La scommessa della decrescita

La società in cui viviamo ha consegnato il proprio futuro a un sistema fondato sull’accumulazione illimitata. Non appena la crescita subisce un rallentamento o si arresta, si produce una situazione di crisi e addirittura dilaga il panico. La necessità dell’accumulazione illimitata fa della crescita un circolo vizioso. La capacità di sostenere il lavoro, il pagamento delle pensioni, il rinnovo della spesa pubblica (istruzione, sicurezza, giustizia, cultura, trasporti, sanità ecc.) presuppongono il costante aumento del prodotto interno. Nello stesso tempo, l’uso della moneta e soprattutto il ricorso allo strumento del credito, che permette a chi ha redditi insufficienti di consumare e investire senza disporre del capitale necessario, impongono “dittatorialmente” la crescita, specialmente al Sud del mondo. “La relazione di credito,” afferma Rolf Steppacher, “crea l’obbligo di rimborsare il debito con gli interessi e impone dunque di produrre più di quanto non si sia ricevuto. Il dover restituire con gli interessi introduce la necessità della crescita e con essa una serie di obblighi. Anzitutto bisogna essere solvibili per poter rimborsare il credito nei tempi definiti; in secondo luogo, è necessario produrre, in modo teoricamente esponenziale, per riuscire a pagare gli interessi sul debito e quindi bisogna valutare tutte le attività afferenti facendo un’analisi secondo il modello costi-benefici. [...] Questa serie di esigenze combinate tra loro ‘obbliga’ a crescere all’infinito.” Willem Hoogendijk considera, non senza qualche fondamento, questo meccanismo come la fonte della compulsione alla crescita. L’economia, dominata dalla logica finanziaria, si comporta come un gigante che non è in grado di stare in equilibrio se non continuando a correre, ma così facendo schiaccia tutto ciò che incontra sul suo percorso. “Per un gruppo come il nostro, dichiarano i responsabili della multinazionale Procter & Gamble, l’unica soluzione è lanciare nuovi prodotti ogni anno.” Anche i governi e gli stati nazionali hanno bisogno della crescita per poter realizzare la quadratura del cerchio fiscale: coprire le spese necessità senza dover ricorrere a impopolari aumenti della tassazione. Il “delirio” neoliberista impone questa necessità in modo ancor più coercitivo rispetto al sistema di regolazione keynesiano-fordista. Tuttavia, dal momento che la crescita porta benefici soprattutto ai ricchi, le ricadute “positive” si producono (seppure si producono) solo a tassi sempre più elevati. Per quanto riguarda il lavoro, è ormai noto che è necessaria una crescita annua di oltre il 2 per cento non per realizzare incrementi, ma per far diminuire la disoccupazione. La dittatura dei tassi di crescita impone alle società sviluppate di vivere in regime di “sovracrescita”, ovvero impone di produrre e consumare oltre ogni “ragionevole” necessità. Le contraddizioni sociali prodotte dalla crescita e i limiti del pianeta rendono questo sistema insostenibile sotto il profilo ecologico e sociale. Per questo, anche nel caso in cui potesse perdurare all’infinito, si tratta di un sistema intollerabile che è necessario cambiare.

