Téchne

L’amico Lele Dainesi è qui sul treno per Venezia di fianco a me e mi legge questo bel passaggio de Lo Zen e l’arte della manutenzione delle motocicletta, di Robert M. Pirsig. L’avevo letto tanti anni fa, ma non me lo ricordavo proprio.

In realtà la radice della parola tecnologia, téchne, in origine significava proprio arte. Gli antichi greci non distinguevano concettualmente l’arte dalla manifattura, e quindi non crearono mai due parole diverse per definirle.

Il revisionista

Ho praticamente finito (mi mancano poche pagine) il recente libro di Pansa, Il Revisionista. Mi è piaciuto moltissimo perché mi ha fatto pensare e riflettere su questioni che conoscevo poco e, purtroppo, troppo spesso in modo superficiale. Credo dovremmo tutti riflettere molto su questi temi, senza negare i valori che stanno alla base della nostra costituzione, ma avendo il coraggio di ricostruire in modo completo la storia del nostro paese.


L’accelerazione del tempo

Siamo già a giugno. Fra poco un nuovo compleanno, un altro anno è passato.

Sto vivendo l’esperienza di tanti, credo. Quando si andava al liceo, a 15-16 anni, un anno non passava mai. Il passaggio da una classe all’altra era una specie di evento epocale. Il tempo scorreva lentissimo. C’era l’ansia di “diventare grandi”, autonomi. C’era l’impazienza di arrivare a quei 18 anni che permettevano la patente, l’accesso all’università, la maggiore età, il voto. Questa attesa era lentissima, almeno per me. Il tempo non passava mai.

Oggi il tempo avanza in modo tumultuoso. Una settimana fa ero a Cincinnati. Mi pare di essere ancora lì. E siamo a Giugno, a ridosso delle vacanze, mezzo anno di lavoro se ne è andato. Eppure mi pare di averlo appena cominciato questo 2009.

2009 … Stiamo già per voltare la prima decade degli anni 2000. L’undici settembre è passato già da otto anni, due mandati di Bush. Eppure me lo ricordo ancora come se fosse oggi. Il brusco risveglio in California, gli sguardi sgomenti degli amici che mi ospitavano, il silenzio del cielo senza gli aerei in decollo da John Wayne Airport, le facce tra lo stralunato e il disinteressato degli studenti a cui facevo l’esame quella mattina a UCI.

È poi il 2003. Divento AD del CEFRIEL. Sono già passati sei anni …

Che ho fatto di questi anni? E che farò dei prossimi. Se avrò salute, questa è la decade (tra i 50-60) dove dovrei cercare di portare a maturità i sogni e le ambizioni di una vita. Per certi versi sono già vecchio. Per altri, rispetto alla generazione che ci guida, ancora giovane.

Maledetto tempo. Scorri via sempre al contrario di quello che vorremmo. Nell’adolescenza, ci lasci per troppo tempo “piccoli”, ancora impossibilitati a volare. E quando siamo pronti per farlo, corri via lasciandoci troppo spesso con l’angoscia di “restare senza tempo”, di non riuscire a godere di questa tutto sommato meravigliosa vita, di raggiungere i nostri sogni, la felicità e la serenità che a volte sembrano così lontani.


Perdere il tempo

Forse saranno la mia cultura e la mia formazione cattoliche, ma quando leggo qualcosa cerco sempre una morale, un senso, qualcosa che “mi rimanga in mano” quando chiudo il libro e lo ripongo nella scrivania.

E invece ultimamente mi capita spesso di arrivare in fondo al libro e dire “ok, e quindi?” Prosa che non va da nessuna parte. Storie che si cibano di forma, ma non hanno alcuna sostanza.

L’ultimo esempio è Il viaggio dell’elefante di Saramago. Ho letto trenta pagine e poi proprio non sono più riuscito ad andare avanti e l’ho mollato.

Vuoto, completamente vuoto. Neanche un passatempo, solo un perditempo. Come se il problema non fosse quello di investire del tempo per ritemprarsi, pensare o pensare a cose alle quali non si pensa mai. No, sembrano libri pensati proprio per “perdere tempo”, per far passare ore che non si sa come impiegare.

Non mi piacciono. Piuttosto dormo.


