Dec.01.2009
by Alfonso
Fottere, fottersi, essere fottuti
Pierluigi Celli ha scritto un libro molto controverso, nel quale parla dell’arrivismo e del cinismo nel mondo del lavoro: Comandare è fottere. È un libro “Machiavellico” e crudo che spiega come far carriera, fottere e fregare le persone.
Io l’ho sempre letto come una grande provocazione, amara e disincantata. Nell’ultimo capitolo appare la chiave di lettura del libro. È la riflessione di un manager rampante alla fine della sua carriera.
Provate ora, che non è più tempo di guardare avanti (visto che ormai avete avuto tutto il possibile e non vi resta che prepararvi alla ritirata), a fermarvi almeno un attimo a pensare a tutto quello che è successo nella lunga stagione della vostra brillante carriera. Non ci sono traguardi che vi siano sfuggiti. Siete stati abili, quasi sempre, e fortunati quando necessario. Cosi avete accumulato, insieme, potere e ricchezza, destreggiandovi al meglio in una giungla in cui molti, meno bravi di voi, si sono persi senza scampo. Vi viene in mente (all’improvviso, e non c’é una ragione specifica per cui vi torni alla memoria proprio ora, a distanza di tanto tempo) la sequenza dei volti di quanti erano partiti con voi. Sembrano le foto dei ricordini mortuari, un po’ sbiadite, scontomate; con un filo di sorriso tirato verso l’amaro, quasi si condensasse li, anzitempo, il presagio di quello che sarebbe successo.
Sono spariti strada facendo, chi dietro una curva, chi all’imbocco di una salita, quando i muscoli sono indispensabili, ma la testa conta più della forza. E voi avete capito da subito che a essere furbi avreste raccolto più di quanto seminato, perché ci sarebbe sempre stato, li intorno, qualcuno che lo avrebbe fatto anche per voi. Magari pensando, senza criterio, di crearsi dei meriti per chissà quando. Un quando che non è mai arrivato. Perché, nel frattempo, voi avevate già imboccato la fuga giusta, così che gli altri erano rimasti impiantati, come si usa dire, sui pedali.
Certo, non tutti si erano persi da soli, per trascuratezza e per eccessiva confidenza, non sapendo quanto sarebbe stato arduo mantenere il ritmo e conservare la posizione raggiunta.
I migliori, o i più avvertiti (che è una qualifica per nulla neutrale, se pensate a quanti rimandi si può collegare) non hanno mollato così presto. Ve li siete trovati intorno per un tempo che non sembrava esaurirsi mai, cosicché in più di un momento avete pensato che fosse necessario arrendersi all’evidenza e restare relegati in gruppo. Certo, eravate tra quelli che ce la stavano facendo, ma sempre intruppati, senza una identità distintiva che vi facesse brillare. Per la vostra ambizione, uno schiaffo difficile da assorbire.
Così avete cominciato a riflettere, vi siete fatti esperti, c’erano dei trucchi che consentivano ad alcuni di mettersi in evidenza a discapito di altri, magari bruciandoli sul tempo, accreditandosi fuori dai canali ufficiali. Avete imparato quasi subito (per necessità, certo) le strade secondarie e i percorsi in ombra, la dove avvengono gli scambi che non e bene rivelare, e dove, se ci si sa fare, é anche possibile crearsi dei meriti che poi verranno portati a esazione.
Tutto a suo tempo.
Danzando con professionalità e leggerezza sull’incerto confine tra il merito e l’affiliazione (incerto – sia chiaro – per chi traffica impunemente nelle terre di mezzo, dove è così difficile navigare nella mischia pretendendo di attribuire sicurezza, responsabilità e risultati) avete conquistato posizioni su posizioni.