La società della crescita non è sostenibile

La sovracrescita economica deve confrontarsi con la finitezza della biosfera e già oggi supera ampiamente la portata del pianeta. Una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. Se la prima legge della termodinamica insegna che nulla si distrugge e nulla si crea, lo straordinario processo di rigenerazione spontanea della biosfera, anche se assistito dall’uomo non è in grado di sostenere gli attuali ritmi forsennati e non può in nessun caso restituire nella stessa misura la totalità delle risorse degradate dall’attività industriale. I processi di trasformazione dell’energia non sono reversibili (seconda legge della termodinamica) e la stessa cosa avviene, in pratica, anche per la materia che pur essendo riciclabile, a differenza dell’energia, non può essere mai recuperata integralmente. “Possiamo riciclare le monete di metallo usate,” scrive Nicholas Georgescu-Roegen, “ma non le molecole di rame dissipato attraverso l’uso.” Questo fenomeno, che il filosofo rumeno ha battezzato come “quarta legge della termodinamica”, è forse discutibile sotto il profilo meramente teorico, ma non dal punto di vista dell’economia concreta. Non siamo in grado di raccogliere i flussi di atomi dispersi per realizzare nuovi giacimenti minerari sfruttabili, azione realizzata dalla natura nel corso di miliardi di anni di evoluzione. Secondo Georgescu-Roegen, l’impossibilità di una crescita illimitata non impone una crescita zero, ma la necessità della decrescita. Lo sviluppo economico non è affatto il rimedio ai problemi sociali ed ecologici che affliggono il pianeta, anzi ne è la causa, e deve essere analizzato e denunciato in quanto tale. Anche la riproduzione sostenibile del nostro sistema depredatore non è più possibile. Se tutti i cittadini del mondo consumassero quanto gli americani, o semplicemente quanto il cittadino europeo medio, i limiti fisici del pianeta sarebbero già stati ampiamente superati.

Serge Latouche, La scommessa della decrescita.

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7 Responses to “La scommessa della decrescita”

  1. 1Francesco Recuperoon 15 Jul 2007 at 10:03 pm

    La decrescita, se non lo decideremo noi prima, sarà imposta dalla biosfera stessa . Il biologo Lovelock nel suo bellissimo quanto inquietante libro, “La rivolta di Gaia”, prefigura entro 40 anni, una “decrescita drastica” che non metterà in crisi solo l’economia mondiale, ma rischierà di fare scomparire la civiltà umana sulla terra. Secondo i suoi modelli, quando l’anidride carbonica supererà una certa soglia, il riscaldamento globale causerà un collasso degli ecosistemi marini ed a catena una drastica riduzione di tutto ciò che ci sarà sul nostro pianeta di vivente. Al di la di credere o meno ad una ipotesi che rimane tale, pur se suffragata da modelli sofisticati, è chiaro che l’ecosostenibilità della crescita non sarà sufficiente. Le risorse sono comunque limitate. Si può anche non credere al riscaldamento globale come un effetto antropogenico, come sostengono alcuni scienziati, ma nessuno potrà contestare il fatto che le risorse non siano infinite, e come tali sono limitanti. Gaia, come ogni sistema vivente, ha una dinamica non lineare, ed i limiti di rottura di certi suoi equilibri nessuno sa realmente quali siano, ma possono essere raggiunti e superati potendo constatare a posteriori solo la rottura. La tecnologia saprà ritrovare i rimedi per eventi oggi imprevedibili? Chi lo sa! Personalmente credo che sia ora di cambiare drasticamente rotta. Ma come succede a noi stessi quando sopprimiamo i sintomi del nostro organismo pur di continuare ad essere efficienti e produttivi e non perdere un colpo, fin quando il sintomo non si ripresenta sotto una spoglia diversa ma molto più pericolosa per la nostra vita, difficilmente la coscienza collettiva si indirizzerà verso modelli di sviluppo globale che tengono in realmente considerazione il malessere di Gaia. Leggendo il libro di Lovelock, che sarà un visionario ma non uno sprovveduto, sono rimasto stupefatto per i tempi strettissimi entro cui lui ritiene di dover intervenire. La sua soluzione è altrettanto drastica: un uso massiccio di energia nucleare, per invertire il trend crescente della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera nel giro di un ventennio o meno. Così da icona per gli ambientalisti, per la sua teoria della Terra vivente, Gaia, è diventato un pericoloso vecchietto, 86enne, da zittire!!

    Un saluto

    Francesco

  2. 2Marco Cavallinion 16 Jul 2007 at 9:39 am

    Eccellente esposizione ed inquietante riflessione, di tanto in tanto mi sorge in mente lo stesso problema ma chissaà come mai subito viene sopraffatto da mille altri pensieri.
    Egoismo?
    Indifferenza ?
    Non l’ho ancora capito,
    nel frattempo, come sempre, complimenti per il post.

