Ieri discutendo delle caratteristiche che devono avere i moderni professionisti, e di conseguenza, la struttura dei percorsi formativi universitari, è stata spesso utilizzata la metafora delle persone a "T". Che significa?
Vuol dire che una persona deve avere una competenza forte in una specifica materia, un know-how che lo rende capace di approfondire un tema in modo dettagliato e competente (per esempio, Service Oriented Architecture o nuovi modelli di business per l’ecommerce). Al tempo stesso, ogni persona deve avere la capacità anche di comprendere e intendere uno spettro ampio di temi e problematiche. Deve essere, appunto, fatto a "T", con l’asta verticale che rappresenta la specializzazione e quella orizzontale l’apertura.
Sembra solo un artifizio dialettico, ma contiene un punto essenziale. Spesso noi parliamo di multidisciplinarietà e del fatto che le persone non devono essere monotematiche. Giusto, ma spesso ci dimentichiamo che ciascuno deve avere un suo ruolo, una sua caratterizzazione. Non basta sapere un po’ di tutto. Così alla fine nessuno conosce bene uno specifico argomento. Il modello a "T" è interessante: ciascuno deve avere una propria fisionomia, essendo capace di interagire con le altre "fisionomie" che incontra nel suo percorso professionale.

Ciao Alfonso,
in realtà quella che descrivi è la tipica figura professionale dell’ingegnere: dotato di una specializzazione, ma anche di competenze molto ampie, che gli permettono di dialogare con altri soggetti in molti campi diversi.
Lo scienziato è invece più stretto come base, e maggiormente specializzato. Ha una struttura forse più a cuneo, in termini di competenze.
Vanno benissimo tutte e due, in realtà, finchè entrambi comprendono i loro rispettivi ruoli e le loro rispettive competenze.
Ciao Paolo,
qui usano mi pare un’accezione più ampia. Non solo le classiche competenze ingegneristiche (sistemistica, matematica, …) ma anche competenze in life sciences, management, …
[...] Non conoscevo l’espressione persona fatta a T ma mi sembra molto azzeccata e la segnalo. Dal blog di Alfonso Fuggetta: [...]
ciao Alfoso,
bella l’idea, però francamente quando mi trovo con gli studenti mi pare che l’obiettivo delle preparazione sia tutt’altro: la triennale è ormai snobbatissima (sopratutto dagli studenti, che continuano in massa) e importa sempre meno se escono degli pseudo-smanettoni, che hanno visto tante cose di corsa e che non hanno ben poche capacità reali di progettare e realizzare software.
Molti dei miei studenti arrivano al corso convinti che “ingegneria del software”==”informatica 1 ma con java” e che alla fine ‘funziona’==’chissefrega come’.
Stamattina ho speso più di un ora a spiegargli la differenza tra uno smanettone-programmatore ed un ingegnere, ma dopo poco più di mezz’ora ho visto che iniziato a perderli…
Tutti questi discorsi sulla preparazione a T sono molto belli, ma assolutamente incompatibili con gli obiettivi degli ultimi N governi Italiani:
- diminuire la spesa
- aumentare il numero dei laureati
simone, devo dire – purtroppo – gli studenti sono realisti, perchè -ahimè- il loro atteggiamento rispecchia il mercato del lavoro, in larga parte.
Ad oggi la competizione sulle risorse umane è globale, e la corsa verso il settore dei servizi aumenta le differenze reddituali rispetto ai “dettagli” dei CV (un titolo poco più prestigioso, una cosuccia in più o in meno fa sempre più grosse differenze).
Il risultato è una corsa al rialzo che non si può evitare.
Se si continua così sarà sempre peggio: si studierà sempre di più, nessuno vorrà le “piccole lauree”.
D’altro canto, però, penso che l’Italia non possa più permettersi di trattenere forza lavoro fino a 26-27 anni di età: il lusso d’insegnare i limiti e le derivate all’università non ce lo possiamo più permettere – questi sono corsi “basic”, di “cultura generale”: non ho *mai* sentito nessuno applicare quel genere di conoscenza nel lavoro, eccetto ricercatori o casi rari.
Quindi a me sembra che la soluzione stia nello spostare quel genere di contenuto verso le superiori.
Da ing. meccanico sottolineo tuttavia che le travi a T hanno elevato momento di inerzia e scarsa flessibilita’. Chissa’ se vale pure per le persone?
Ricordo una dissertazione pseudo-filosofica a proposito dei modelli formativi americano e italiano che un paio di amici discutevano qualche tempo addietro. Si parlava del modello TdN americano (sapere “tutto” del “niente”) inteso come specializzazione estrema, rispetto a quello NdT italiano (aimè di senso diametralmente opposto). La T (se fosse abbastanza diffusa) sarebbe un ottimo compromesso.
Gentile professore,
proseguo sulla metafora.
Consideriamo le persone fatte a T in maniera rovesciata: come delle antenne; con la cultura/capacità/versatilità/sensibilità ecc. come base e la specializzazione come altezza.
Chi è un’antenna alta – ed ha una sufficiente base per sostenerla – raccoglie bene le onde e ne può trarre gran vantaggio in termini economici e/o di prestigio personale.
Non tutti hanno l’intelligenza di capire le opportunità offerte dalla specializzazione, non tutti hanno comunque l’occasione di perseguirle.
Quanto più l’antenna è alta tanto più è soggetta ad arrugginirsi (in troppi casi si può anche dire a corrompersi).
E quando il tempo diventa ostile e ventoso, le antenne alte facilmente si spezzano (ad esempio in termini di equilibrio personale).
Ho incontrato finora (40 anni) tante persone che hanno una base ampia e che – per tipologia di interessi e molto anche per esigenze esterne di adattamento e formazione continua che il mondo lavorativo comporta – hanno sviluppato tante diverse piccole altezze verticali anziché una sola.
Con buona volontà, ed anche grazie alla potenza di Internet per la diffusione del sapere, per questo tipo di individui ciascuna delle personali piccole altezze potrebbe non difficilmente elevarsi fino a livelli uguali o superiori alle T “dominanti”.
Però quello che spesso succede è che queste ultime – per mancanza di tempo e per continuare ad avvantaggiarsi della loro posizione privilegiata – preferiscano attenersi alla suggestiva schematizzazione della T, lasciando alle persone multi altezza ben poche occasioni.
A mio parere – in termini di sviluppo degli individui, della società e delle imprese – questo è un sub ottimo; difficilmente si riuscirà a metterlo in discussione.
Un forte contributo può venire dalle poche antenne alte che coltivano la disponibilità al dialogo.
Cordiali saluti
[...] conoscevo l’espressione persona fatta a T ma mi sembra molto azzeccata e la segnalo. Dal blog di Alfonso Fuggetta: … vuol dire che una persona deve avere una competenza forte in una specifica materia, un [...]