E così che li avete fottuti quasi tutti senza volerlo esplicitamente. Per per pura esigenza di sopravvivenza. Qualcuno
doveva venire allo scoperto, e voi eravate già li a rubargli la scena. E questo, in un primo momento, vi ha dato coraggio, avevate la prova che ci stavate riuscendo. Poi, vi e venuta addosso una frenesia incontenibile, come chi partecipi a una gara a ostacoli, per cui ogni collega superato vi dava meno gioia di quello che avevate già messo nel mirino e, persino, dei piani, sempre più sofisticati, che andavate architettando per liberarvi di lui. Per chi aspira al potere, fottere da una soddisfazione particolare.Vi diranno che é cosa perversa. Che non ci si sazia mai. Voi che l’avete provata, ancora la rimpiangete. E vero che così avrete passato gran parte del tempo della vostra vita. D’altro canto nessuno fa sconti, e così anche voi non avete avuto tregua. Sembra impossibile, ma c’é sempre qualcuno che spunta all’ultimo minuto, qualcuno che si piazza davanti e non molla. E allora bisogna ingaggiare duelli che durano mesi, forse anni, con l’occhio sempre vigile, guai al mondo se, per distrazione, lo perdete di vista. Quello ha in testa il vostro stesso obiettivo, bisogna solo aspettare il momento buono e non trascurare le occasioni.
Poi si passa al prossimo.
Ma intanto anche gli anni scorrono, e parallelamente, voi scalate l’organigramma e vi fate vecchio. Anche se di questo non ve ne accorgerete per lungo tempo. Siete così impegnato: il lavoro, le relazioni giuste da coltivare, i seguaci da accontentare e gli avversari da combattere; i risultati da consolidare per poterli esporre come trofei della vostra personale campagna di conquista. Una vita intera. Una vita intensa. Non c’e proprio tempo di pensare ad altro. Anzi, vi meravigliate se qualcuno, nella vostra stessa situazione, fa discorsi che è difficile comprendere: hobby, letture, qualche svago. Quello sta certamente perdendo tempo. Prima o poi é destinato a sparire dalla scena.
Dopo, d’improvviso, vi capita un giorno di guardarvi allo specchio, come non eravate abituati, e vi scoprite un altro.
Stentate a riconoscervi. Vi é difficile collegare l’immagine che compare alla sequenza che l’ha preceduta negli anni e di cui ricordate, vagamente ormai, le fattezze, lo sguardo, l’aria che gli girava intorno. Sembra che tutto all’improvviso, si sia trasformato e, proprio così, degradato: avete assunto una fisionomia che non vi piace, non vi ritrovate. Siete a disagio. Voi che non avete mai provato se non compiacimento per voi stessi.E un malessere sottile, quello che vi coglie e che adesso va a sollevare altri punti dolenti: la famiglia così sbrindellata, i figli ormai cresciuti, che non avete visto crescere, presi come eravate in mille altre faccende; gli amici via via scomparsi, neppure vi ricordate come, anche se ora il perché comincia a essere chiaro.
Monta, a tradimento, l’ombra di un mondo alieno, totalmente alieno da quello che voi avete frequentato per tanti anni, nella presunzione che solo quella fosse la dimensione vivibile e null’altro potesse interessare.
Con un sospiro, vi renderete conto di esservi fottuti la vita.
Forse è solo stanchezza; forse avete lavorato troppo. E la fatica, alle volte, gioca brutti scherzi. Passerà. Questo vi dite, e cercate anche di dirvelo con la sicurezza abituale, quella per cui siete andato famoso per anni: decidere senza tentennare. È stato questo il vostro punto d’onore. Non lasciare spazio ai dubbi o a inutili discussioni. Le chiacchiere non fanno business.
Ma anche se le parole che usate sono le stesse e il ritmo della vostra vita cambia, non vi passa quell’impressione di disagio che avete cominciato ad assaporare. Non riuscite ad allontanarla. Cominciate a chiedervi troppi perché. E quando le domande si affollano tutte insieme vuol dire che le troppe risposte sono state trascurate e ora non c’e più verso di prendere il bandolo e di rassicurarsi. Questa volta avete proprio l’impressione di aver perso o, meglio, che state perdendo: vi scivola il terreno sotto i piedi, quasi corresse più forte di voi e, soprattutto, i problemi, che un tempo erano il vostro campo d’azione, sembrano prediligere altri interlocutori.
