Qualche giorno fa parlavo con un mio collega che, a proposito dello stato dell’università, diceva che ne stiamo “gestendo il declino”. Ieri, un altro mio collega al quale raccontavo questa osservazione mi diceva che secondo lui in realtà è il paese nel suo complesso che sta gestendo il suo declino.
In effetti, sembra di vedere un paese ricurvo su stesso, vittima delle sue paure, dei suoi mali endemici, delle sue tante incompetenze e delle sue posizioni di rendita, delle sue ripicche personali e delle sue miopi visioni del mondo e della società, della incapacità di un vero sacrificio per il bene comune che vada al di là delle dichiarazioni retoriche e fasulle che ogni giorno dobbiamo sorbirci.
La cosa che a volte mi angoscia è proprio questa: il fatto che non abbiamo il coraggio di puntare più in alto. Ciascuno è alla ricerca del suo viver sicuro, della sua sistemazione. O, peggio, è alla ricerca di un modo per bloccare l’antagonista, il nemico, quello che “piuttosto che lui, niente”. Ancora peggio, non sappiamo nemmeno cosa voglia dire puntare più in alto, perché la nostra vista si limita a quel po’ che ci circonda e ci interessa.
Detto in altri termini, è un paese con scarso senso civico, pochi sogni, poche ambizioni, se non quelle personali. Ci manca la voglia di volare e di sognare come paese, come università, come impresa, come comunità.
Forse, si può riassumere tutto dicendo che abbiamo poco amore e troppo interesse. È questo il nostro problema più grave.
l’amore prof, svanisce… e a farlo svanire sono proprio le persone che ci circondano. Tutti i giorni ci si può spendere per aumentare il senso civico, ma quando i muri sono di gomma e quando nel tuo comune o nella tua comunità la maggior parte pensano a quello che hanno oggi e non si preoccupano del domani, il puntare in alto diventa pian piano un allinearsi, un tentare di portare a casa anche un minimo, fino a quando ti accorgi che anche coloro che combattevano e speravano hanno riunciato. Quando ci parli e proponi ti rispodono “lo fanno tutti” o “tanto non serve a nulla” così vedo declinare questo povero mio paese e l’unico slancio che trovo negli amici è quello personale che li porta a cercare di realizzarsi nel lavoro o nella famiglia relegando la sfera pubblico – politica con “tanto sono tutti uguali”.
Prof, è riuscito a mettere per iscritto i pensieri, le preoccupazioni e i motivi di rabbia di molti. Qualcosa che accomuna tutte le generazioni. Ma che risposta possiamo dare alla domanda “cosa posso fare in prima persona”? Cercare di volare alto? Cercare di rompere tutte le funi che cercano di tenerci attaccati a terra e che spesso cercano di trascinarci verso il fondo?
Chissà perché il tuo ragionamento mi evoca l’immagine di un branco di leoni, in cui il capobranco gestisce l’ordine e la gerarchia. Intorno a lui, troppi altri vecchi pretendenti, pochisssimi giovani. Lo sguardo verso il futuro si accorcia, fatalmente, alla gestione dell’esistente.
Interessanti riflessioni!
, ripartirei dalla scuola e dalla famiglia. L’università è una conseguenza della qualità del materiale umano che vi entra.
Secondo me la chiave sta nella crisi del modello educativo ai livelli della scuola elementare e media inferiore. I valori che imparano i bambini sono quelli imposti dalla TV commerciale, e non quelli della società civile. Forse è per questo che società più arretrate da un punto di vista dei diritti civili (Cina, India) sono adesso emergenti: il loro tessuto civile è più solido.
Io, se fossi Re
Insomma, la mia è sociologia da due soldi: credo che tutti se ne siano accorti di quale sia il problema della società occidentale: non critico il capitalismo, motore del’innovazione e progresso, ma la sua deviazione di inizio millennio che, IMHO, è venefica…
Lavoriamo duro, onestamente, professionalmente, ricordiamoci dei valori che ci sono stati insegnati, della famiglia e degli amici.
In fondo la nostra integrità morale prescinde dai comportamenti degli altri! Incrociamo le dita e speriamo nell’evoluzione della specie
Anche a me l’analisi mi sembra impietosa e totalmente condivisibile.
Che fare quindi? Servirebbe una sorta di (ri)educazione collettiva, esporre sistematicamente i giovani ad un modo migliore e più “efficiente” di autorealizzarsi (facciamo pure leva sulle proprie egoistiche ambizioni personali, in mancanza d’altro..), aprirsi maggiormente a quei contesti dove il senso civico è tradizione, il sacrificio collettivo è – magari non prassi – ma almeno una delle opzioni contemplate.
E sperare che al desiderio seguano le azioni quotidiane. E una “ribellione” collettiva, chiamiamola pure riforma.
L’alternativa, come al solito, è l’espatrio…
Leggevo qualche giorno fa un commento di Augias, il quale osservava che la società italiana attuale guarda solo al presente e questo toglie ogni visione di lungo respiro: penso a guadagnare ora, a salvaguardarmi ora, a vivere ora. È un’ottica egoistica, differente da altri tempi in cui, pur con altre difficoltà, si pensava al futuro.
