Pessimisti e disfattisti?

On December 28, 2009, in Economia, by Alfonso Fuggetta

Un medico serio che volesse guarire un malato deve innanzi tutto fare una diagnosi seria. Lo stesso vale nella politica. Coloro che dicono che la situazione è preoccupante vengono marchiati come disfattisti e addirittura anti-italiani. Io penso che quando si cerca di fare analisi serie della nostra situazione si fa solo il bene del paese.

Da leggere l’articolo di Mario:

CHICAGO BLOG » I livelli della crisi: "Nei giorni scorsi è stato pubblicato un Occasional Paper della Banca d’Italia, intitolato ‘La crisi internazionale e il sistema produttivo italiano: un’analisi su dati a livello di impresa‘, di Matteo Bugamelli, Riccardo Cristadoro e Giordano Zevi. Il lavoro esamina le conseguenze per il sistema produttivo italiano della crisi economica e finanziaria internazionale iniziata nel 2007 con un approccio contemporaneamente macro e micro, utilizzando cioè sia dati aggregati di contabilità nazionale che informazioni a livello d’impresa desunte dall’indagine sulle imprese industriali e di servizi (Invind) condotta annualmente dalla Banca d’Italia. Tra le risultanze della ricerca, ne spicca soprattutto una: i livelli della produzione industriale italiana sono tornati indietro, a causa della crisi, di quasi 100 trimestri.

Come scrivono gli autori del paper,

Rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’indice della produzione ha segnato una diminuzione cumulata prossima al 25 per cento, con il risultato che, nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte si era riportato al livello della metà degli anni Ottanta. Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo, pur assai pronunciato, è stato inferiore.
Misurato in termini di trimestri persi, cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli della produzione, la maggiore gravità della situazione italiana risulta evidente: i 12 e 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia

Nello specifico, e rimandando il lettore alle tavole 1 e 2 del paper, il livello di produzione industriale italiana è tornato al secondo trimestre 1986, quello tedesco al quarto trimestre 1999, quello francese al primo trimestre 1994. Come si nota, quello italiano è un autentico crack, che conferma (se mai ce ne fosse stato bisogno) che affermare che il nostro paese ha navigato in questa crisi meglio dei nostri concorrenti è una fallacia assoluta. Dal lato più generale del Pil, l’Italia in questa crisi è tornata indietro di 34 trimestri, contro i 13 e 12 rispettivamente di Germania e Francia. Naturalmente la notizia è rimasta sepolta nella cronaca natalizia, e forse è meglio così, visto quanto è inquietante.

Uno degli errori più comuni commessi dalla stampa e dai commentatori politici è quello di considerare solo le variazioni di una grandezza, non i suoi livelli. In tal modo l’analisi finisce col perdere profondità prospettica. Sono ancora e sempre troppo pochi quelli che riescono a realizzare che, quando una grandezza perde il 50 per cento, necessiterà di una ripresa del 100 per cento solo per tornare al livello di partenza. Non sorridete, in questo paese abbiamo un disperato bisogno di partire dalle nozioni di base. Per una migliore comprensione della differenza esistente tra livelli e variazioni è utile leggere gli esempi fatti da Menzie Chinn e Paul Krugman.

E soprattutto è utile smettere di dire che l’Italia ne uscirà meglio di altri."

25 Responses to “Pessimisti e disfattisti?”

  1. Paolo Bizzarri says:

    Non si capisce lo scopo di dimostrare che “l’Italia sta peggio di altri”.

    Anzitutto, in economia, diffondere pessimismo INFLUENZA in senso negativo la ripresa economica (cfr. Keynes, ad esempio).

    In secondo luogo, mancano dal confronto paesi come la Spagna o lo UK, che hanno subito effetti parecchio pesanti dalla crisi medesima, e che sarà divertentissimo vedere come si comporteranno quando si uscirà dalla crisi stessa.

    Infine, lo studio evita di prendere in conto le imprese sotto i 20 dipendenti, ossia la stragrande maggioranza delle imprese italiane. Si tratta del tessuto più flessibile e rapidamente adattabile, quello in grado di rispondere con rapidità alle crisi e di inventarsi qualcosa di nuovo.

    Ah sì. Qualche link di quelli che non passano molto:

    http://www.marketwatch.com/story/debt-disaster-fears-rumble-from-athens-to-london-2009-12-16

    poi, l’indice di miseria, con l’Italia in eccellente posizione (e questo è bene):

    http://www.nytimes.com/imagepages/2009/12/18/business/economy/20091219_CHARTS_GRAPHIC.html

    Poi questo articolo che parla di proiezione del debito pubblico….

    http://www.corriere.it/editoriali/09_dicembre_23/debito-pubblico-editoriale-massimo-mucchetti_1337d3cc-ef8b-11de-b696-00144f02aabc.shtml

    dove i paesi di lingua inglese (quelli dell’economia liberale, per capirsi) hanno un debito pubblico che sta MOLTO oltre il 100%.

