Cosa c’è di peggio …

… del silenzio e dell’indifferenza?

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L’invidia

Ieri sera, a cena qui a Cagliari, mi hanno raccontato una storiella.

Dio si rivolse ad una persona e gli disse: “Dimmi cosa vuoi, e io te la darò. Ma sappi che quello che mi chiederai lo farò due volte per il tuo vicino.”

E la persona rispose: “Cavami un occhio”.

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40 è sempre 40?

Oggi pensavo al fatto che ero ragazzo nel 1970. Da allora sono passati 40 anni. E gli ultimi scorrono sempre più veloci. Eppure, a pensarci, la distanza che c’è tra oggi e quei giorni è la stessa che c’era tra quei giorni e il 1930: 40 anni. E a pensarci, quei giorni erano “solo” 25 anni dopo la fine della guerra: meno del tempo che separa i nostri giorni dai mondiali di Spagna e dal goal di Tardelli.

A me pare che oggi siamo più vicini agli anni 70 di quanto allora fossimo vicini agli anni 30. Forse è un altro segno che il tempo scorre in modo diverso in base all’età e all’epoca.

Di certo, la percezione del tempo cambia in continuazione. Un altro segno che invecchio?

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Il senso del limite

Io ho un carattere sanguigno, talvolta impulsivo. Credo sia a volte un aspetto positivo, a volte no.

Credo che ci sia sempre un limite e che trovare il giusto equilibrio tra passione e riflessione sia la chiave da ricercare. Facile a dirsi, ma non a farsi.

Un cioccolatino dopo pranzo, è piacevole. Due scatole di cioccolatini ti devastano.

Tre dita di whiskey dopo cena sono secondo alcuni persino benefiche. Ma se ogni sera bevi tre bottiglie di whiskey non campi una settimana.

Se riuscissimo sempre a sapere quando è giusto fermarsi …

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“Which way I ought to go from here?”

`Would you tell me, please, which way I ought to go from here?’
`That depends a good deal on where you want to get to,’ said the Cat.
`I don’t much care where–’ said Alice.
`Then it doesn’t matter which way you go,’ said the Cat.

Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie

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Elogio della pazienza

Da Elogio della pazienza, di Marco Follini.

Parola d’ordine, innovazione. A furia di ripeterla da ogni pulpito, in ogni contrada, a ogni incrocio, la politica italiana da qualche tempo si illude di non pagare dazio per i propri ritardi, e per i ritardi del paese. Di più. Si convince che il duo dovere sita tutto nel cambiamento, e che se solo fosse capace di adempiervi velocemente vivremmo davvero nel migliore dei mondi possibili.

Prima Berlusconi, poi i suoi oppositori, e tutti gli altri intorno, hanno intonato in coro l’inno alla novità e il requiem per la tradizione (o per quel ce ne resta). Può darsi che abbiano ragione. In effetti c’è tanta polvere che ricopre le nostre istituzioni e i nostri costumi. E però ogni volta che il coro si mette a salmodiare, quello strato di polvere si fa ancora più spesso. Vorrà pur dire qualcosa.

Il credo politico collettivo che va per la maggiore afferma, o almeno sottoindende, due cose. La prima è che il nuovo vale più del vecchio. La seconda è che il passaggio dal vecchio al nuovo dev’essere il più rapido possibile. La politica è chiamata ad essere soprattutto veloce, dinamica, all’occorrenza frenetica. Di questi tempi la sua cifra è la fretta, il suo stato d’animo è l’ansia.

E invece no. La politica ha bisogno di tempo. È lenta. E la democrazia – che è fatta di tante voci, tanti interessi, tanti conflitti – è particolarmente lenta. Cammina piano, non procede a passo di carica. Riflette, non improvvisa. Elabora. Cerca di convincere, non di incalzare, tanto meno di travolgere. Il suo ritmo è quello di milioni di persone che si muovono assieme, più che quello di corridori solitari che inseguono il primato. In una parola, la politica è un ballo lento.

Dopo qualche lustro dedicato al culto della novità ci troviamo a dover riconoscere che siamo rimasti al palo. Nel seguito di Alice nel paese delle meraviglie, la regina rossa confida: «Ci vuole tutta la velocità di cui si dispone se si vuole rimanere fermi nello stesso posto». Questa singolare combinazione di frenesia e di immobilismo di fondo è il riassunto della condizione politica nella quale ci troviamo. Certo, si può pensare – come soggiunge subito dopo la regina rossa – che «se si vuole andare in qualche altra parte, di deve correre almeno due volte di più». Ma forse è arrivato invece il momento di chiederci se non sia proprio la fretta a precipitarci nello stallo in cui ci troviamo.

La nostra politica ha un rapporto curioso con il tempo. Ha rimosso il passato, rinunciando a elaborarlo. Ha drammatizzato il presente, restandone prigioniera. Ha fissato abbagliata il futuro più prossimo, senza riuscire a metterlo bene a fuoco. Ha esorcizzato il futuro più lontano. In una parola, ha perso il senso della prospettiva. Così si illude di correre, mentre gira vorticosamente intorno a se stessa ripetendo trafelata il suo mantra sulle sorti magnifiche e progressive di un rinnovamento fin troppo annunciato.

