La fatica

Spesso faccio un sogno. Devo fare una cosa semplice, come fare una valigia e andare all’aeroporto, oppure fare un pezzo di strada per andare in qualche luogo. Nel sogno, qualunque cosa cerchi di fare mi diventa impossibile: c’è un intralcio di qualche tipo che mi richiede di risolvere un problema. Per esempio, perdo il passaporto e devo andare a rifarlo. Ma mentre cerco di fare questa nuova cosa, mi nasce un nuovo problema che devo risolvere. E come se ci fosse qualcuno o qualcosa che si inventa ostacoli e nuovi problemi per non farmi arrivare alla meta. E mi sveglio spesso con i muscoli tirati e molto agitato, stanchissimo, come se avessi cercato di spostare un macigno inamovibile.

Una volta, una mia cara amica e collega che si è laureata in psicologia mi ha detto che in realtà quel mio sogno rappresenta la volontà del mio io di non voler fare quelle cose: nel mio inconscio io non volevo partire e non volevo andare in quel luogo e per questo nel sogno “mi complicavo la vita”.

Io ho un’interpretazione diversa, magari assolutamente sballata. Ho la sensazione che nel sogno scarico la fatica e lo frustrazione di chi vuole di più e non riesce ad averlo. È come se rivivessi nel sogno la fatica che si fa tutti i giorni per ottenere ciò che si desidera o ama. È una continua rincorsa dove ti sembra di aver quasi raggiunto la meta e te la vedi sfuggire all’ultimo momento, qualche istante prima che tu riesca ad afferrarla. È come se un demiurgo beffardo te la allontani proprio quando la vedi più vicina.

A volte, preferisco non sognare.

Questa non è un’età visionaria

Da Sabato di Ian McEwan.

Come doveva essere riposante una volta, in tempi remoti, essere facoltosi e credere che una onnisciente forza sovrannaturale avesse assegnato a ciascuno la rispettiva stazione di vita. Senza neppure comprendere come tale credenza fosse strumentale al proprio benessere - una forma di anosognosia, un opportuno termine psichiatrico per definire l’assenza di consapevolezza riguardo alla propria condizione. E adesso che invece crediamo di capire, come stanno le cose? Dopo i rovinosi esperimenti del secolo appena trascorso, dopo tante atrocità, dopo così tante morti, si è consolidato un vergognoso agnosticismo su queste faccende che riguardano la giustizia e la ridistribuzione delle ricchezze. Niente più grandi ideali. Il mondo dovrà migliorare, ammesso che sia possibile, a piccolissimi passi. La gente perlopiù assume posizioni fatalistiche: il fatto che a qualcuno tocchi sppazzare le strade per guadagnarsi da vivere appare come un semplice caso di malasorte. Questa non è un’età visionaria. Le strade devono essere tenute pulite. Che gli sfortunati facciano regolare richiesta, dunque.

Scala ridotta … volare basso?

Ho iniziato Sabato di Ian McEwan. Racconta le vicende di un neurochirurgo nella Londra post 11 Settembre. Nelle prime pagine l’autore descrive il dibattito tra il protagonista e il figlio 18enne Theo. Nel descriverlo, l’autore usa queste parole:

Una domenica sera, di recente, Theo se ne è uscito con il seguente aforisma: più allarghi il campo, più merda vedi. E a chi lo invitava a spiegarsi, ha risposto: «Quando ci ostiniamo a occuparci dei massimi sistemi, della situazione politica, del surriscaldamento dell’atmosfera, della pvoertà nel mondo, sembra tutto tremendo, senza possibilità di recupero, senza la minima prospettiva. Se invece ridimensiono il pensiero, avvicino lo sguardo - concentrandomi, che so, sulla ragazza appena conosciuta, oppure la canzone che vogliamo fare con Chas, o la giornata di snowboard il mese prossimo -, diventa tutto bellissimo. Perciò d’ora in poi il mio motto sarà: solo pensieri su scala ridotta».

È questo ciò che ci rimane? “pensieri su scala ridotta?”

Mi pare il rischio terribile che corriamo, vittime di populismo, impotenza, scarsa credibilità e fiducia. Non voglio pensare su scala ridotta. Finché riesco, almeno.

Ho letto un paio di libri nei giorni scorsi. Mi hanno piuttosto deluso. Uno è l’ultimo di Guccini. Francamente non mi dice nulla. Sarà che sono sempre alla ricerca di un qualche significato e messaggio, ma mi è sembrata una raccolta di piccoli racconti un po’ fini a se stessi.