Non avete più chiaro il metodo, e questo per voi equivale alla sconfitta.
Vi sentirete persi. Fottuti. E, per di più, fottuti da voi stessi. Quello che vi angoscia maggiormente, a questo punto, non é tanto la difficoltà di collocarvi nel nuovo scenario, quanto la penosa percezione che ogni mossa sia goffa, impacciata, quasi che, improvvisamente e fuori tempo ormai, vi troviate non alla fine ma a1l’inizio della carriera, con tutte le scorie, pero, i vincoli e la cattiva coscienza di chi non ha più niente da desiderare fortemente.
Vi sentirete patetici.
E precisamente qui – in questa fase confusa della vostra carriera, quando la vita, che correva sempre da qualche parte senza sollecitare partlcolari interessi da coltivare, viene a intorbidare le prospettive e i percorsi — che qualcuno si farà avanti a tradimento, chiedendovi i conti, se proprio vuole, o semplicemente scalzandovi via senza riguardi.
Quando ci si sente fottuti, per tutto quello che si é trascurato e che ora pretende un risarcimento, e proprio il momento in cui la debolezza si paga: c’e pronto qualcuno, e inevitabile, che vi fotterà definitivamente. Sarete diventati un soggetto a rischio per l’impresa, la quale non puo più tollerare titubanze o dubbi, neppure retroattivi. Il rimpianto o la nostalgia sono un lusso decadenti. Minacciano le certezze artificiali su cui prosperano organigrammi e parole d’ordine, alleanze consolidate e miti narrativi.
Non avere più una verità definita fa di voi un peso, di cui é buona politica fare a meno. Il problema vero non e uscire dall’azienda, ma non sapere più tutelare la propria memoria: sparire dall’immaginario ed essere consegnati a un altro mondo, che non vi conosce e non vi aspetta.
E nel ciclo vitale del fottere, fottersi e essere fottuti si chiude, spesso amaramente, una vicenda che doveva essere umana e finisce quasi sempre per proporsi, invece, come epigrafe, assai poco umana, su una targa da consegnare a chi non avrà alcuna voglia di ricordare.
Il tempo macina le cose. Voi non avete macinato il tempo.
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L’amarezza è la logica conclusione di un percorso che, in cambio della soddisfazione immediata, non può che provocare vuoto, distruzione, umiliazione.
Sono convinto che ci siamo milioni di persone nel mondo che prendono coscienza quotidianamente dei parametri violenti e innaturali che il nostro sistema sociale ci impone, spesso in modo sempre più sottile.
Eppure non si riesce a dare una voce forte a queste donne e uomini che sono la speranza di questo pianeta, che ogni giorno regalano getti di energia positiva a chi li circonda, magari inconsapevolmente.
Credo che la Rete possa diventare uno strumento sempre più potente per realizzare questo cambiamento, man mano che si prenderà coscienza delle opportunità che offre, e che possa rappresentare un mezzo irrefrenabile per dare una svolta alla nostra “civiltà occidentale”.
Civiltà occidentale che, come disse Gandhi, rappresenta a tutt’oggi un concetto decisamente astratto.
Mi fù regalato il libro due Natale fà, dal mio fratellino, con il tono volutamente ironico di chi vede il proprio fratello maggiore cercare di dare alla propria famiglia un’adeguata serenità, senza però soccombere alle logiche del mondo del lavoro di stampo calvinista, che affliggono tanti amici e colleghi.
Come provocazione l’ho letto, ritrovandoci tante caratteristiche di conoscenti incontrati in questi anni, ma velocemente mi sono spostato verso il passo finale che hai citato.
In questo passo ho letto i rischi che ognuno di noi corre ogni giorno, nuotando nella palude del capitalismo, e ho smesso di considerarlo una provocazione, inziando a valuatarlo come monito
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