“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”

Mi ricorda il mio collega Matteo.

“Non possiamo  pretendere che  le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione  per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla  notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi  supera sé stesso senza essere ‘superato’.

Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’ inconveniente delle   persone e delle nazioni  è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.

Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che  è la tragedia di non voler lottare  per superarla.”

Albert Einstein

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Quale vita viviamo?

Il danno più grande che possiamo fare a noi stessi è ingannarci, raccontarci una realtà artefatta che ci faccia stare bene, ci tolga l’ansia, ci rassicuri. Forse è la sindrome di Matrix, il film, dove le persone vivono una vita finta, ma senza preoccupazioni. 
 
A me pare che non è anestetizzando i problemi che riusciamo a vivere meglio. Magari così troviamo un po’ di pace per qualche ora o anche per un tempo più lungo. Oppure riusciamo a vivere in modo “decente”.
 
Ma è questo il nostro destino? Vivere una vita finta o mutilata?

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Perchè si fanno le cose

Ieri sera, riflettendo su alcuni fatti ai quali assisto o nei quali mi trovo coinvolto, ripensavo alle motivazioni che guidano le persone nel mondo del lavoro.

Ci sono quelli che fanno le cose per proprio interesse personale. Lo vedi, si capisce subito, anche quando ti sparacchiano discorsi sul bene comune o “l’interesse dell’impresa”. Vedi che fingono. Magari non subito, ma dopo un po’ il bluff viene scoperto.

Ci sono quelli ai quali l’unica cosa che interessa è evitare i rischi, gestire il potere o la propria posizione. Per questi, meno si fa e meglio è: si evitano così “rischi inutili” e ci si “espone meno”.

Ci sono quelli che vogliono essere sempre più furbi degli altri, stanno attenti agli equilibri di potere, cercano sempre di “vendertela giusta”. Per un po’ magari ci riescono, ma prima a poi il gioco diventa palese.

Ci sono le brave persone, oneste, che fanno correttamente il loro lavoro.

Ci sono gli entusiasti, che buttano il cuore oltre l’ostacolo.

Soprattutto, ci sono gli “ingenui”, quelli che dicono quello che pensano e fanno quello che dicono. In generale, sono considerati dei perdenti. Io continuo a pensare, voglio pensare, che, senza diventare degli sprovveduti, la franchezza, la trasparenza, un po’ di ingenuità e tanto entusiasmo siano le cose che servono senza le quali non abbiamo futuro.

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Solitude and Leadership

Da leggere.

The American Scholar: Solitude and Leadership – William Deresiewicz: “My title must seem like a contradiction. What can solitude have to do with leadership? Solitude means being alone, and leadership necessitates the presence of others—the people you’re leading. When we think about leadership in American history we are likely to think of Washington, at the head of an army, or Lincoln, at the head of a nation, or King, at the head of a movement—people with multitudes behind them, looking to them for direction. And when we think of solitude, we are apt to think of Thoreau, a man alone in the woods, keeping a journal and communing with nature in silence.

Leadership is what you are here to learn—the qualities of character and mind that will make you fit to command a platoon, and beyond that, perhaps, a company, a battalion, or, if you leave the military, a corporation, a foundation, a department of government. Solitude is what you have the least of here, especially as plebes. You don’t even have privacy, the opportunity simply to be physically alone, never mind solitude, the ability to be alone with your thoughts. And yet I submit to you that solitude is one of the most important necessities of true leadership. This lecture will be an attempt to explain why.”

 

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Il vero talento

Il tema della gestione dei talenti è estremamente importante: è soltanto grazie ai talenti che una impresa o una organizzazione, qualunque sia la sua missione o natura, può sperare di fornire risultati di qualità. Come fare quindi ad attrarre e gestire i talenti? E soprattutto, da cosa si riconoscono i talenti? Cosa contraddistingue la persona di talento?

L’amico Gigi Tagliapietra tempo fa creò una splendida presentazione su questo tema usando come filo conduttore la vita dei Beatles. Io vorrei, in modo forse più prosaico e banale, provare a riassumere alcune cose che ho imparato e nelle quali credo.

  • Un talento non è semplicemente una persona geniale o una persona di grandi visioni.
  • Un talento sa scegliere e focalizzarsi su ciò che è veramente importante, e non certo sui dettagli o sugli aspetti di pura immagine.
  • Un talento lo si riconosce dal fatto che sa di non sapere. Un talento cerca sempre di imparare cose nuove e non ha paura di dire “sono ignorante, ho bisogno di studiare e fare esperienza”.
  • I talenti sono spesso molto orgogliosi e ambiziosi. È giusto che sia così. Ma di solito i veri talenti esprimono questa ambizione non attraverso una sterile affermazione di sé, ma facendo vedere l’effetto positivo che il loro lavoro ha sugli altri e sull’impresa. Il vero talento è generoso e poco egocentrico. Vale l’espressione inglese secondo la quale il talento è colui che “makes things happen”.
  • Il vero talento non è invidioso, non gode delle difficoltà degli altri, non cerca di mettere in difficoltà gli altri, cerca di aiutare gli altri a emergere, non cerca di affondarli, non ha paura di essere circondato da persone brave, anzi le cerca e fa di tutto per valorizzarle.
  • La vera persona di talento è come una malattia contagiosa: deve cercare di trasmettere la sua voglia e il suo entusiasmo a tutti. Vive l’incapacità degli altri come una sconfitta. Non gode dei loro limiti, ma li vive come una sfida che deve affrontare e aiutare a risolvere.

