Sul blog di DestraLab scopro questa intervista a di Nicola Rossi, che DestraLab cita per una sua frase:
La sconfitta non è politica è culturale e se non lo si riconosce, non si ricomincia. Oggi non vedo questa consapevolezza. Vedo invece una discussione sulle alleanza che peraltro il Pd non ha più la forza di scegliersi.
Io sono d’accordo con Rossi, ha ragione quando critica così il PD. Il PD ha colpe enormi. Ma di che tipo di sconfitta o vittoria si tratta? Credo valga la pena leggere anche il resto dell’intervista.
Afferma Nicola Rossi:
Ha ragione [Brunetta] quando afferma che la destra ha vinto la battaglia per l’egemonia culturale – ormai evidente – ma non credo che abbia ragione quando identifica nell’attuale maggioranza la componente riformista della politica italiana. Con tutto il rispetto, mi sembra lontano dalla realtà. Quello che il Pdl ci sta offrendo è tutto tranne che riformismo. Purtroppo un’espressione compiutamente riformista non l’abbiamo nè da una parte nè dall’altra.
Afferma ancora Rossi:
La risposta del Governo alla crisi ha un respiro cortissimo.
Se vogliamo parlare di “vittorie” e di “sconfitte” dobbiamo capirci. Certo, non si può fare gli snob, come diversi esponenti del centrosinistra fanno. Ma un’analisi del tipo “gli operai votano ora per il Pdl, ergo sconfitta culturale del PD, ergo il Pdl interpreta correttamente i bisogni del nostro tempo e dei cittadini” mi pare quanto meno azzardata. O meglio, come li interpreta? Il “favore del popolo” è segno di vittoria?
Come si fa a vincere? In MotoGP, se Rossi e Stoner (o Rocky e il suo avversario sul ring) duellano fino all’ultimo secondo e alla fine uno prevale, si dice che è una grande vittoria dove i duellanti si sono sfidati fino all’ultimo respiro. Ma se Stoner cade o sul ring si getta la spugna, si vince per abbandono. E se tutte e due le moto vanno a singhiozzo e una va più lenta dell’altra, non è che chi vince può cullarsi sugli allori. Quali allori?
E ancora. Negli anni ’70 a Pechino come a Mosca c’erano folle oceaniche che osannavano le rispettive “rivoluzioni culturali”. Come direbbe il Manzoni “fu vera gloria”? Il plauso unanime è segno di “vittoria culturale”? Forse si. O forse no.
È vera gloria vincere in un paese che vede la sua posizione retrocedere in tutte le classifiche internazionali, nell’economia, come nella sicurezza o nella libertà di stampa? È vera gloria vincere in un paese dove Giuliano Ferrara (l’ho sentito alla radio l’altro giorno) loda la scelta delle veline in lista come “l’espressione massima del genio politico di Berlusconi”? È vera gloria un paese dove il principale telegiornale privato (TG5) in momenti come questi dedica almeno 5 minuti dell’edizione delle 20 all’uso della lacca nei parrucchieri da uomo (ieri sera)? È vera gloria “risolvere” i problemi sulla carta, o davanti alle telecamere, lasciandoli inalterati nella sostanza o, peggio, portando avanti soluzioni demagogiche e controproducenti? (Ho fatto volutamente anche esempi banali, mischiandoli a considerazioni più generali)
È questa la vittoria culturale? Con una opposizione incapace, divisa e anche narcisista e autoreferenziale?
Voglio essere chiaro: tanti difetti del centrodestra albergano anche a sinistra, eccome se albergano! E a sinistra ne hanno anche di altri e di gravi.
Ma se così è, allora la questione di fondo è che qui non si tratta di celebrare le sconfitte culturali di una parte. È il paese che è in crisi. E non si tratta di snobismo o di catastrofismo. Si tratta di non chiudere gli occhi e la mente di fronte a quello che succede.

Il tema del post meriterebbe molte riflessioni. Una a caldo: quando leggo titolo dei quotidiani del tipo “scontro tra destra e sinistra” e similari, mi preoccupa, il perchè è presto detto: la destra governa le Istituzioni, sta svuotando la Costituzione dall’interno piano piano, ha trasformato il Parlamento in mero esecutore di decisioni del Consiglio di Ministri. In tale contesto Franceschini (PD) fa quel che può anche rispetto alle divisioni della sinistra estrema che, ancora una volta, preferisce “i distinguo” rispetto ai problemi. Che dire? Amarezza, profonda amarezza!!
Per ricollegarmi a quanto dice e gli esempi li cita già lei: vittoria di chi? Di un governo che continua a proporre slogan da campagna elettorale, soluzioni che non hanno lungimiranza e si preoccupa iù della magistratura che della crisi.
O una sinistra in cui il PD non ha una sua identità e non riesce a svecchiare perchè gli artefici di qusto cambiamento dovrebbero essere proprio coloro che sono il suo limite: partito nuovo con decisioni vecchie.
Per quanto rguarda la sinistra estema quoto cheyenne.
Chi rimane? Dove sono gli statisti?
“E’ il Paese che e’ in crisi.”
Uso altre parole per fotografare questa crisi:
- Una classe politica che ha causato, accentuato la crisi e che non e’ capace o non vuole iniziare una marcia indietro.
- Una minoranza di persone in grado di accorgersi e fotografare la crisi culturale del paese ma impotenti nel risolverla.
- La maggioranza dei cittadini del paese che non si accorge della crisi culturale e continua a votare la stessa classe politica.
Se cosí fosse. Potrebbe essere un sistema retroazionato positivamente.
Ad ogni tornata elettorale la maggioranza dei cittadini elegge le persone incapaci di risolvere la crisi con un conseguente peggioramento perche’ in un paese in crisi di cultura non puó che generare “figli” culturalmente poveri.