Negoziare per paura

In questi giorni, per motivi diversi, mi torna sempre in mente questa frase di JFK che credo valga per la politica, per il lavoro e per molti aspetti della nostra vita sociale.

Let us never negotiate out of fear. But let us never fear to negotiate.

link: John F. Kennedy – Wikiquote


Cosa vorresti diventare?

Da Il professore di desiderio, di Philip Roth:

“Lei allora era giovane. Cosa avrebbe voluto diventare?”

“Un essere umano” – risponde – una persona capace di conoscere e comprendere la vita, e ciò che è reale, senza crogiolarsi nelle menzogne. È sempre stata questa la mia ambizione, fin da bambino.”

A compensare il dolore …

Da Il professore di desiderio, di Philip Roth.

«Nasciamo innocenti, [...], patiamo atroci disillusioni prima di accedere alla saggezza, viviamo nella paura della morte… e a compensare il dolore non abbiamo che frammenti di felicità».

La Chiesa del No

Da credente, suggerisco la lettura del saggio La chiesa del No, di Marco Politi.

Riporto solo una frase dall’introduzione.

Gli italiani chiedono testimonianza, non comandi dal pulpito.

The dark side

Stavo pensando questa mattina a come si valutano le persone, nella politica, nella vita sociale, nei rapporti di amicizia. Pensavo a quanto siamo bravi a ricercare il male, i difetti, a smontare i miti. Siamo “ravanatori del lato oscuro”.

Ripensavo a quanto è successo per esempio a Soru. Premetto, non voglio fare un discorso politico, ma di costume. Prima sembrava che Soru fosse una sorta di dio, il messia che doveva battere Berlusconi. E cosa si è fatto per combatterlo? La ricerca più minuziosa di difetti, crepe nella sua immagine. Tutto ciò che potesse dimostrare che non era lui il perfetto, il dio, il messia, il prescelto. Come se a cercare difetti, in essere imperfetti come noi siamo, alla fine non se ne trovino sempre e comunque! E adesso dov’è Soru? Dimenticato, anzi, un tizio che adesso deve rispondere di tutte le malefatte o le delusioni che ha procurato.

Per carità, è il trattamento riservato a tutti i politici, Berlusconi in testa. Ma lascia pensare che coloro che si scagliano contro queste pratiche quando sono da esse toccate, sono anche i primi a ribaltare lo stesso trattamento verso l’avversario di turno. Ovvio che in questo c’è l’aspetto strumentale “politico”, ma non è forse vero che questo stile sta pervadendo un po’ tutti i campi della vita sociale? Oppure è sempre stato così?

A che serve cercare la perfezione se si sa già che non esiste? Certo, ci sono i santi, per chi crede. Ma quanti sono?

Alla fine è tutta una rincorsa “all’apparire” perfetti, anche nel look, quando si sa che così non è. È il campo di battaglia dei Corona di turno, che con qualche scatto malizioso ti mettono in croce e “distruggono l’immagine”.

Ha senso allora questa corsa continua a cercare “qualcosa di sporco” in tutto e tutti? È ovvio che a cercare lo si trova. Voglio forse dire che allora morale, etica, correttezza non contano o non devono essere considerate? Ovviamente no. Esiste quella cosa che si chiama equilibrio di giudizio e quell’altra che si chiama buon senso.

Forse è proprio questo che in questi tempi ci manca: la capacità di giudicare con saggezza, la tolleranza nel riconoscerci imperfetti, l’equilibrio per discernere l’inaccettabile dall’umano e dal fallace. L’intelligenza di saper navigare anche il lato oscuro cercando però un po’ di luce e non solo lasciandoci precipitare in modo cieco e insensato nel buio.

Lead change

Sto leggendo un bell’articolo del CEO di Procter&Gamble, A.G. Lafley. L’articolo si intitola “What only the CEO can do” ed è stato appena pubblicato sull’ultimo numero di Harvard Business Review. L’articolo contiene una citazione di Peter Drucker che mi piace molto e che mi ha fatto riflettere:

One cannot manage change. One can only be ahead of it … In a period of upheavals, such as the one we are living in, change is the norm. To be sure, it is painful and risky, and above all it requires a great deal of very hard work. But unless it is seen as the task of the organization to lead change, the organization … will not survive.