Jun.25.2007
by Alfonso
La forza del disordine
Una riflessione fuori dagli schemi e molto provocatoria!
C’erano una volta a Manhattan, l’una di fronte all’altra lungo Broadway Avenue, due rivendite di giornali. La prima offriva ordinati scaffali di riviste disposte in maniera impeccabile, e ciascuna copia poteva essere rintracciata con il computer. Nella seconda, i periodici a volte sembravano sparsi qua e là a casaccio: le riviste di moda che sgomitavano accanto a quelle di finanza, gli almanacchi scientifici mescolati ai settimanali sportivi. Nessuna meraviglia: Essam, proprietario e gestore del negozio più «incasinato», non aveva un sistema informatico per la gestione del magazzino che gli dicesse quello che vendeva, o di quale pubblicazione occorreva ricostituire le scorte. Lui e il suo aiutante Zak, si affidavano alla memoria, e riordinavano meglio che potevano durante i momenti di calma e a fine giornata.
Non deve quindi sorprendere che il primo negozio attirasse un maggior numero di clienti e vendesse più giornali rispetto a quello di Essam. E allo stesso modo non deve stupire che oggi solo uno dei due esercizi commerciali sia ancora aperto; l’altro ha dovuto chiudere i battenti perchè lavorava in perdita. Ma ecco il colpo di scena: è Essam quello ancora in attività. Vendeva meno giornali del suo ex concorrente, eppure faceva più soldi. La ragione è semplice: ha evitato che i suoi introiti venissero divorati dai costi legati al personale extra, che il suo rivale riteneva necessario per tenere in ordine gli scaffali, e al sistema gestionale per l’inventario. Dato che il profitto, per non parlare della sopravvivenza, rappresenta un valido criterio per misurare l’efficienza aziendale, è corretto affermare che qualunque beneficio potesse derivare all’altro negozio dall’essere più ordinato e organizzato, esso era superato dai costi. In parole povere, uno dei motivi per cui il negozio di Essam ha avuto maggior successo sta nel fatto che era più disordinato.
Eric Abrahhamson e David H. Freedman, La forza del disordine.
Potremmo rifrasare così: “bisogna fare le cose bene, ma con giudizio e tenendo conto dei costi: c’è sempre un trade-off da tenere in mente”.
P.S.: Sulla copertina del libro viene riportata una frase molto stuzzicante di Albert Einstein: “Se una scrivania in disordine è segno di una mente disordinata, di cosa è segno, allora, una scrivania vuota?”
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sono convinto che l’utilizzo delle tecnologie, per quanto valide, dipenda sempre dal modello d’uso adottato dagli utenti. Spesso mi è capitato di vedere tecnologie utilizzate male, sovrapposte all’organizzazione senza una riflessione approfondita sugli impatti, prima ancora che sul business, sul modo di lavorare delle persone. Forse questa è una possibile chiave di lettura
[...] giorno fa il prof parlava di questo libro La forza del disordine, e io incuriosita (e disordinata) l’ho comprato (non ancora letto), oggi leggo questo: si [...]
Durante l’ultimo viaggio lungo che ho fatto in auto ho parlato per circa un ora con un amico che studia Economia alla Bocconi di varie cose tra cui l’organizzazione aziendale. Mi raccontava del caso della compagnia italiana Mivar, il produttore di TV economiche. Mi diceva che quel caso è famoso e studiato nelle facoltà di economia perché il proprietario dell’azienda non ha mai creduto nei principi classici dell’economia: andava in giro per la sua società a dare direttamente disposizioni ai dipendenti di ogni livello e il suo organigramma aziendale era un foglio di carta che tirava fuori dalla tasca su cui era pianificata la produzione di tutto l’anno. La società è cresciuta per molti anni fino ad arrivare a utili considerevoli e diverse centinaia di dipendenti (non ricordo forse anche migliaia). A un certo punto della sua storia però qualcosa è andato storto: sono arrivati gli LCD non si sono accorti della riduzione della loro quota di mercato e hanno continuato produrre in eccesso, restando con tonnellate di TV invendibili che hanno portato a una grossa crisi. Ora non so se l’azienda è ancora in piedi, ma di sicuro molti dipendenti sono stati lasciati a casa e rimettersi in carreggiata non sarà certo facile.
Certo avranno fatto più utili degli altri in tutti gli anni che gli è andata bene, ma non ci si può affidare all’infinito a metotologie empiriche. E’ necessario stimare sempre il rapporto costi/benefici e forse per un’edicola è meglio organizzarsi così come capita, ma sono sicuro che per tante altre cose l’ordine porti a risultati migliori.