La novità è diventata ormai il luogo comune della politica. Come tutti i luoghi comuni, nasconde una noiosa forma di pigrizia. E infatti, più la celebriamo, e più la allontaniamo. Che il paese si debba scuotere dal suo torpore è fin ovvio. Ma è lecito dubitare che se ne liberi danzando freneticamente al ritmo del nuovismo che tanto va di moda. Forse il nostro ballo pubblico dovrebbe essere, appunto, più lento. E magari più appassionato.

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Noi lasciamo una macchia

Da La macchia umana, di Philip Roth.

La macchia umana (…) è così (…): noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca non richiede un segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frusta ogni spiegazione e ogni comprensione. Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. È folle. Cos’è questa brama di purificazione, se non l’aggiunta di nuove impurità?

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Solitudine

Stasera mi sono ritrovato a rimuginare su questo pensiero.

Ogni attività minimamente complessa e articolata non può avvenire se non mettendo insieme persone diverse, creando un team, facendo quello che si chiama “gioco di squadra”, accettando e armonizzando le diversità e la molteplicità di visioni e attitudini. Nella mia esperienza, è solo in questo modo che si può riuscire a fare cose significative, migliorare, contrastare situazioni complesse, andare avanti e provare a costruire un sogno.

Eppure, ci sono momenti e situazioni in cui si è necessariamente e inevitabilmente soli. Ci si trova difronte a scelte o situazioni in cui ciò che sostieni sembra non trovare persone che lo possano condividere. A me capita. Spesso me ne faccio una colpa, ritenendomi incapace di ascoltare e comunicare. Oppure inadatto ad affrontare la sfida che ho di fronte a me. Se non fosse così, perché gli altri non dovrebbero essere d’accordo con me? Perché si dovrebbe vivere questa situazione di contrasto?

Certamente, spesso sono io ad essere inadeguato. Ma ci sono anche casi in cui non è così ed è in realtà inevitabile che ci si trovi ad essere soli. Specialmente quando non si accetta l’assimilazione o il conformismo o quando non si vuole rinunciare al proprio sogno, all’obiettivo che ci si è posti. Ancor di più quando non si vogliono accettare compromessi o mediazioni al ribasso. O forse, quando accade veramente di aver visto oltre l’orizzonte, quando ti senti dentro di aver ragione e di aver visto giusto prima e meglio di altri. Succede. Fosse anche una volta nella vita. Ma può accadere.

E allora si è veramente soli. Qualche volta, spero perdonerete l’ardire, mi è capitato, mi capita. E provo a volte paura, altre sconforto, altre il dubbio. Il rischio forte è di essere orgogliosamente e ciecamente presuntuosi, elitari, snob. Ma il rischio opposto è quello di essere rinunciatari, paurosi, poco lungimiranti, incoerenti con ciò in cui si crede.

Ci sono casi nei quali DEVI essere solo. Non c’è alternativa. Per quanto disagio, paura o frustrazione ciò possa provocare. Solo, tu e le tue idee, le tue convinzioni, la tua coscienza. Giusto o sbagliato che sia.

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Donne e politica (per sorridere un po’ …)

Da Annie Hall (Io e Annie) di Woody Allen:

“I…interestingly had, uh, dated…a woman in the Eisenhower Administration…briefly…and, uh, it was ironic to me ’cause, uh … tsch … ’cause I was trying to do to her what Eisenhower has been doing to the country for the last eight years”

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“Io dissi Nero e loro mi hanno fatto dire Bianco”

“Ammiro la vostra fedeltà e devozione. Ma dovete capire, don Ciccio, che il popolo era sovreccitato per le vittorie di questo Garibaldi, e il plebiscito era il solo e urgente rimedio per l’anarchia. Credetemi. E per noi non è che il male minore. I Savoia, in fondo, una monarchia sono. Gli interessi delle persone che amate e a cui siete devoto escono da questi avvenimenti frustrati, sì, ma ancora vitali, ancora validi. Qualcosa doveva cambiare perché‚ tutto restasse com’era prima. L’ora della rivoluzione finì. Speriamo che l’Italia nata oggi qui a Donnafugata possa vivere e prosperare”. Don Ciccio: “Ma io ho detto di no. E quei porci in Municipio, si inghiottono la mia opinione, la masticano e la cacano via come vogliono loro… Io dissi Nero e loro mi hanno fatto dire Bianco. Ero un “fedele suddito”. Ora tutti savoiardi sono! Ma i savoiardi me li mangio col caffè, io… i savoiardi!”.

Sono i brani più famosi de Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Recentemente, lo vedo spesso citato a proposito delle polemiche sul plebiscito che portò all’unità d’Italia. Molti mettono in discussione la legittimità del processo di unità del risorgimento.

Io lessi questo libro alle medie. Allora odiavo la letteratura. Ora rimpiango di non aver dedicato più tempo alla lettura.

Adesso, quando leggo questo passo, penso sempre all’uso troppo spesso strumentale che si fa nella nostra società dei sondaggi, delle “volontà popolari”, del “consenso”.

Tutti i giorni si legge “la maggioranza degli italiani vuole questo”, “due italiani su tre sono con me” … E io penso “e chi lo dice”? Il voto alle elezioni o le interviste quotidiane di Mannheimer danno sempre la certezza della “volontà popolare”? Ma soprattuto, è giusto brandire sempre queste “volontà popolari” per zittire l’avversario o per smontare gli argomenti contrari? Giudizi branditi come certezze assolute, assiomatiche, indiscutibili, indubitabili.

Se avessimo un po’ di rispetto vero per la volontà delle persone …

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