I luoghi della memoria

Oggi tornavo da una riunione in Via Manin e ho attraversato a piedi i Giardini Pubblici. Per oltre 35 anni sono stati il luogo di svago per me e la mia famiglia. Abitavo lì vicino. Ci andavo a giocare da bambino e da ragazzo. Ci passeggiavo con la mia ragazza, ora mia moglie. Ci ho portato i miei figli.

Poi non mi è più capitato di andarci per tanti anni, anche se magari in auto ci passavo di fianco.

Attraversando a piedi quei luoghi ho provato strane sensazioni. Da un lato riscoprivo luoghi immutati e inaspettatamente familiari: i vialetti, le  grandi piante centenarie, lo stagno, le rocce sulle quali mi arrampicavo da bambino. Dall’altro mi accorgevo dei cambiamenti. Non c’è più lo zoo e, soprattutto, tutto quello che ho visto oggi mi è apparso più piccolo, come se la mia memoria si fosse fermata alla proporzioni del ragazzo e ora si ritrovasse con uno spazio rimpicciolito. Ricordo che  allora attraversare i giardini mi sembrava una lunga passeggiata. Oggi mi sono ritrovato in pochi minuti da un estremo all’altro del parco. Quelle rocce che mi sembravano inarrivabili picchi rischiosi e scoscesi sui quali con i miei amici ci sfidavamo per dimostrare coraggio e perizia di piccoli alpinisti, mi sono apparsi come delle piccole balze che non incutevano più il timore e la soggezione di un tempo. Lo spazio una volta occupato dallo zoo mi è sembrato si fosse ristretto a poche aiuole. Dove è andata quella vasca delle foche e la gabbia delle tigri e quella dai fenicotteri? E la vasca dell’ippopotamo e la gabbia degli uccelli rapaci e quella degli orsi. E il recinto dell’elefante … Sembra che tutto si sia contratto, come se un piccolo buco nero si fosse risucchiato gran parte dello spazio.

E quando sono arrivato in quell’ampio spazio tra lo spaccio della centrale del latte, via Palestro, il museo di Scienze Naturali e il Planetario (due piccoli gioielli milanesi misconosciuti) mi sono tornate alla mente immagini di quaranta anni fa: il parcheggio delle macchinine a pedali, in metallo, simili a tante piccole Balilla d’epoca. Erano tutte di tanti sgargianti colori. Ognuna aveva un numero. Le si affittava per 50 lire, se ricordo, e si poteva girare per i giardini per un quarto d’ora. Era bellissimo scorrazzare su quel mezzo semplice e allo stesso tempo stupendo. E ricordo ancora il gestore che richiamava a gran voce il numero delle macchinine allo scadere del tempo loro assegnato.

Forse sono ricordi che ti assalgono quando invecchi (fra poco saranno 49). Ma forse sono immagini e sentimenti che soffochiamo, travolti dall’ansia del fare, dalla ricerca dell’emozione, dai viaggi in luoghi esotici e lontani, dalla ricerca della modernità. E dimentichiamo le cose semplici, i luoghi meravigliosamente comuni della nostra vita, ciò che ci ha formato e definito per quel che siamo e pensiamo.

Avrei voluto fermarmi per un po’ oggi. Riassaporare i momenti passati su una panchina con mia moglie e mio figlio di pochi giorni, appena tornato dalla clinica. Ricordo ancora che mi sfogai a fare foto a entrambi. Una di esse troneggia tutt’ora sulla credenza di casa mia. Com’eravamo diversi, non solo per l’età! È passata una vita.

Non vorrei tornare indietro, e comunque non posso. Vorrei fermarmi qualche attimo, riappropriarmi di tutto quello che è stato e che rischia di andare perso. Riassaporare tutte le gioie e emozioni di una vita, una ricchezza unica e infinita, che la mia cecità e preoccupazione del quotidiano troppe volte mi fanno dimenticare.

5 Comments

  1. Paolo said:

    grazie Alfonso! che bella riflessione, anche io mi sono ritrovato spesso a ragionare sul concetto di ricordo, sul legame col passato in generale, che cosa misteriosa ed affascinante, in grado di emozionare come turbare…non che sia arrivato a delle conclusioni però sembrerebbe che il passato in sè non sia nulla di più che quel mucchietto di ricordi, forme intangibili, sfuggevoli, parvenze di una realtà che non può più essere chiamata tale perchè non esistente…

    giugno 15, 2007
  2. Gianluca said:

    L’elefante con gli occhiali, la grande vasca dove si facevano andare le navi giocattolo, il trenino.
    La domenica pomeriggio era un classico per le famiglie portare i figli a vedere lo zoo ai giardini pubblici.
    Le “roccette”, così le chiamavano, erano considerate da tutti i coetanei una palestra di roccia.
    Anch’io ho un po’ i tuoi stessi ricordi …

    giugno 15, 2007
  3. Federico said:

    La mia nostalgia nasce nel presente, nello stesso momento in cui vivo un istante, un attimo che riconosco come importante, felice, intenso. La fabbrica dei ricordi getta un’ancora, da cui parte una cima che mi collegherà a quel frammento di tempo e di spazio per il resto della vita. Ed io sento il suono del mare presente che si spezza e diventa il lago del passato. Vivo la consapevolezza dell’adesso macchiata dalla prematura presenza del rimpianto.

    giugno 16, 2007
  4. Paolo Colombo said:

    Grande Alfonso… stupendi ricordi: Grazie mille a Tutti x averli condivisi.
    io sono delle classe 75, però ho fatto in tempo a viverlo, prima che lo chiudessero per sempre (lo zoo) ma continuo ad abitare abbastanza vicino ed ogni volta che posso, passo di lì, anche magari senza entrare… personalmente però, rimarrà in eterno la “mia” (e “nostra”) savana.
    Tante buone cose a tutti.

    giugno 17, 2007
  5. luca leoni said:

    bellissimi i tuoi ricordi: io sono del 1951, quindi le macchinine di metallo le ho ancora più nel cuore (l’auto a pedali “di proprietà” era davvero per pochi…) e allo zoo ho fatto a tempo a portarci un sacco di volte i figli…e che dire delle barchette affondate nella fontana?
    🙂

    maggio 8, 2009

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