L’altro è l’ultimo di Sebastiano Vassalli. Ha degli spunti interessanti ma è un po’ freddo e anche poco strutturato.

Spero nelle prossime letture.

Persone vuote

Sto leggendo Kafka sulla spiaggia, di Murakami Haruki. In generale, non ne sono particolarmente entusiasta, ma proprio ora ho letto un brano che mi piace molto. È un dialogo tra una persona (Oshima), dipendente di una biblioteca, che era appena stata trattata piuttosto male da due ispettori amministrativi e il giovane Kafka, protagonista della storia.

Che cosa significhi essere discriminato, e quanto profondamente si resti feriti, sono cose che solo chi le ha subite può capire. Ogni dolore è unico, e anche le cicatrici hanno una forma diversa per ciascuno. Perciò nel combattere la discriminazione e l’ingiustizia, credo di non essere secondo a nessuno. Ma se c’è una cosa che mi indigna ancora di più, sono le persone prive di immaginazione. Quelle che T.S. Eliot chiamava «gli uomini vuoti». Persone insensibili che coprono questa loro mancanza di immaginazione, questo loro vuoto, con un ammasso di segatura, e senza rendersene minimamente conto se ne vanno in giro per il mondo a tentare di imporre a tutti i costi questa loro ottusità agli altri, mettendo in fila parole vuote e senza senso. Insomma, per farla breve, persone come quelle due che abbiamo appena visto.

Fa un sospiro, e si rigira la lunga matita tra le dita.

- A me non importa se una persona à gay, lesbica, etero, femminista, se è un porco fascista, o un comunista o un Hare Krishna. Non mi importa assolutamente nulla sapere che bandiera sventola. Quelle che non sopporto sono le persone vuote. Quando sono di fronte a persone così, perdo ogni controllo. e finisco anche col dire cose che non vorrei.

[…]

- Gente priva di immaginazione, intollerante, senza orizzonti. Gente che vive una realtà fatta di convinzioni tutte sue, slogan vuoti, ideali orecchiati qua e là, sistemi rigidi. Sono queste le persone che a me fanno davvero paura. Le temo e le disprezzo. Naturalmente, anche capire ciò che è giusto e sbagliato è importante. Ma nella maggior parte dei casi, ognuno col tempo può correggere i propri errori di valutazione. Se si ha il coraggio di riconoscere i propri errori, il più delle volte è possibile rimediare. Ma la ristrettezza di vedute, la rigidità di chi è privo di immaginazione ha una natura simile a quella dei parassiti. Si trasferiscono da un organismo all’altro, mutano di forma e continuano a vivere e a proliferare. Sono casi senza speranza. Ma almeno qui vorrei che non mettessero piede.

Con la punta della matita Oshima indica gli scaffali intorno a noi, però è chiaro che si riferisce a tutta la biblioteca.

- No proprio non riesco a liquidare gente come questa con una risata.

Se non ora, quando?

In aereo ho finito il libro di Stella e Rizzo, La deriva. L’ultimo capitolo critica il mancato taglio ai costi della politica. E conclude con una paragrafo che chiude il libro e che mi pare piuttosto significativo e di valore più generale.

Allora ti chiedi: se non ora, quando? Cosa deve accadere, perché il mondo della politica dia una sterzata vera? Devono esplodere il Vesuvio, rinsecchirsi il Po, allagarsi Venezia, crollare la Borsa, chiudere gli Uffizi, morire il Festival di Sanremo, andare in bancarotta la Ferrari?

Almeno una porcheria, i cittadini italiani si aspettavano che fosse spazzata via. Almeno quella. E cioè l’abissale differenza di trattamento riservata a chi regala soldi a un partito piuttosto che a un’organizzazione benefica senza fini di lucro. È mai possibile che una regalia al Popolo delle Libertà o al Partito Democratico, a Enrico Boselli o a Francesco Storace abbia diritto a sconti fiscali fino a 51 volte (cinquantuno!) più alti di una donazione ai bambini leucemici o alle vittime delle carestie africane? Bene, quella leggina infame, che avrebbe dovuto indignare Romano Prodi e Silvio Berlusconi e avrebbe potuto essere cambiata con un tratto di penna, è ancora là. A dispetto delle denunce, dell’indignazione popolare, delle promesse e perfino di una proposta di legge, firmata a destra da Gianni Alemanno e a sinistra da Antonio Di Pietro. Proposta depositata in un cassetto della Camera e lasciata lì ad ammuffire.