    • > Non si capisce lo scopo di dimostrare
      > che “l’Italia sta peggio di altri”.
      Giusto, hai ragione. A che serve sapere come stiamo? Poi gli spagnoli stanno peggio, quindi il problema non esiste.

      • Paolo Bizzarri says:

        “Sapere come stiamo” è diverso dal “dimostrare che stiamo peggio degli altri”.

        Comunque, ho citato paesi come la Spagna, l’Irlanda, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna perchè erano i modelli che ci venivano continuamente sbattuti in faccia come esempi di politica economica lungimirante, rispetto alla politica dei nostri governi.

        Gli eventi attuali hanno dimostrato che queste economie vivevano di speculazione, con una crescita fatta sostanzialmente sul debito privato e su una bolla immobiliare; queste economie, alla fine della crisi, si troveranno a pagare uno scotto altissimo perchè avranno debiti pubblici a livelli italiani SENZA la capacità di operare in regime di scarsità di risorse, sviluppata da tutto il sistema Italia.

        Poi, di cose da aggiustare in questo paese ce ne sono un’infinità, ma ritengo che diffondere pessimismo non aiuti nessuno; abbiamo mille cose che non vanno, ma i nostri padri e i nostri nonni sono riusciti a creare un grande paese in condizioni molto peggiori delle nostre.

        Io vorrei essere alla loro altezza, e non preoccuparmi se stiamo davanti o dietro la Germania o la Francia.

        • Guarda che è qualcun altro che continua a ripetere che noi ne usciremo meglio degli altri. È quello il punto di partenza e il senso dell’articolo di Mario. Io credo che nessuno si auguri che l’Italia vada male o non ce la faccia. Ma credo siamo in molti ad essere stufi di sentire delle parole da anestetico che nascondono i problemi e l’inazione che ci sta caratterizzando.

          • Paolo Bizzarri says:

            “Guarda che è qualcun altro che continua a ripetere che noi ne usciremo meglio degli altri.”

            Sì, ma qual è il punto a dimostrare che ha torto? E’ questo che non riesco a capire.

            Quelli che si sono mossi lo hanno fatto caricando i loro bilanci di debiti, talvolta cercando disperatamente di nascondere la polvere sotto il tappeto.

            Quando i tassi cominceranno a ricrescere, molti paesi scopriranno di avere debiti insostenibili per le loro economie. L’Italia non sarà fra questi, e si ritroverà a stare meglio di tanti altri.

          • > Sì, ma qual è il punto a dimostrare che ha torto?
            Il punto è che dicendo che stiamo bene giustifichiamo il fare poco o nulla per contrastare la crisi. Invece, non stiamo bene e dovremmo darci da fare.

          • Paolo Bizzarri says:

            Ok, ritengo la risposta corretta.

            Ma allora perchè non fare un passo in avanti? Continuare a discutere se l’Italia ne uscirà meglio o peggio è una previsione sul futuro, tuttora da verificare.

            Invece, discutiamo le riforme da fare. Su queste si può ragionare tranquillamente e si può fornire uno stimolo efficace.

          • Phastidio says:

            E’ quello che stiamo aspettando di leggere e sentire, le riforme. Invece finora abbiamo solo letto e sentito autocompiacimento fuori luogo per il fatto che “ne usciremo meglio di altri”.

  2. “i 12 e 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia”

    A me sa che gli autori hanno confuso le righe delle loro stesse tabelle… stanno confrontando 12 e 13 (trimestri persi del PIL per Francia e Germania) con 92 (trimestri persi di produzione industriale per l’Italia).

    Sto guardando i dati di Tavola 2, pagina 10 del documento della Banca d’Italia.

  3. Phastidio says:

    Quel passo è effettivamente un refuso degli autori, che hanno incrociato Pil e produzione industriale. Peraltro, nel pezzo è citato correttamente il confronto su basi omogenee di produzione industriale.

    Ciò detto, e per rispondere alle altre obiezioni, concordo circa il fatto che Irlanda, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti hanno goduto di una crescita drogata dal debito, come dimostra il fatto che tutti questi paesi avevano in comune forti deficit delle partite correnti. Forse proprio per avere confronti con realtà più omogenee alla nostra gli autori hanno fatto riferimento a Francia e Germania.