Voi cosa aggiungereste?

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Dove comincia l’ipocrisia?

Ultimamente mi accorgo di essere diventato intollerante. Se vedo una cosa o un atteggiamento che non condivido non riesco a stare zitto, e spesso questo diventa motivo di conflitto.

Dico sempre che bisogna essere franchi e schietti, ma a volte mi pare di esagerare e che la franchezza corra il rischio di diventare intolleranza o mancanza di rispetto dell’altro.

Certo non è facile capire dove finisce il rispetto dell’altro e dove comincia l’ipocrisia.

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Innamorarsi

Stasera sto rivedendo dopo quasi trent’anni Innamorarsi, uno splendido, commovente film con due straordinarie interpretazioni di Meryl Streep e Robert De Niro.

È un film che mi piacque tantissimo e mi commosse. E a rivederlo oggi provo la stessa emozione. Una recitazione fantastica, una storia coinvolgente, l’indimenticabile musica di David Grusin (Mountain Dance).

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Un po’ tragedia, un po’ commedia

Qualche tempo fa ho visto uno dei film meno noti di Woody Allen, Melinda & Melinda, protagonista una splendida Radha Mitchell.

Radha

L’idea di fondo è che sia possibile leggere la vita sia come tragedia che come commedia. Per illustrare questa idea, Allen sviluppa la stessa storia (con al centro Melinda-Radha) in due modi diversi: una versione è comica, l’altra tragica. Alla fine, nessuna delle due storie è del tutto realistica e nessuna delle due inverosimile.

Forse questo è il senso della vita: un po’ tragedia, un po’ commedia. E noi in mezzo a cercare di trovare un po’ di equilibrio e di serenità.

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“Bisogna avere un po’ di fiducia nella gente”

Subito dopo aver scritto il precedente post, mi è venuto in mente lo splendido finale di Manhattan, con la dolcissima Mariel Hemingway che parla della fiducia nella gente al cinico Woody Allen.

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Ai limiti della sprovvedutezza

A volte, riflettendo sulle discussioni alle quali mi capita di partecipare, mi accorgo che stiamo diventando sempre più esasperati e arrabbiati. Non tanto e non solo “indignados”: siamo proprio arrabbiati. È come se le frustrazioni, il senso di ingiustizia, l’indignazione verso i “furbi” ormai abbiano raggiunto livelli che non sono più dominabili semplicemente con il confronto, la critica o il dissenso. Siamo incazzati neri e le nostre soglie di tolleranza sono ormai nulle: appena vediamo qualcosa che ci ferisce reagiamo sparando a zero, in modo indifferenziato contro ciò che in un modo o nell’altro percepiamo essere il luogo o la causa dell’ingiustizia o del malaffare.

Dalla rabbia alla fine cosa emerge? Qualunquismo, totale sfiducia, cinismo e superficialità, che contribuiscono a rendere il clima ancora più “torrido”. Procediamo solo per categorie e banalizzazioni: gli statali, gli autonomi, i lavoratori dipendenti, gli italiani, gli immigrati, … Le colpe sono collettive, sono della categoria alla quale non apparteniamo. Molte delle nostre discussioni sono “noi contro loro”, la ricerca di una identità collettiva che ci definisca e tuteli contro chi “ci minaccia e ci sta fregando”. E tutto è esasperato dalla crisi e dalle difficoltà economiche: più la vita risulta difficile e più ovviamente questi sentimenti si rafforzano e moltiplicano.

Abbiamo bisogno di recuperare la fiducia nelle persone. Dobbiamo tutti fare in modo che gli altri si possano fidare di noi. Non so come fare, visto che il sospetto e il rancore sono ormai padroni di tanti nostri pensieri.

Non credo nei Savonarola senza peccato. Tutti ne abbiamo, tutti siamo fallibili. Forse c’è bisogno di un’enorme mole di sincerità e trasparenza, ai limiti della sprovvedutezza e dell’autolesionismo. Dobbiamo mostrare ciò che siamo, cose belle e cose brutte, pregi e difetti, debolezze e virtù. Dobbiamo spegnere sul nascere il sospetto, la contrapposizione, la paura che in realtà ci rende aggressivi e intolleranti.

Sarò un ingenuo, ma forse è l’unica strada per rompere la corazza di diffidenza e rabbia che ci sta soffocando.

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