Alfonso,
sono uno di quelli che da giovane ha fatto politica e si è sbattuto in vari modi pensando proprio ‘al futuro’.
Ne ho ricavato discriminazioni sul lavoro, aggressioni fisiche, continui insulti.
Ed ho visto che, mentre io faticavo a tenere in piedi una piccola ma onesta azienda, i soliti furbi si arricchivano (ed ora, col 10% delle tasse evase, possono rifarsi una verginità).
Slanci ideali ? Impegni ? Abbiamo già dato. Oltretutto sono vecchio, da rottamare – occorre far largo ai giovani. Perfetto, alzino le chiappette ed iniziino a lavorare, invece di pretendere. (So che non tutti sono così ma è ora che qualcuno dica a molti di piantarla con le geremiadi).
Quando avevo vent’anni, nella mia città, molti si lamentavano per la mancanza di occasioni. Dopo dieci anni di tentativi me ne sono andato a Milano, ma i miei coetanei che si lamentavano li sono rimasti (e continuano a lamentarsi).
Ora che ho deciso che la misura era piena mi sono ritrasferito (in Svizzera) chiudendo quel che non funzionava più e proseguendo come professionista.
Ho un caro amico che lavora a Dusseldorf ed un altro che ricerca al MIT, altri due da Google in Irlanda ed USA, e potrei continuare. Tutti eccezionali ? Sicuramente si, in primis perché non si sono seduti a lamentarsi.
E l’Italia? Beh, temo sia il caso di dirlo: in democrazia ogni paese ha il governo che si merita (essendoselo scelto). E, chi l’ha scelto, si rimbocchi le maniche e aiuti i suoi eletti. Non mi pare si possa chiedere la collaborazione di quelli che ci si è pubblicamente augurato che muoiano ammazzati (va bene lo slancio ideale ma il seppuku lo lascio ai samurai).
Giovanni
p.s.: Alfonso non ce l’ho con te, capisco il tuo sfogo e il tuo pensiero. E’ solo che, passata una misura, la pazienza è scappata – per sempre.
“è il paese nel suo complesso che sta gestendo il suo declino.”
Non credo. Vedo tantissime persone intorno a me che hanno voglia di fare, che si sbattono, che ogni giorno si inventano una nuova cosa e una nuova idea.
Queste persone non finiscono in TV, ma la TV non è la società italiana. E anche se non passano dai tg, ci sono e non sono poche.
Alfonso, sai meglio di me che “fare” è infinitamente più difficile e faticoso che “spiegare come fare”. Quante volte ti sei lamentato di come il Cefriel sia sistematicamente ignorato dai media, che preferiscono altre realtà straniere? Il Cefriel è in decadenza? No, è solo che nessuno lo conosce.
E se nessuno conosce il Cefriel (ok, sto esagerando), chi conosce le tante altre realtà magari non allo stesso livello, ma che sono tutto fuorchè non da buttare.
Alfonso, tu sei andato in giro per l’Italia a conoscere tante imprese. Scommetto che ne hai conosciute tante di cui non sapevi neanche l’esistenza, e che pure fanno cose egregissime; e magari ne hai conosciute altrettante che pur non essendo al top, sono comunque buone aziende.
Ecco, l’Italia è simile a un centro di calcolo in cui la rete non funzioni più: le potenzialità ci sono, ma manca quel tessuto connettivo che permetta di pensare a un “insieme” su cui lavorare e svilupparsi.
Costruire questa rete è lento e faticoso, ma non è un fatto impossibile. E se i risultati sono lenti ad arrivare, i frutti sono assolutamente straordinari.
Abbiamo sempre portato avanti broccoli incapaci, ora ne paghiamo le conseguenze, in passato forse era anche così, ma in modo più limitato, bastava guardare negli occhi quelle persone del passato e ci si accorgeva della loro intelligenza che luccicava nei loro occhi.
Ora vedo invece tanti broccoli con posti anche di rilevanza.
Ecco perchè io personalmente ho perso speranze e fiducia nelle cose, salvo eccezioni!
Un sistema che giudica male.
Forse c’ era più democrazia nel dopoguerra che ora,
ora se non hai agganci non fai niente, anzi vieni messo fuori starda perchè sei un rivale.
E vedo tanti giovani che la pensano come me, e vedo tanti giovani broccoli che si sistemano bene.
E non è il fatto di essere figli di papà, come spesso si dice, perchè noto che spesso i figli di papà invece sono i più discriminati.
E’ il fatto di essere più raccomandati e agire con più furbizia.
Concordo, e scrivevo un paio di mesi fa che trovo stupefacente che non vi sia alcuna percezione di questo nel dibattito pubblico, nonostante segnali chiarissimi ormai decennali di questo trend. (C’era anche un post di Quinta tempo fa sull’argomento, che avevo ripreso.)
Non è il paese Italia ma l’occidente nel suo complesso a gestire il suo declino. Inutile nasconderlo, l’imperatore è nudo. Ed è inutile anche dire che il capitalismo è motore di innovazione e progresso relegando l’attuale crisi economica e sociale (la peggiore dal 1929) ad un suo eccesso o devianza. Il capitalismo va rimosso e rimpiazzato con una cosa che si chiama democrazia (cit. Michael Moore) prima che sia troppo tardi. E forse lo è già, troppo tardi.