Università: rimpalli italici e problemi di fondo

In questo periodo, specie a Milano si è aperto un grosso dibattito sul ruolo e sul funzionamento delle università. Il fatto è estremamente positivo perché rimette al centro dell’attenzione un tema vitale per lo sviluppo del paese e del nostro territorio. Ma ci sono una serie analisi che appaiono francamente incongruenti. Sembra che anzicchè andare al fondo dei problemi ci si stia specializzando nel rimpallarci responsabilità e colpe.

Il rettore del Politecnico di Milano, Giulio Ballio, ha lamentato la possibile fuga degli studenti dovuta ad una carenza di alloggi e di servizi di accoglienza, fatto incontrovertibile e difficilmente contestabile. Hanno risposto sul Corriere sia Lombardi che Mazzotta dicendo che il problema non è il numero di matricole e studenti ma la qualità, e che le università devono muoversi per offrire servizi formativi e di ricerca avanzati che attraggano gli studenti.

Certamente, è essenziale che università come il Politecnico si qualifichino per la loro capacità di fare ricerca, trasferirla alle imprese e offire percorsi di alto livello professionale e scientifico. Ma questo lo stiamo facendo. Si pensi ai moderni laboratori per il design di Bovisa, la galleria del vento, i consorzi e le strutture per il trasferimento tecnologico come la Business School/MIP e il CEFRIEL. È di pochi giorni fa l’annuncio dell’avvio dell’alta scuola Politecnica con il Politecnico di Torino. Sicuramente scontiamo una comunicazione ancora insufficiente e una buona dose di provincialismo per cui qualunque cosa si fa all’estero è valida, mentre si rimane sempre scettici sulle nostre capacità. Due esempi. È stato dato grande risalto al fatto che sta per uscire in USA un browser (chiamato “Minimo”) per cellulari e PDA. Al CEFRIEL abbiamo annunciato e già rilasciato con licenza open una cosa simile con funzioni anche più avanzate alcune settimane fa, e il fatto è stato trascurato dai più. Secondo esempio. C’è stata una gara di esperti della sicurezza informatica organizzata dall’Università della California, Santa Barbara, (uno dei luoghi di eccellenza mondiali sul tema). La gara è stata vinta dal gruppo del Politecnico, che ha battuto i team di colossi accademici come Georgia Tech. Lo spazio riservato alla notizia è stato minimo e pochi se ne sono accorti. E di esempi simili ce ne sono tanti altri. Perché qualunque cosa si faccia all’estero viene sopravvalutata mentre da noi si tende sempre a sottovalutare la qualità di quello che facciamo? Il MIT Media Lab di Dublino o Sophia Antipolis fanno notizia sempre e comunque. A Milano con risorse molto inferiori si fanno cose egualmente interessanti, ma continuiamo ad essere sottovalutati e spesso ignorati. (Osservazione a margine: mi risulta che il Media Lab di Dublino sia stato chiuso perché costava troppo e produceva poco).

Perché tutto ciò? Azzardo alcune ipotesi.

Il primo problema che deve essere chiarito è che troppo spesso, purtroppo, si continua a considerare l’università come un unico “blobbone”: “l’università fa o non fa”. In realtà non esiste “l’università”, esistono “le università”. Molti dei mali che ci assillano derivano proprio da questo errore di fondo. E la radice di questo errore è il fatto che esiste il valore legale del titolo di studio e che quindi “siamo tutti uguali” per definizione. A ciò si aggiunge la paura o l’incapacità di valutare e verificare. Al Politecnico certamente non temiamo una valutazione seria e puntuale di quanto viene fatto.

