Università e auto

On October 25, 2008, in Politica, by Alfonso Fuggetta

Stavo pensando che molti dicono che le università italiane non competono a livello internazionale e non producono la stessa qualità. Si dice che prima di aumentare i fondi, bisogna migliorare la qualità.

A parte il fatto che molti nostri studenti vanno all’estero perché molto apprezzati, ricordo i diversi post che ho scritto confrontando i budget del Poli con università straniere, tanto per fare un esempio. Il rapporto del budget è da 1:3 a 1:7, 1:8. Per esempio, Poli 300 Milioni con 40.000 studenti, MIT 2 miliardi con 10.000 studenti.

Fare il ragionamento “non ti diamo più soldi fino a quando non sarai al livello dei competitor” mi pare più o meno equivalente al seguente:

  • Un tedesco va a Stoccarda in un concessionario della Porsche, spende 100.000 euro e si gode le prestazioni della Porsche.
  • Un italiano va in un concessionario della Fiat, compra una pur bellissima 500 a 15.000 euro e poi pretende che vada come la Porsche.

Per carità, bisogna essere certi, in Germania e ancor più più in Italia che non ti rifilino una auto tarocca o rubata. Quindi assolutamente d’accordo nel mettere in galera chi vende auto tarocche.

Ma se guardiamo ai processi “sani”, come si può chiedere una Porsche investendo le risorse che coprono il costo di una 500?


9 Responses to “Università e auto”

  1. [...] Voglio contribuire al tema delle Università Italiane con questo contributo del Prof. Fuggetta. [...]

  2. darmix says:

    ne posso fare anche io una di metofora? Come si realizza una Porsche, costruendo tante Topolino? E’ come pensare di continuare a vendere i Mivar.

  3. darmix says:

    ah qua
    Franco Peracchi (Presidente del panel per l’Area 13 (Scienze economiche e statistiche ) spiega chi non ha voluto prendere in considerazione il lavoro fatto dal Civr e chi ha bloccato la prosecuzione dell’esercizio di valutazione per il triennio 2004-06, mentre qua si spiega nel merito quello che dice Perotti sulla spesa universitaria italiana, che sono il “cuore” del suo libro (bisogna sempre leggerli i libri prima di parlarne, chiedo venia anche io, il titolo secondo me inganna) e del suo studio. Non la prendere come una polemica personale, ma solo come un dare conto, nel dibattito attuale, di cose che reputo importanti, dette da altri e che non mi sembra vengano dette o scritte sui giornali di casa Berlusconi (la pravda italiota). Cose, tra l’altro, che prima di leggere il libro di Perotti ignoravo anche io (ne vorrei fare un post appena finito di leggere).

    Apro tremebondo il saggio per apprendere amaramente che le cifre contenute nell’Education at a glance (l’ultimo rapporto che l’autore ha potuto consultare è quello del 2007). Per tutti i Paesi ad esclusione dell’Italia, “si riferiscono alla spesa per studente equivalente a tempo pieno, cioè calcolando il numero degli studenti pesati per i corsi effettivamente seguiti e gli esami effettivamente sostenuti: all’incirca, uno studente che in un anno fa solo la metà degli esami del carico normale riceve un peso di 0,5, e così via. Uno studente che non frequenta e non dà esami non sottrae tempo ai docenti e non impone costi all’ateneo dove è iscritto: se un ateneo spende 10 euro ed ha due studenti, di cui uno non frequenta, tutta la spesa dell’università di fatto è diretta allo studente che frequenta, quindi il costo medio per studente equivalente a tempo pieno non è di 5 euro, ma di 10. Per mancanza di informazioni, tuttavia – prosegue impietosamente Perotti -, il dato italiano si riferisce alla spesa media per studente iscritto, quindi attribuendo il peso intero anche agli studenti fuori corso e agli studenti inattivi, cioè che non danno esami” (pp. 37-38). La differenza non è di poco conto in quanto nel nostro Paese circa la metà degli iscritti è fuori corso e un buon quarto non ha dato neanche un esame. Se quindi si utilizzasse il coefficiente fornito dallo stesso Miur per il 2003 (mancando i dati per gli anni successivi) “per convertire il numero di studenti iscritti nel numero di studenti equivalenti a tempo pieno, la spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16027 dollari, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia” (p. 38, il grassetto è mio). Se poi volessimo utilizzare come indicatore non la spesa annuale per studente ma quella per studente durante la durata media effettiva degli studi, non potremmo non constatare con desolazione che l’Italia spende più della media Ocse e più di Francia e Regno Unito.

