Più forte o più debole?

In questi giorni si accavallano notizie dolorose. Ai problemi di tutti i giorni dell’economia e del lavoro, si sovrappangono storie di persone a me vicine che stanno soffrendo per malattie o problemi seri. A volte mi sento quasi sopraffatto dalla preoccupazione e dall’ansia che provo.

Mi viene da pensare che il mio relativo benessere e il fatto che la nostra società sia riuscita a curare tante malattie mi ha reso da un lato inconsapevole dei nostri limiti umani e, dall’altro, ha aumentato a dismisura la sensibilità al dolore e all’imprevisto. Non sono più abituato a soffrire o a subire quelle che una volta sarebbero state le cose che succedevano ai più. Forse, la norma è che sto così bene, nella salute, nel mio tenore di vita, che non appena succede qualcosa di imprevisto, magari anche non grave, non sono più capace di affrontarlo con la serenità e il coraggio che sarebbero richiesti.

A volte mi incavolo per sciocchezze. Ma ho il terrore di non saper più affrontare i fatti veramente critici, che mi illudo siano storie di un passato che non può tornare: la malattia, la mancanza dei beni di prima necessità, la preoccupazione per la famiglia. Non sono più allenato a soffrire e a gestire le difficoltà vere.

È un bene non soffrire per fatti e problemi gravi, ovviamente. Ma ci rende anche così fragili.

7 Comments

  1. Mattia Pascal said:

    E’ comune. Siamo tutti nella stessa situazione. Il proverbio “si stava meglio, quando si stava peggio” ha un fondo di verità. D’altronde i paesi sviluppati sono quelli con il più alto tasso di infelicità e patologie di tipo depressivo.

    gennaio 27, 2009
  2. Mattia said:

    È un pensiero che condivido
    Credo che sia un’inganno quello che si è prodotto, l’inganno della vita senza problemi, senza malattia, senza sofferenza
    Può funzionare, un po’, per alcuni, ma non può durare per sempre
    Forse in uno stato equilibrato, ma io di equilibrio in giro non ne vedo proprio
    In più mi spiace continuare a notare che ogni situazione di benessere richiede, da qualche parte nel mondo, un serbatoio di schiavi

    gennaio 27, 2009
  3. “Stavo per dire qualcosa, stavo per abbozzare una reazione, quando un pensiero mi lacerò la testa. Era un pensiero che tante volte avevo percepito al di sotto della consapevolezza e che in quel momento, invece, venne fuori chiaro e netto. Avevo sempre confusamente pensato che l’avrei sempre fatta franca da tutto. Malattia, infelicità e magari anche la morte. Che se proprio doveva arrivare, come premessa di un viaggio da un’altra parte, sarebbe arrivata delicatamente, molto lontano nel tempo, un pomeriggio di primavera, senza sgradevoli preliminari e senza umiliazioni. Non ero mai stato consapevole di questa irrazionale credenza. Mai fino a quel momento, fino a quando Paolo mi disse quelle cose. Evidentemente mi aveva osservato, studiato e capito da molto tempo. Mi chiesi quali altre cose su me stesso stavo per imparare.”

    Gianrico Carofiglio

    gennaio 27, 2009
  4. Simone Civetta said:

    E’ una riflessione che sento particolarmente mia, in questi giorni. Forse – pensavo di recente – non siamo nemmeno più abituati a provare impotenza di fronte a quanto di ineluttabile è rimasto al mondo, come la malattia o la vecchiaia.

    gennaio 28, 2009
  5. Sara said:

    Le malattie in particolare, credo siano il richiamo più concreto alla nostra estrema fragilità e piccolezza, da sempre. Ci illudiamo di poterle sconfiggere con l’intelligenza e gli strumenti della ricerca, ma fanno parte della nostra vita. L’unica cosa che ci rende davvero deboli, secondo me, che pregiudica drammaticamente la qualità della vita, è la mancanza di consapevolezza.

    Questo periodo di crisi e di decadenza che stiamo attraversando mi sembra, per certi aspetti, molto vicino a quell’età dell’ansia che ha attanagliato la popolazione europea degli anni ’20.

    gennaio 28, 2009
  6. Stefano Grevi said:

    Non credo proprio che sia fragilità, ma una caratteristica necessario per comprendere l’altro da sè.

    gennaio 28, 2009
  7. Luigi Sammartino said:

    Nonostante i progressi della medicina e della scienza, nonostante il miglioramento delle condizioni economiche (almeno in alcune aree del paese), molta gente, e cioè gran parte di noi privilegiati, si sente infelice.

    Chi non ha mai sofferto né subito privazioni è in fondo come un bambino viziato che non è mai contento di ciò che ha ma che nemmeno sa cosa vuole.

    A ciò si aggiunge il consumismo e l’ideologia capitalistica per la quale non è mai abbastanza ciò che si ha e finanche ciò che si è. Come diceva Gaber, oramai anche i poveri hanno gli occhi dei ricchi.

    Ma in fondo la ragione di tanta infelicità sta in nell’egocentrismo (altro prodotto del capitalismo). L’egocentrismo ci taglia in due. Da una parte l’appagamento di se stessi e dall’altro l’isolamento dagli altri. E la solitudine, anche quando è indotta dal nostro stesso egoismo, ci impedisce di essere, non dico felici, ma almeno moderatamente sereni e appagati.

    L’uomo ha bisogno degli altri, perché il suo stesso istinto di sopravvivenza si fonda sull’appartenenza di gruppo.

    gennaio 28, 2009

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