Il secondo problema è che certamente non ha senso trasformare tutte le università in licei di massa, come temono Lombardi e Mazzotta. Ma non si possono fare le nozze con i fichi secchi. Non è possibile tenere le rette ferme e fuori mercato, bloccando nel frattempo i fondi alle università e pretendere nel contempo numeri piccoli. Il Politecnico spende per il personale una delle quote più basse dei trasferimenti dal ministero a livello nazionale, investendo quindi significativamente in infrastrutture e servizi. Ha anche più che decuplicato i contratti di ricerca e con le imprese. Ma siamo lontani dalla disponibità di risorse di colossi universitari stranieri. Essendo faculty associate all’università della California posso toccare con mano le differenze strutturali nella disponiblità di risorse pubbliche e private. Come si può ricercare l’eccellenza se i pochi soldi che ci sono arrivano in base al numero di studenti iscritti e laureati?

Un terzo problema riguarda la selezione dei docenti. L’on. La Malfa durante una recente trasmissione televisiva ha detto che la riforma Berlinguer dei concorsi universitari è deleteria perché ciascuna università si sceglie chi vuole in modo spesso clientelare per cooptazione. Si parla degli esempi americani (tipo MIT) e si richiedono i concorsi nazionali per garantire la qualità. L’on. La Malfa dimentica diversi fatti. Tutti i sistemi di scelta del personale universitario si basano sulla cooptazione. È sempre il corpo universitario che sceglie le proprie leve. Non conosco paesi nei quali succede qualcosa di diverso. Il problema è semmai il meccanismo di selezione. Guardiamo gli USA: non esistono concorsi. Ogni università si sceglie con procedure proprie chi vuole. Esistono dei “call” locali ai quali chiunque può rispondere inviando il proprio curriculum e le proprie lettere di raccomandazione! Sta alla responsabilità dell’università scegliere professori bravi con raccomandazioni serie. Le università serie scelgono bravi professori e puntano in alto, le università scadenti scelgono personale di profilo basso e offrono un servizio basso. Da questo punto di vista, l’effetto della legge Berlinguer è molto simile a quello che succede in USA.
Le reali differenze con gli USA sono tre: non esiste il valore legale del titolo di studio, gli stipendi dei docenti sono decisi dalle università e le rette degli studenti sono variabili (con sostanziose borse di studio per i meritevoli). Ci sono i college senza ricerca e ci sono Harvard, Stanford e MIT. Esiste cioè una differenziazione delle università. È questo il problema di fondo: non siamo tutti uguali e in Italia non si ha il coraggio di riconoscerlo.

Infine, un’ultima osservazione sui fondi per la ricerca. È vero quello che dicono il Ministro Moratti e la maggioranza. In Italia, rispetto ad altri paesi, mancano gli investimenti privati, mentre i fondi pubblici non sono pochi. Le imprese continuano a lamentarsi delle carenze dell’università, ma le cifre dimostrano in modo incontrovertibile che il loro sforzo complessivo in ricerca, innovazione e formazione è inferiore a quello dei loro concorrenti esteri. Chi dovrebbe pagare ricerca, innovazione e formazione? Le università? Con quali fondi?
Ma anche sul fronte pubblico non siamo messi bene. I fondi pubblici sono o distribuiti a pioggia oppure dedicati in modo fisso agli enti di ricerca come CNR e ENEA. Si parla tanto di Microsoft che è andata a fare un centro di ricerche a Trento e si loda la gestione manageriale dell’ateneo trentino che ha attirato questi investimenti privati. Nessuno dice però che la provincia autonoma di Trento (con il sostegno anche del DIT) ci mette il 60% delle risorse necessarie. Il resto lo mette Microsoft. Questo è possibile perché la Provincia Autonoma da sempre ha avuto un’elevata quantità di risorse disponibili (si pensi al caso dell’IRST di Trento) e le ha concentrate su iniziative come queste.
Ci saranno anche sprechi in alcune (o molte) università italiane, ma i valori assoluti delle risorse disponibili per gli atenei italiani di eccellenza ci separano in modo drammatico dagli atenei leader a livello mondiale.

Quindi a Milano è indubbio che le università “devono muoversi” e cambiare passo. Però o si va alla radice dei problemi, oppure continueremo a rimbalzarci la palla, sperando, inutilmente, che qualcuno risolva magicamente la questione.

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