    Quanto alla crescita ante-crisi, l’Italia era in recessione già prima che la bolla scoppiasse, come evidenzia anche l’Ocse nel suo ultimo World Economic Outlook:

    http://phastidio.net/2009/11/09/sogni-di-gloria-e-reni-spezzate/

    Inoltre, conti alla mano, nel 2008 il Pil spagnolo è diminuito comunque meno di quello italiano:

    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1611

    Sulle imprese con meno di 20 dipendenti sarei cauto nell’affermare senza dati che là si cela la quota mancante della nostra produzione industriale: a volte anche per fare propaganda occorre portare dati a supporto. Le microimprese sono fornitrici, cioè sono il livello più basso della “catena alimentare” produttiva, e sono le prime a subire la crisi dei propri clienti. Non riesco a vedere come in esse si sia celato un boom produttivo mentre il resto del paese tagliava la produzione.

    • Paolo Bizzarri says:

      “a volte anche per fare propaganda occorre portare dati a supporto”

      Non faccio propaganda. Di professione sviluppo software e, se proprio vogliamo buttarla in politica, ho tanto di tessera del PD.

      Vivo in una piccola impresa con meno di 20 dipendenti, e racconto la realtà che vedo, tutto qua.

      • Phastidio says:

        Ne sono lieto per lei. Ammetterà tuttavia che l’ampiezza del suo campione non è statisticamente significativa, né che lei lavori in manifattura.

        • Paolo Bizzarri says:

          Concordo che statisticamente “uno” è poco rilevante (anche dieci è poco rilevante, o se per questo 70 dirigenti e imprenditori….).

          Però uno è più di zero, e siccome l’esperienza (anche in ambito associativo) mi insegna che le grandi imprese sono spesso pachidermiche nelle reazioni, laddove i piccoli per necessità sono piuttosto rapidi, mi permetto di mantenere un po’ di dubbio…

    • “Quel passo è effettivamente un refuso degli autori, che hanno incrociato Pil e produzione industriale.”

      Peccato che lo abbiano messo nelle conclusioni, ed infatti l’ho già ritrovato in giro citato da un po’ di giornali online.

      A latere, qualcuno ha idea di come sia stato calcolato il grafico di grafico del “Livello degli ordini e della domanda” di pagina 10?

      Sta plottando cifre assolute oppure percentuali?

  4. Phastidio says:

    Vorrei precisare ulteriormente il mio pensiero. Per me, “darsi da fare” vuol dire fare riforme di struttura sul mercato del lavoro, delle professioni, delle municipalizzate, sul diritto commerciale, sulla giustizia (segnatamente civile), non fare deficit spending. E quanto alla difficoltà che avranno altri paesi quando i tassi risaliranno, ricordo che l’Italia ha un debito-Pil del 120 per cento, che mi pare superiore a quello dei paesi citati. Il problema è il potenziale di crescita, se un paese fortemente indebitato cresce, i creditori stanno più tranquilli. Se il paese fortemente indebitato non cresce, i creditori si innervosiscono, e chiedono rendimenti sempre maggiori per comprare il debito di quel paese, in una spirale perversa. Grecia, dice nulla?

    • Paolo Bizzarri says:

      Concordo con alcune delle affermazioni (assolutamente non tutte) riguardo alle riforme da fare. Credo che alcune riforme siano necessarie, ma prendere a modello il mondo anglosassone rischia di essere quantomeno imprudente.

      Quanto al deficit, per paesi come l’UK e gli USA si parla di deficit nettamente superiori.

      Quanto al potenziale di crescita, l’Italia rispetto a molti dei paesi citati ha ancora una capacità industriale notevole, cosa che altri paesi hanno perso o grandemente diminuito in favore di una dissennata terziarizzazione.

      Negli articoli da me linkati, si indica Spagna, Portogallo, UK e Irlanda come potenzialmente a rischio di crack, ma NON l’Italia.

      In molti rapporti di agenzie di rating, all’Italia si riconosce la capacità di “vivere” in condizioni di forte debito; non è un caso che il debito inglese sia stato declassato, e quello italiano no.

      • Phastidio says:

        Premesso che non mi è chiaro chi è perché abbia preso a modello il sistema anglosassone, il debito inglese è e resta tripla A, quello italiano non lo è. Non è stato “declassato”, ma posto in negative outlook, il che vuol dire che entro due anni al più tardi, ed in assenza di correttivi, rischierà il declassamento. E non “si parla di deficit superiori”, ma del rapporto debito-Pil, per il quale l’Italia resta il secondo paese europeo, dopo la Grecia. Il fatto che Usa e Uk abbiano nel 2009 un rapporto deficit-Pil superiore al nostro (più che doppio, a dire il vero) non significa che tale situazione resterà immutata anche negli anni a venire. Conterà la capacità di crescita, per l’appunto. E su quella italiana, certificata da tre lustri di alternanza da teatrino bipartisan della politica, non scommetterei del denaro.

        • Paolo Bizzarri says:

          “su quella italiana, certificata da tre lustri di alternanza da teatrino bipartisan della politica, non scommetterei del denaro.”

