna, esterna o assente) e affronta il problema dell’appropriabilità dei ritorni, in particolare per quanto riguarda la sua esperienza con le soluzioni COTS. Di interesse elevatissimo è anche questo articolo di Fuggetta, in cui vengono effettuate precisazioni molto intelligenti e dettagliate: in particolare mi è piaciuta la netta distinzione fra “modello di business open source” e “modello di business del System integrator“, dove “un consulente usa le tecnologie che di volta in volta trova più convenienti” (per dirne una, Babel, segnalata sul portale javaopenbusiness e presente al seminario Open Source nell’economia italiana, è nata come System integrator). Prima di concludere, riporto queste splendide e accorate parole di Fuggetta: “La comunità dell’open source è un patrimonio enorme di intelligenze e competenze. Ma se si vuole valorizzarle bisogna avere il coraggio di […] parlarsi, confrontarsi, capire limiti e problemi, smascherare le aspettative sbagliate e valorizzare ciò che veramente di valido e unico esiste in quel mondo. Credo che questo dovrebbe essere il primo impegno di tutti coloro che veramente credono nell’open source.” [...]