Ma se non ora, quando?

50 + ?

Quest’anno compio cinquant’anni. Mi sembrano un’enormità. Mi trovo spesso a vivere con l’ingenuità, l’esagerazione, l’istintività del ragazzo. La qual cosa in certi casi mi fa piacere perché mi fa sentire vivo e vitale. In altri casi, mi pare di ritrovarmi immaturo e ancora alla ricerca di un equilibrio che invece dovrei già avere e dimostrare da tempo.

Forse è la crisi della maturità, quando ci si scopre a fare i primi bilanci, vedendo scorrere gli anni, sperando di fare ancora tante cose, ma iniziando già a pensare al fatto che comunque vada, il più è alle spalle.

E’ un po’ di tempo che mi ritrovo in modo più o meno consapevole a fare queste considerazioni. Ora sono in treno tornando da Venezia. Sono un po’ stanco per i diversi viaggi e forse questo incide. Sto leggendo l’ultimo libro di Scalfari, L’uomo che non credeva in Dio. E’ un mix di ricordi, considerazioni di carattere filosofico, storie personali, esperienze professionali. Leggendolo (sono a metà) e vedendo le considerazioni che Scalfari fa sulla sua vita, mi sono ritrovato ancora una volta a pensare a me stesso.

Cosa ho fatto o sto facendo della mia vita? Ho fatto tante cose, forse troppe. O forse così mi illudo.  Le ho fatte bene? Potevo farle meglio? A volte penso che sono corso dietro a tante idee, desideri, impegni, facendone al meglio molte, ma senza eccellere in nessuna. Mi accorgo che questo è il rischio che in questa nostra società si corre. Viviamo il tempo della libertà, della spontaneità, dell’autonomia e ci sentiamo spinti e motivati a provare tante strade, a vivere una molteplicità di esperienze. Tutto ciò ci arricchisce, ci espone a tante idee, stimoli, contributi. Ma ci fa anche correre il rischio di disperderci in tanti rivoli, senza mai riuscire ad arrivare fino in fondo a nulla. Sono, o forse posso dire siamo persone incompiute, fatte a metà? Ho la sensazione che c’è una carenza di disciplina (nel senso educativo del termine, non in quello militaresco) che ci imponga di marciare in modo convinto verso una metà precisa. Soprattutto ci manca, o almeno credo mi siano spesso mancate, la pazienza e la costanza per portare a compimento fino in fondo, fino alla vera eccellenza, le cose che ho provato a fare.

Forse sono veramente i pensieri di uno che sta invecchiando. Ma ripenso anche al libro di Pausch che ho letto e che ho citato su questo blog qualche giorno fa. Mi viene da pensare ai miei figli che adoro e ai giovani che incontro. Vorrei dir loro che anche in un mondo così frenetico e dispersivo, che ci espone a tanti stimoli e sollecitazioni, è sempre più necessario avere la saggezza di fermarsi, riflettere, scegliere e discernere quali sono i reali obiettivi e snodi importanti della vita. Magari, avendo la capacità e la volontà di scartare tanto rumore di fondo e investire in profondità su poche cose che veramente definiscono e qualificano ciò che ciascuno di noi è nel suo essere più profondo.

Da cristiano, forse potrei dire che le frasi sconnesse che ho scritto potrebbero più semplicemente essere sintetizzate leggendo la parabola dei talenti e che tutto sommato sto riscoprendo l’acqua calda. Ma in questi giorni, queste considerazioni le vivo non tanto come una riflessione religiosa o culturale: me le sento nelle viscere e nello stomaco. Ho usato bene i miei talenti, piccoli o grandi che fossero? E che posso fare per il tempo che ho davanti a me per far si che possano fruttare "secondo quanto abbiamo ricevuto"? E che posso fare per essere in un qualche modo di aiuto ai giovani che incontro perchè valorizzino al meglio ciò che hanno da offrire?

Forse scrivere queste cose, condividerle, è un passo utile. Quanto meno, voglio avere l’illusione che sia così.

Uno stronzo recuperabile

Da L’ultima lezione di Randy Pausch. Mi ha fatto pensare moltissimo.

E’ opinione comune e accettata che il primo obiettivo di un insegnante sia insegnare agli studenti il metodo di studio.

Ho sempre accettato questa idea, davvero. Ma nella mia testa, l’obiettivo principale è sempre stato un altro, a mio avviso, migliore: voglio educarli sulla necessità di saper giudicare se stessi.