Sono un po’ gli stessi principi che seguo quando scrivo software: se ho da fare un progettino da poche ore non mi metto nemmeno a fare i diagrammi di progettazione, perché la mia testa è sufficiente a contenere tutto quello che devo sapere per scrivere le 5-10 classi di cui ho bisogno. Quando ho realizzato il mio progetto di tesi però ho passato 5 mesi a scrivere codice e se fossi partito a buttare giù le classi così come capitava a quest’ora sarei ancora metà del lavoro (dopo 1 anno). I nostri edicolanti preferiti hanno esagerato a usare tutta quell’energia nell’ordinare i loro giornali, ma forse se invece di un’edicola fossero stati una libreria…avrebbe vinto il signor ordine.
Prof… lei (riferendomi alla sua “rifrase”) è troppo… ingegnere! Io nell’estratto che ha riportato non ho letto il trade-off di cui parla (che è importante si, e sicuramente presente nel testo). A me il messaggio sembra: “il caos è più efficente dell’ordine” (dove per efficiente intendo il primo dei significati dati da demauroparavia.it “capacità di funzionare correttamente”). Perchè se ci guardiamo attorno, tutto è caotico e spendiamo sempre una quantità esorbitante di risorse per ricondurlo a qualcosa di ordinato… è la nostra logica, prettamente aristotelica, che ci spinge a farlo.
Così quando dobbiamo studiare qualcosa ci affidiamo a modelli ideali, poi ci inventiamo complicatissime formule per calcolarne l’applicazione reale (penso al calcolo numerico, i sistemi di valutazione e riduzione dell’errore rispetto al modello ideale, o ancora all’uso delle trasformate per definire avere delle rappresentazioni grafiche dei sistemi dinamici)… e giù ad aggiungere variabili su variabili in sistemi ordinati che si gonfiano a dismisura rendendone estremamente dispendioso lo studio.
L’anarchia funzionante introdotta dalla rete ha iniziato a far riemergere tutta una serie di cose che stavamo dimenticando… ad esempio la creatività e l’innovazione che deriva direttamente dalla libertà…
Parliamo di formazione? Quello che oggi è fighettamente definito come “informal learning” è più rapido dei canali formativi tradizionali, ma non è nulla di diverso di quello che ha fatto per millenni l’apprendista di bottega.
Parliamo di networking? Quello che oggi è aulicamente definito “mesh networking” è più efficente del networking strutturato..
Potrei continuare con gli esempi
Che sia ora di riconoscere la superiorità della logica sfumata su quella aristotelica?
Leggere questa storia mi ha ricordato una metafora che ho letto qualche tempo fa.
Parla di rane e di pipistrelli.
Ci si chiedeva se un’organizzazione deve somigliare di più a una rana o a un pipistrello.
In questo senso:
Le rane riconoscono degli schemi
Mettete una rana in un vaso di vetro con alcune mosche, e morirà di fame. La rana non riesce a vedere la carne fresca che la circonda, perché il suo intero sistema sensoriale non è stato “progettato” per individuare oggetti immobili.
In questo senso, la rana ha affidato la sua sopravvivenza alla capacità di riconoscere uno schema (oggetti in movimento di dimensioni adeguate = cibo) ed agire di conseguenza.
I pipistrelli elaborano i segnali
I pipistrelli, invece, hanno un sistema sensoriale che non riconosce soltanto degli schemi, ma elabora dei segnali: quando il pipistrello si muove a velocità moderata, è soddisfatto di una visione a bassa frequenza, del suo ambiente, ed aggiorna la sua immagine del mondo notturno con dieci pulsazioni al secondo. Quando individua prede, avversari o ostacoli, la frequenza del sonar aumenta istantaneamente a 200 pulsazioni al secondo.
Che cosa c’entra tutto questo con la nostra storia, e con i relativi commenti?
Mi pare che, su questo come su altri argomenti simili, dobbiamo abbandonare la convinzione che sia sufficiente riconoscere degli schemi (disordine = male / ordine = bene, o viceversa) per imparare ad elaborare i segnali.
Pensando, in questo senso, in termini di complessità.
Credo che l’errore della libreria fallita non sia stato quello di scegliere l’ordine, ma quello di assumere l’ordine come dottrina. Si sono comportati da rane.
Se si fossero comportati da pipistrelli, si sarebbero accontentati di una quantità di ordine tale da non far crescere troppo i costi (20 pulsazioni al secondo) per poi puntare l’attenzione su quegli aspetti del disordine residuo che generano i maggiori costi (aumentando, a questo punto, la frequenza del sonar).
Si capisce quel che voglio dire?
E, in questo senso, i fautori del disordine si sono comportati in maniera diversa?
Dal racconto non lo si capisce, ma mi viene il sospetto che il loro comportamento seguisse la stessa logica, pur se sull’altro fronte.
Tutto questo per dire che, come manager, formatori, decision makers, forse dobbiamo abbandonare l’idea che ci siano ricette (schemi) da seguire e pensare piuttosto in termini di elaborazione dei segnali (anche di quelli che di solito restano sottotraccia).