  4. Darmix, tu dici che io non leggo quello che scrivi tu. Ma tu non leggi quello che scrivo io. Non ho detto che tutte le università fanno bene e spendono bene i loro soldi. Ho scritto (nella metafora):
    “Per carità, bisogna essere certi, in Germania e ancor più più in Italia che non ti rifilino una auto tarocca o rubata. Quindi assolutamente d’accordo nel mettere in galera chi vende auto tarocche.”
    Quindi se ci sono università che spendono male i soldi, che le si punisca. Ma non tagliando alla cieca chiunque capiti sotto la mannaia.

  5. > ne posso fare anche io una di metofora?
    > Come si realizza una Porsche, costruendo tante
    > Topolino? E’ come pensare di continuare a vendere i Mivar.
    E con quali risorse si costruiscono le Porsche? Lavorando gratis o montandole per strada? Come si pagano le catene di montaggio robotizzate per la Porsche? E gli operai specializzati? Lavorano per la gloria? Chi investe nella motoristica della Porsche? O nell’ICT di bordo?
    Io proprio non capisco come si possa ragionare così. Se mi dici che bisogna chiudere gli stabilimenti improduttivi e riallocare le risorse sulle Porsche lo capisco. Ma tagliare, lo ripeto, alla cieca a tutti non ha capo e coda.

  6. Ovviamente, tagliare pretendendo la Porsche.
    Io oggi ho fatto lezione. Ho 120 studenti in aula. Come credi che la famosa classifica cinese valuti tutto questo? Malissimo. In USA avevo 40 studenti.
    Ci sono corsi di pitture araba nel periodo precolombiano da 3 studenti? Bene si chiudano quelli. Ma non è che tagli i fondi a me (la Gelmini dico), mi costringi a fare corsi da 250 studenti e poi mi dici “ah, non sei nelle classifiche cinesi”.
    E grazie, che scoperta.

  7. darmix says:

    Io ti leggo sempre con attenzione, e so bene che pensi, ne abbiamo parlato tante volte. E so che pensi che le università che lavorano male devono essere “punite”. Evidenziavo, scherzosamente, solo che noi abbiamo tante piccole Topolino, spendendo per farle tutte i soldi che i tedeschi spendono per realizzare poche porsche mentre noi realizziamo topolino. Poi risottolineo che i criteri di ripartizione devono ancora essere stabiliti con apposito decreto. O no? Mi piacerebbe che rispondessi nel merito sulle cose che dice Perotti e l’altro tuo collega. Non è una polemica personale. C’è un problema (e su questo siamo tutti d’accordo, almeno da queste parti e sappiamo pure come la pensiamo tutti e due in generale) alcuni dicono delle cose, altri ne sostengono altre. L’altro non è necessariamente un qualunquista o un nemico della cultura che vuole impedirti di lavorare. Intendo solo questo.

  8. paolo v. says:

    Segnalo questo post (che riprende e sua volta linka uno studio della competitivita’ nella ricerca in Computer Science) dividendo i valori per numero di abitanti (per quanto possano valore questi dati).
    Se il Canada e’ quarto (l’autore e’ canadese..), davanti a USA e UK, l’Italia e’ al quarto posto! (davanti a Germania, Francia, Giappone, ecc.)

    http://zzzoot.blogspot.com/2008/07/canada-most-efficient-producer-of.html

    Nel paper originale il rank totale dell’Italia e 7ttimo (contando vari parametri come citazioni ecc. e non solo il numero di paper)

  9. [...] Se ne discuteva, ultimamente, qui, qui, qui e qui. [...]

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