          Come riportato negli articoli che avevo linkato, non si tratta delle sue scommesse (certamente più avvedute delle mie) ma piuttosto di cosa valutavano come probabile le società di rating internazionali.

          Accolgo le sue correzioni, frutto della fretta dello scrivere, ma se esamina quanto ho riportato, vedrà che si indica sia l’esplosione del rapporto deficit/PIL nei paesi anglosassoni, sia l’esplosione del rapporto debito pubblico/PIL, sul quale al momento UK e USA non sembrano aver contabilizzato il costo dei vari salvataggi effettuati e delle garanzie erogate.

          E francamente, faccio enormemente fatica a capire come economie pesantemente finaziarizzate come quella USA e UK possano pensare di risollevarsi e di ripartire, senza una nuova bolla speculativa.

          E’ corretto affermare che il debito pubblico italiano è attualmente estremamente elevato; ma lei avrà certamente visto le numerose proiezioni che circolano, che mostrano chiaramente come molti altri paesi stiano arrivando vicini agli stessi livelli, con economie niente affatto pronte a lavorare in scarsezza di risorse.

  5. Gianfranco Prini says:

    Intanto, per cominciare a darci da fare, cercherei di fissare un obbiettivo. Visto che il 2050 va così di moda in questi tempi, l’obbiettivo per quella data potrebbe essere quello di azzerare il debito pubblico e privato (e non semplicemente di riportare quello pubblico a un maastrichtiano 60%). In quarant’anni si può fare. Certo, occorre un leader che, invece di promettere al paese una fantomatica “ripresa” (ma di e da che cosa, poi…?), abbia il coraggio di presentarsi agli elettori dicendo: “I have nothing to offer but blood, toil, tears, and sweat.”

    Tutto il resto sono chiacchiere.

    A meno che, dopo aver rubato il futuro ai nostri figli e ai nostri nipoti, ora non vogliamo cominciare a rubarlo anche ai nostri pronipoti.

    gfp

  6. Giovanni says:

    Ho letto alcuni commenti e mi è venuto in mente “ho visto un re”.
    Poi concordo con Alfonso: se si vuole curare uno occorre prima cercare di capire che malattia ha.
    Poi se Paolo individua degli errori nell’analisi il fatto che lo dica ci aiuta a correggerla.
    Altra cosa è compararci agli altri, ma questo è un mantra di altri ( vedasi … noi usciremo prima degli altri … )

    Giovanni – che “sempre allegri bisogna stare”

  7. Osvaldo says:

    Una mia opinione.
    Prima cosa, liberalizzazione di tutte le professioni.
    Anche le prestazioni professionali devono rispondere alle regole del mercato.
    E’ una cosa democratica e permetterebbe la distribuzione delle ricchezze su più persone, invece che tanto nelle mani di pochi.
    Con un primo evidente beneficio sul potere d’ acquisto e quindi sui mercati.
    Altrimenti, sempre secondo una mia opinione, si parla tanto di democrazia, ma nella realtà viviamo una falsa democrazia.

  8. Premettendo che non ho ancora avuto tempo di leggere lo studio, secondo me fare confronti tra l’Italia e gli altri in relazione a qualunque parametro economico è un esercizio spesso inutile perché ci sarà sempre un parametro in cui stiamo peggio e uno meglio degli altri. Detto questo non sono convinto che l’Italia abbia una maggiore capacità industriale della Francia o della Germania perché anche da noi la maggioranza delle attività produttive sono state spostate in Cina o paesi asiatici. Le leggete le etichette dei capi di abbigliamento, degli accessori per auto, dei tubi in plastica, dei divani, della pelletteria… Io non sono così ottimista.
    Per quanto riguarda il debito noi siamo abituati ad avere un debito altissimo, per entrare nell’Euro non abbiamo fatto forse i salti mortali? È vero che la Spagna ha un debito peggiore del nostro ma se vai a Madrid o a Toledo hai l’impressione che sia stato fatto per offrire servizi, per fare infrastrutture. Qui è così? A me non sembra.
    Secondo me c’è solo da sperare che le solite locomotive dell’Europa riprendano a spendere e noi si riesca a riprendere a esportare e magari a investire in infrastrutture e industri non delocalizzate. Senza confrontarci con gli altri ma solo rimboccandoci le maniche riprendendo a innovare come sappiamo fare.

  9. Paolo Bizzarri says:

    Va bene. Abbiamo opinioni diverse se e come l’Italia ne uscirà, a condizioni costanti.

    Anzichè usare energie per dimostrare che il Governo ha torto (cosa che, se vera, si manifesterà da sola) non sarebbe utile impiegare quelle energie per discutere e proporre riforme?

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