Hanno coscienza delle loro potenzialità? Sanno riconoscere i loro punti deboli? Sono realistici riguardo alla percezione che gli altri hanno di loro?

Alla fin fine, gli insegnanti sono più utili quando aiutano gli studenti a diventare più autoriflessivi. L’unico strumento che ognuno di noi ha per migliorare […] è sviluppare la capacità di sapersi valutare obiettivamente. Se non lo sappiamo fare con attenzione, come possiamo capire se stiamo migliorando o peggiorando?

[…]

Durante un corso, ho fatto valutare […] tutti i miei studenti […] (mia nota perché ho tagliato un pezzo precedente molto lungo: valutati dagli altri studenti nel lavoro di gruppo). Ricordo una discussione con uno studente che i colleghi trovavano alquanto antipatico. Era intelligente, ma a causa della sua eccessiva autostima non si accorgeva di come lo consideravano gli altri. Quando ha visto i dati che lo ritraevano nell’ultimo quartile è rimasto impassibile.

Aveva pensato che se era posizionato nell’ultimo 25 per cento, si doveva trovare comunque al livello più alto (anzichè, per esempio, nell’ultimo 5 per cento). Nella sua testa si convinse di essere a ridosso del quartile successivo. Così si vedeva "non lontano dal 50 per cento", il che significava che per i compagni lui andava bene.

"Sono davvero contento che abbiamo fatto questa chiacchierata" gli ho detto "perché penso sia importante che ti dia altre informazioni più specifiche. Non sei solo nell’ultimo 25 per cento. Su cinquanta studenti in aula, i tuoi compagni ti hanno classificato all’ultimo posto. Sei il numero cinquanta. E’ una cosa seria. Dicono che non sai ascoltare. E’ difficile andare d’accordo con te. Non va bene così."

Lo studente era impietrito. […]

Poi però gli ho detto la verità su di me.

"Ero esattamente come te. Rifiutavo tutto. Ma ho avuto un professore che ci teneva a me e ha deciso di sbattermi in faccia la verità. Ed ecco quello che mi rende speciale: gli ho dato ascolto."

I suoi occhi si sono sgranati. "Lo ammetto" ho proseguito. "Sono uno stronzo, ma in fase di recupero. E questo mi dà l’autorità morale di dirti che anche tu sei uno stronzo, ma sei recuperabile."

Per il resto del semestre questo studente si è analizzato. E’ migliorato. Gli ho fatto un favore, proprio come Andy van Dam [nota: il professore di Pausch] lo aveva fatto a me anni prima.

Il rancore

Dal saggio Il rancore di Aldo Bonomi. Bonomi è un famoso sociologo, direttore di Aaster e consulente del CNEL.

Se la questione settentrionale rimanda in primo luogo al cambiamento strutturale delle forze produttive e della composizione sociale avvenuto nel corso degli anni novanta, che ha avuto nelle aree del Nord il suo epicentro, appare per certi versi paradossale che la sinistra non abbia saputo coglierne la specificità e quindi attrezzarsi per interpretarne politicamente la domanda.

Ebbene, io credo che uno dei motivi di questa rimozione del reale da parte della sinistra risieda nell’avere concentrato lo sguardo in alto, nel cielo della politica, ignorando ciò che nel frattempo accadeva in basso, sul territorio. Inoltre, quando la sinistra ha cominciato a occuparsene, ha trasformato la questione settentrionale in una pura questione politica, specie quando ciò che stava avvenendo al Nord veniva quotato al mercato della politica dal leghismo e dal berlusconismo. In questo modo, la sinistra ne ha fatto una pura questione di scontro politico-ideologico, attestandosi su una linea di conservazione, innanzi tutto della forma stato, messa in discussione in maniera tumultuosa e disordinata dal leghismo e dal berlusconismo, quindi, fatto ancora più grave, attaccandosi a una “dimensione di classe” ormai sopravanzata da quelle dell’individuo e della comunità.

Il vero simbolo del berlusconismo non sta quindi nelle televisioni, ma nel capannone e nella villetta con i nanetti nel giardino. Ecco l’anima profonda del berlusconismo. Non averlo capito significa aver anche ignorato le radici profonde del fenomeno nell’attuale composizione sociale del sistema paese. Pensare di poter semplicemente liquidare il problema Berlusconi risolvendo il problema del conflitto di interessi, senza combatterlo sul terreno della composizione sociale e della comprensione dei cambiamenti sociali, significa non aver capito nulla; così come sperare di eliminare Berlusconi grazie all’azione dei magistrati. Tutti questi attacchi, che in realtà manifestano la mancanza di una visione politico-sociale adeguata, testimoniano che gran parte degli aversari di berlusconi non ha capito nulla di questa fenomenologia. Piaccia o meno, Berlusconi sta dentro l’anima di questo paese, non solo dentro la sua sovrastruttura.

