Perché la narrazione del futuro attrae di più della storia

Sto leggendo un bellissimo saggio di una ricercatrice della Columbia Business School. Discute di come percepiamo e siamo percepiti nel rapporto con le persone che ci circondano. 

Heidi Grant Halvorson. No One Understands You And What To Do About It. Harvard Business Review Press, 2015. 

L’autrice per certi versi conferma tanti saggi proverbi della nostra vita come “la prima impressione è quella che conta”: in effetti, esiste proprio un fenomeno cognitivo per il quale tendiamo sempre a incasellare una persona, quanto meno in prima istanza, sulla base della impressione che abbiamo avuto nei nostri primi incontri. 

Così come è vero che se una persona si comporta in modo cortese, elegante e cordiale siamo più portati a credere che sia anche onesta, competente, capace. Cita come esempio Madoff che aveva modi straordinariamente affabili e convincenti, essendo uno dei più grandi truffatori della storia. 

Ma ciò che mi ha fin ora colpito di più è questo passaggio:

People are much more impressed, whether they realize it or not, by your potential than by your track record. 

È il motivo per cui preferiamo chi ci parla di futuro, rispetto a chi osserva criticamente il passato. È il motivo per cui ci entusiasmiamo per chi propone una visione vincente di ciò che ci aspetta, piuttosto che di una persona che racconta quanto ha già realizzato. Credo sia anche il motivo per cui ci entusiasmiamo molto di una narrazione affascinante anche in assenza di un contenuto convincente. Abbiamo sete di futuro. 

Ci sta, è un fatto positivo. 

Questo, però, pone ancora maggiori responsabilità su chi propone narrazioni, fa promesse, ispira gli animi. Tutto ciò è giusto e doveroso, ma deve essere accompagnato dalla serietà dei fatti e dalla credibilità dei risultati. Altrimenti, se va bene, è uno spreco di energie positive. 

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