Quest’anno compio cinquant’anni. Mi sembrano un’enormità. Mi trovo spesso a vivere con l’ingenuità, l’esagerazione, l’istintività del ragazzo. La qual cosa in certi casi mi fa piacere perché mi fa sentire vivo e vitale. In altri casi, mi pare di ritrovarmi immaturo e ancora alla ricerca di un equilibrio che invece dovrei già avere e dimostrare da tempo.
Forse è la crisi della maturità, quando ci si scopre a fare i primi bilanci, vedendo scorrere gli anni, sperando di fare ancora tante cose, ma iniziando già a pensare al fatto che comunque vada, il più è alle spalle.
E’ un po’ di tempo che mi ritrovo in modo più o meno consapevole a fare queste considerazioni. Ora sono in treno tornando da Venezia. Sono un po’ stanco per i diversi viaggi e forse questo incide. Sto leggendo l’ultimo libro di Scalfari, L’uomo che non credeva in Dio. E’ un mix di ricordi, considerazioni di carattere filosofico, storie personali, esperienze professionali. Leggendolo (sono a metà) e vedendo le considerazioni che Scalfari fa sulla sua vita, mi sono ritrovato ancora una volta a pensare a me stesso.
Cosa ho fatto o sto facendo della mia vita? Ho fatto tante cose, forse troppe. O forse così mi illudo. Le ho fatte bene? Potevo farle meglio? A volte penso che sono corso dietro a tante idee, desideri, impegni, facendone al meglio molte, ma senza eccellere in nessuna. Mi accorgo che questo è il rischio che in questa nostra società si corre. Viviamo il tempo della libertà, della spontaneità, dell’autonomia e ci sentiamo spinti e motivati a provare tante strade, a vivere una molteplicità di esperienze. Tutto ciò ci arricchisce, ci espone a tante idee, stimoli, contributi. Ma ci fa anche correre il rischio di disperderci in tanti rivoli, senza mai riuscire ad arrivare fino in fondo a nulla. Sono, o forse posso dire siamo persone incompiute, fatte a metà? Ho la sensazione che c’è una carenza di disciplina (nel senso educativo del termine, non in quello militaresco) che ci imponga di marciare in modo convinto verso una metà precisa. Soprattutto ci manca, o almeno credo mi siano spesso mancate, la pazienza e la costanza per portare a compimento fino in fondo, fino alla vera eccellenza, le cose che ho provato a fare.
Forse sono veramente i pensieri di uno che sta invecchiando. Ma ripenso anche al libro di Pausch che ho letto e che ho citato su questo blog qualche giorno fa. Mi viene da pensare ai miei figli che adoro e ai giovani che incontro. Vorrei dir loro che anche in un mondo così frenetico e dispersivo, che ci espone a tanti stimoli e sollecitazioni, è sempre più necessario avere la saggezza di fermarsi, riflettere, scegliere e discernere quali sono i reali obiettivi e snodi importanti della vita. Magari, avendo la capacità e la volontà di scartare tanto rumore di fondo e investire in profondità su poche cose che veramente definiscono e qualificano ciò che ciascuno di noi è nel suo essere più profondo.
Da cristiano, forse potrei dire che le frasi sconnesse che ho scritto potrebbero più semplicemente essere sintetizzate leggendo la parabola dei talenti e che tutto sommato sto riscoprendo l’acqua calda. Ma in questi giorni, queste considerazioni le vivo non tanto come una riflessione religiosa o culturale: me le sento nelle viscere e nello stomaco. Ho usato bene i miei talenti, piccoli o grandi che fossero? E che posso fare per il tempo che ho davanti a me per far si che possano fruttare "secondo quanto abbiamo ricevuto"? E che posso fare per essere in un qualche modo di aiuto ai giovani che incontro perchè valorizzino al meglio ciò che hanno da offrire?
Forse scrivere queste cose, condividerle, è un passo utile. Quanto meno, voglio avere l’illusione che sia così.