  3. 3Adelio Fiorittoon 16 Jul 2007 at 10:25 am

    Bella e profonda osservazione, nel mio piccolo avevo pensato pressappoco la stessa cosa.
    Quando sento parlare al telegiornale di crescita zero, faccio sempre un bel sospiro di sollievo non perchè sia felice che gli italiani diminuiscano in numero rispetto alle popolazione di altre nazioni, ma perchè bene o male ci si bilancia e questa cosa non la vedo sotto una luce negativa.
    Tutto l’universo si basa su equilibri tanto delicati che un solo cambiamento porterebbe a innumerevoli conseguenze per il microcosmo che circonda un simile evento, non capisco perchè questa legge non debba valere anche per l’essere umano.
    Quando si sente dire che le guerre sono salubri per l’economia di un Paese s’intende dire evidentemente che la popolazione sia diminuita causa mortis, che c’è tanto lavoro da fare per la ricostruzione e che, se il numero di cittadini è diminuito di un x, allora è ragionevole presumere che il tasso di disoccupazione scenda inevitabilmente liberando vecchi posti di lavoro.
    Ragionamento assurdo e macabro, tuttavia, se si pensa in termini di “essere umano” come animale pensante che dovrebbe comprendere l’importanza dell’equilibrio proprio in quanto essere vivente in un mondo finito.
    Macabro perchè si è “alla ricerca” della sofferenza, del sacrificio, quando tutto potrebbe coesistere in pace ed “armonia” senza troppi sacrifici.
    Certo, l’impossibilità di mettere al mondo un quarto figlio potrebbe causare dolore, ma non potrebbe mai essere paragonato a quell’agonia che si proverebbe nel vedere nascere, crescere e morire lo stesso figlio non per cause naturali.
    Il post, probabilmente, parlava di economia e non ho capito nulla, ma è un ragionamento generale estendibile in altri campi.
    La mentalità del comprare facendo mutui è completamente sbagliata (al 90%), perchè si basa sul presupposto che quel bene sia di necessità primaria, altrimenti non capisco del perchè andarlo a pagare un 20 % in più rispetto al suo costo nativo.
    Il meccanismo, di fatto, ti porta ad una “diminuzione” di stipendio tale che, se prima non eri riusciti a mettere da parte una quota per il suddetto acquisto, ora bisognerà addirittura vivere con meno. Oltre a questo, c’è il fatto che vieni “derubato” di una somma decisamente elevata, tanto che un prossimo acquisto in condizioni normali dovrà essere visto sempre nell’ottica di un prestito… è un ragionamento ciclico che non può portare altro che alla miseria.
    Ci vuole equilibrio, non vedo altre alternative, se non un cambiamento radicale nel nostro modo di concepire la vita…

  4. 4alfonsoon 16 Jul 2007 at 1:08 pm

    Vorrei precisare a scanso di equivoci che il testo non è mio. Come segnalo in fondo al post, si tratta di un brano di Serge Latouche tratto dal saggio La scommessa della decrescita.

  5. 5Adelio Fiorittoon 17 Jul 2007 at 9:43 am

    E lei cosa ne pensa? Abbraccia tutta l’analisi?

  6. 6alfonsoon 17 Jul 2007 at 10:19 am

    Diciamo che mi fa molto pensare. Non mi è chiaro, al di là della enunciazione di principio, concretamente come se ne esca. Ma immagino che si tratti di un cammino da costruire.
    Ovvio che il problema c’è e deve essere affrontato. Subito.

  7. 7nathanzippoon 15 Jul 2008 at 2:47 pm

    Complimenti per i post.
    Mi sto laureando in Economia (laurea specialistica) e sto scrivendo una tesi riguardante la decrescita.

    Sia che sarà una scelta, sia che sarà una necessità..
    .. il futuro è la DECRESCITA.

    Diffondi e converti.. buona fortuna.

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