È facile rendersi conto, quindi, come le fenomenologie oggetto del nostro discorso si fondino su un meccanismo identitario chiuso - gli spaesati che ritrovano l’identità in un dato sistema. Oltre agli spaesati, Berlusconi e Bossi hanno preso per mano gli stressati - non possiamo negarlo. In questi anni il cambiamento è stato a tal punto epocale che solo chi ha saputo servirsi del massimo di innovazione possibile, in ogni settore economico, ha continuato a lavorare e esistere. Gli altri si sono trovati espulsi dal ciclo. Non basta più. oggi, con i processi di globalizzazione, competere in base a logiche di autosfruttamento. C’è sempre qualche cinese che produce di più. Il problema, quindi, non si può risolvere facendo lavorare nelle proprie aziende la famiglia e i figli. Oggi bisogna assolutamente incorporare nelle imprese il sapere e le competenze. Tutto ciò porta stress. Qui, in prima battuta, è intervenuto Bossi, il quale, per sollevare gli stressati, ha fatto credere a tutti che il problema non fosse dato dalla mancanza di innovazione ma dalla presenza di “Roma ladrona”. “Non pagate più le tasse e avrete risolto il problema,” lasciava intendere. Follia pura. Il problema in realtà consisteva e consiste nell’innovare sia i processi sia i prodotti.

Il successo di Bossi e Berlusconi trae anche alimento dal fatto che i loro avversari non hanno saputo rispondere se non ribadendo l’utilità e il dovere di pagare le tasse. Forse invece, bisognava prendere atto della nuova composizione sociale e favorire le innovazioni dei processi produttivi, nonché rimettere in moto il sistema economico del paese attraverso seri investimenti su strutture e servizi alla imprese e ai cittadini.

La paura e la speranza

Ho letto il libro di Tremonti, La paura e la speranza. Mi ha lasciato piuttosto interdetto, ma non per i motivi che si potrebbero immaginare e cioè una distanza di opinioni marcata e una non condivisione delle sue proposte.

In realtà, il libro di Tremonti nella parte di analisi contiene diversi spunti interessanti. C’è una critica del mercato e della globalizzazione selvaggia che condivido. Non ha toni banali. Coglie una serie di problemi veri. Ho trovato diversi spunti in comune con La globalizzazione e i suoi oppositori di Stiglitz. Trovo condivisibili anche alcune proposte che fa. Chiede un nuovo ruolo per lo stato come strumento di controllo del mercato, per esempio. E soprattutto un ruolo di governo della politica. Cose che condivido.

Quello che mi lascia veramente sconcertato è il tono complessivo e alcuni passaggi peraltro non secondari.

Tremonti fa derivare tutti i problemi che viviamo dalle colpe della cultura e delle politiche della “sinistra”. Arriva addirittura a dire che la globalizzazione risulta dal matrimonio perverso di consumismo e comunismo. Qualunque cosa non funzioni è colpa della sinistra.

Ora, alcune delle sue critiche sono giuste e risuonano con alcune delle critiche che io stesso come tanti altri facciamo alla sinistra. Ma nel caso di Tremonti, la critica è così radicale da apparire quasi paradossale. E soprattutto non c’è una analisi delle colpe del capitalismo e della struttura politico-sociale diciamo “di destra”. Non solo non mi pare faccia nessuna analisi o tentativo di critica: proprio non la cita mai. Tutte le colpe sono del mercato selvaggio e della sinistra. Come se fosse così ovvio mettere insieme le due cose, ignorando gli altri interlocutori.

Tremonti è una persona molto intelligente. Per certi versi è molto sottovalutato e irriso, specie da certa sinistra un po’ becera e superficiale. Ma in molti passaggi di questo libro mi pare come ossessionato dalla critica “alla sinistra” quasi come se fosse lo stereotipo e l’unica causa di ogni male.

Peccato. Secondo me ha perso un’occasione per dare un contributo veramente utile, anche se, ripeto, ci sono diversi spunti che non sono affatto banali o da irridere. Anche la questione del protezionismo è presentata e interpretata in modo molto meno superficiale di quanto viene spesso presentato sugli organi di stampa.

Ripeto, una mezza occasione mancata.